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Il tempio "Atsuta Shrine" di Nagoya
Kinou no Uta
Scritto da cla   

Esco dalla metropolitana, mentre ricomincia a piovere. È passata la stagione delle piogge intense, ma l’acquazzone di oggi è degno delle più aggressive precipitazioni asiatiche. Senza ombrello, ottimisticamente lasciato a casa, mi dirigo verso l’entrata del tempio scintoista Atsuta Shrine, costeggiando le lunghe e possenti mura di pietra che delimitano la sua area. In tutta fretta mi rifugio nel bar che fortunatamente è posto poco dopo l’ingresso; graziose donne giapponesi di mezza età mi accolgono sorridenti e mi riservano un tavolo vicino alla grande parete a vetri sul lato del laghetto. Il piccolo stagno ospita tartarughe, enormi golden fish (pesci rossi, più altri di diverso colore), insettini e insettoni vari. Dirigendomi verso il banco per ordinare un the (non c’è un’ampia scelta di consumazioni) noto che è in vendita anche un piccolo sacchetto pieno di palline verdi. È il disegno nel sacchetto ad attirare la mia attenzione: un paio di pesci che ricordano le raffigurazioni delle stampe giapponesi più un paio di scritte che molto probabilmente significano “mangime per pesci e tartarughe”. Mosso più dal desiderio di avere il biglietto, che di donare mangime ai pesci, decido di comprarlo, dato il suo prezzo esiguo. Le donne al banco ridono più convinte mentre mi salutano e mi accorgo che forse fraintendono il mio acquisto, perciò tento disperatamente di comunicare che non intendo mangiare il contenuto.

Fuori, dirimpetto al laghetto, finalmente senza subire la violenza delle piogge estive, comincio a lanciare palline a tutto andare, confesso anche abbastanza divertito. In pochi secondi, dopo attimi di esitazione, tutta la fauna del posto intuisce che intorno a me c’è cibo a volontà: i primi ad arrivare sono i pesci, si avvicinano assieme verso il loro obiettivo come una flotta di sottomarini pronti all’attacco. Sono molto voraci e veloci, derubano avidamente le povere tartarughe fluttuanti che vengono sballottate lontano dalla furia e dalla mole dei golden fish. I piccioni, alleatisi per l’occasione con tre galli, soliti normalmente a risiedere vicino al tempio, sono gli ultimi ad arrivare, mi circondano e sembrano guardarmi. Siccome codesti pennuti giapponesi appaiono ben più sfigati e deperiti rispetto ai loro rotondi parenti italiani, decido di invitare anche loro al banchetto, offrendo palline prontamente ingurgitate. Ecco che, come nelle immagini sacre raffiguranti San Francesco, mi ritrovo in mezzo a una moltitudine di animali. Comincio persino a parlare loro, cercando di razionalizzare la distribuzione della mensa, altrimenti in preda alla più totale e aggressiva anarchia.

Rapito dal mio compito non mi ero accorto di essere osservato dall’addetta alla pulizia dello stagno, una donnina minuta e dall’aspetto simpatico. Rompe l’imbarazzo azzardando una discussione, travolta da una foga comunicativa a prima vista insospettabile, e non smette di parlarmi. Dopo svariate domande incomprensibili io rispondo sorridendo e osando un “no nihongo” (letteralmente “no giapponese”) che ella capisce perché ferma di colpo la sua sfrenata parlantina. Dopo minuti di silenzio, delusa dal suo interlocutore, mi chiede se sono americano. Rispondo “italiano”; in giapponese “Itaria no” significa appartenente all’Italia, la simile pronuncia e il medesimo significato mi aiutano questa volta a rispondere prontamente. La donnina conclude il suo discorso con un’ultima frase indicando i pesci, poi sparisce.

Terminato il sacchetto di palline verdognole mi soffermo ad osservare i pesci attenti a concludere la merenda: con rapidi scatti si avvicinano al cibo galleggiante rivelando il loro splendido dorso tinteggiato che spicca dall’acqua grigia. Si scontrano fra loro per sopraffare e avere la meglio; si allontanano improvvisamente sussultando facendo sobbalzare l’acqua torbida. Le tartarughe sono sballottate da una parte all’altra, cozzano, fluttuano e scivolano lungo le squame vischiose dei grossi pesci; talvolta riescono a procurarsi un boccone dimenticato o non notato. I piccioni (o “poppo”, come sono chiamati dai bambini giapponesi) non sono ancora sazi e con impeto mi svolazzano intorno.

Avevo già intrapreso il sentiero per recarmi al Tempio quando ecco ricomparire la donna loquace, ora al posto del rastrello ha in mano un gelato e mi fa cenno di aspettare. Mi porge il cono e indica il laghetto, capisco che è la ricompensa per aver nutrito ogni specie animale che lì risiedesse. Si allontana sorridendo e accompagnata dai miei molteplici e stupiti “arigatoo” (grazie), intrinsecamente ringrazio anche della scelta del gusto del gelato, vaniglia invece del più usuale the verde, molto amaro per palati occidentali. Mi metto in cammino in cerca di spunti per disegnare e capisco di aver nutrito anche tante zanzare assatanate che hanno infierito sulle mie gambe.

Trovo accanto a me un masso piatto posto in verticale su altre rocce, sopra ha inciso qualche carattere in stile antico e davanti ad esso, come dei piccoli doni, sono riposti degli origami. La splendida carta usata riprende la fantasia e i colori dei kimono, omaggi religiosi purtroppo rovinati dalla pioggia. Gli origami rievocano i caduti in guerra e i civili morti; è agosto, il mese di Hiroshima e Nagasaki. In questi giorni vi sono svariate manifestazioni, sempre sommesse, di commemorazione. Questi uccelli costruiti con la carta raffigurano esseri longevi; successivamente sono bruciati dai rappresentanti del Tempio per far salire al cielo il loro ricordo.

Mi soffermo sul punto da ritrarre e comincio a disegnare un ponticello giapponese, ricostruito fedelmente come tutto il tempio, dopo la totale distruzione bellica delle città giapponesi e dei loro siti antichi e di culto.

 
 

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