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Viaggio a Takayama
Kinou no Uta
Scritto da cla   

Al primo fine settimana dopo il mio arrivo ci rechiamo a Takayama, una cittadina in montagna nella prefettura di Gifu. Qui alloggeremo in un hotel tradizionale giapponese. Posati i bagagli andiamo alla scoperta di questa piccola località, molto differente dalle grandi città giapponesi. Ricorda Gion, il quartiere vecchio di Kyoto, con casette basse di legno che formano strette vie. Essendo in montagna senza accesso al mare la specialità culinaria di Takayama è il manzo, per le strade ci si imbatte spesso in chioschi o piccoli negozi che vendono spiedini di carne di ottima qualità.

Il manzo è diverso rispetto al nostro, quando è crudo appare rosso vivo con piccole venature bianche al suo interno, una sottile rete di grasso che si forma perché l'animale in vita viene massaggiato. In tal modo il grasso si cosparge e la carne risulta molto tenera; di conseguenza viene venduta a un prezzo molto elevato. La cittadina è circondata da monti completamente coperti di alberi, un manto verde scuro che allieta il paesaggio, mentre al suo interno è percorsa da un piccolo fiume molto pulito, d'acqua trasparente. I ponticelli hanno forme tradizionali e qualcuno di essi ha il caratteristico colore arancio-rosso che si ritrova anche nelle costruzioni di alcuni templi. Tornati all'hotel Keiko deve scegliere lo yukata (una sorta di kimono di cotone usato in estate) tra i molti che le vengono mostrati nel tansu, un mobiletto nero a cassetti. Data la difficoltà di vestitura dello yukata, in particolare per la cintura, i clienti sono aiutati dal personale dell'hotel.

La camera è molto accogliente e ovviamente in pieno stile giapponese tradizionale. Tolte le scarpe nel solito spazio apposito si cammina sul tatami, solidi pannelli di paglia che ricoprono il pavimento di legno. Le porte sono scorrevoli con i consueti inserti di carta, il tavolino è basso e le sedie poggiano direttamente a terra, senza le gambe. Come in tutti gli hotel giapponesi - anche quelli non tradizionali - in stanza si trova una macchinetta per riscaldare l'acqua e una vasta scelta di the, da quello verde giapponese a quello cinese. Nell'armadio trovo anch'io una sorta di yukata, lo happi, molto semplice e diverso da quello decorato di Keiko. Devo indossarlo per la cena. L'imbarazzo non è poco, dato che sono un gaijin, uno straniero, l'unico - penso - dell'hotel. Ci dirigiamo verso la sala per la cena e all'apertura dell'ascensore troviamo un'altra coppia occidentalgiapponese esattamente davanti a noi. Il mio imbarazzo raggiunge livelli altissimi quando noto il sorrisino dell'altro straniero, inglese, credo. Ho poi una piccola soddisfazione quando successivamente anche questa coppia si reca a cena: l'inglese indossa il mio stesso modello casalingo di yukata. Non perdo occasione di ricambiare, con sobrio compiacimento ma anche con un pizzico di solidarietà, il risolino da lui ricevuto pochi minuti prima.

A cena assaggio tutto ma finisco circa la metà di quello che mi viene servito. Già un gran bel risultato considerando che i piatti tipici, molto ortodossi e "incontaminati", differiscono da quelli mangiati abitualmente in "normali" ristoranti giapponesi. Mi piace e mi colpisce specialmente una zuppetta dove galleggia un uovo che sembra essere stato cucinato alla coque, ma che ha anche l'albume quasi crudo. Ci sono le solite zuppe di miso e tofu (una specie di formaggio di fagioli) e l'immancabile riso bianco, ausiliare come il pane. Quasi non riesco neanche a guardare (anche a causa dei miei gusti personali che non prediligono il pesce) lo ayu no shio-yaki, un pesce alla griglia infilzato come uno spiedino, che prontamente poso nel punto più lontano del tavolo. Il tutto però è servito con dell'ottimo sake, che si può scegliere nella sua versione calda o fredda. La cameriera che ci serve parlotta ogni tanto con Keiko chiedendo di me e dando informazioni sull'altra coppia. Alla fine del discorso aggiunge, regalandomi un'altra inaspettata piccola rivincita, che secondo il suo parere personale io userei meglio le hashi, le bacchette, del mio collega inglese. La grande abbuffata, fatta di molte pietanze molte delle quali servite tutte assieme, ha termine col the e qualche soffice dolce.

Dopo cena usciamo nuovamente per una passeggiata serale, sempre vestito con il mio happi poco happy. Sento addosso gli sguardi perplessi dei passanti che si soffermano ad osservare il mio abbigliamento. Di ritorno in camera abbiamo già pronto il futon posto sul tatami per dormire, un comodo materasso con soffici coperte leggere. Tre anni prima, in Francia, a Combronde, avevo dormito su un materasso per terra in occasione del workcamp, vacanze "lavoro", dove appunto avevo conosciuto Keiko, ma erano materassi di ben altro genere. Sul tavolo c'è anche uno spuntino per la notte: le tipiche forme di riso, onigiri, tenute assieme dal nori, l'alga seccata, che si vedono spesso ingurgitate freneticamente nei cartoni animati giapponesi. Divorato l'onigiri (deluso, però, per la mancanza del ripieno che solitamente si trova) non perdo l'occasione di andare nelle vasche da bagno dell'hotel, dove ci si reca per rilassarsi con la calda acqua termale giapponese.

 
 

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