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Tulear, Perinet, Tamatave
Madagascar
Scritto da Bas   

Dopo altre tre ore di viaggio arriviamo in un bellissimo albergo, il Relais de la Reine, in cui passeremo la notte prima di affrontare la visita al parco di Isalo. La struttura in pietra dei vari bungalow è perfettamente mimetizzata tra le rocce e intonata ai colori aridi del paesaggio. Di buon mattino (6,00) partiamo per il parco dove affronteremo un percorso di circa 7 ore di cammino.

Attorno alla cima dell’Isalo si estende un meraviglioso parco che presenta un’infinità di grotte, canyon e picchi modellati dal vento, gole e precipizi, zone sabbiose e desertiche; esso è percorribile solo accompagnati dalle guide autorizzate. Qui si possono ammirare piante grasse e fiori fantastici, alberi nodosi e i famosi baobab bonsai. Dopo un paio d’ore di salita, facciamo sosta ad una piscina naturale, formata da una piccola cascata nascosta fra una folta vegetazione. Finalmente è una giornata assolata, fa caldo, il posto è pieno di turisti che fanno il bagno e ragazzi locali impegnati a fare tuffi acrobatici tra risate e scherzi. Proseguiamo la passeggiata e raggiungiamo un grande canyon attraversato da un fiumiciattolo, dove ci fermiamo per il pranzo al sacco. Un nostro amico riesce ad individuare e prendere tra le mani un piccolissimo camaleonte: è il primo che possiamo vedere da vicino nel suo ambiente naturale. Riprendiamo la camminata e ci inoltriamo per una vasta distesa di erba alta e secca. Non sentiamo la stanchezza, perché l’attenzione è catturata da quello che ci circonda e gli occhi sono avidi di cogliere forme di vita così diverse da quelle cui siamo abituati. Avvistando il nostro bus, qualcuno con stupore indica sciami di farfalle svolazzanti che si concentrano vicino ad uno stagno. Ma la guida infrange bruscamente l’idillio: sono piccole cavallette in arrivo, un vero dramma per le coltivazioni locali. Scappiamo disgustate al sicuro all’interno del nostro mezzo di trasporto, ed è subito invasione! Picchiano contro i vetri del bus in movimento e sono veramente un po’ rivoltanti. La popolazione locale non se ne cura anche se si impigliano sui vestiti o, peggio, tra i capelli.

Ripartiamo alla volta di Tulear, sulla costa sud-occidentale, passando attraverso territori completamente disabitati, in una steppaglia punteggiata di piccole oasi. Poi il paesaggio cambia, si vedono i primi accenni di foresta spinosa e poi i campi di cotone prospicienti alla città. Si respira un’atmosfera coloniale nei grandi boulevard disseminati di venditori di splendide conchiglie e collane fatte di semi variopinti. Avvistiamo il mare, ma non c’è una vera e propria spiaggia, bensì un misto di bassa marea, fango, mangrovie. L’aria è fresca e umida e facciamo una sosta per sgranchire le gambe. Ci aspettano circa 20 km. di pista sterrata per arrivare a Ifaty, ormai è l’imbrunire. Durante il tragitto rimaniamo insabbiati: ci tocca scendere e cercare di liberare le ruote del bus; è notte ormai, siamo preoccupati ma dopo alcuni minuti emergono dall’oscurità le facce sorridenti di persone accorse in nostro aiuto: sono veramente gentili, ci danno una mano con alcuni tronchi e sassi recuperati sul ciglio della pista, e così riusciamo a ripartire e a raggiungere finalmente i nostri meravigliosi bungalow di paglia sulla spiaggia. Siamo in un posto molto spartano: queste capannine non hanno l’acqua calda e la corrente viene fornita solo per poche ore la sera, non vi sono prese elettriche ed è quindi sconsigliabile farsi venire l’idea di una doccia o uno shampoo. Dormiamo avvolti nelle enormi zanzariere, dopo aver acceso gli zampironi e disseminato lungo il perimetro del bungalow una scia di Baygon in polvere, a scanso di visite notturne! Per usare il bagno durante la notte ci vuole un po’ di coraggio, la torcia elettrica e tanta velocità per non farsi azzannare da orde di zanzare fameliche che vi si sono appostate.

La mattina dopo facciamo un giro in barca fino a raggiungere la barriera corallina: il tempo è nuvoloso, fa freddo, cade una pioggerella sottile, il mare è agitato e gelido ma qualcuno ha il coraggio di tuffarsi per una nuotata! Nel pomeriggio, invece cambia tutto: gran caldo, sole e cielo azzurro per la visita della Foresta spinosa. Un sentiero su un terreno sabbioso crea un percorso in cui si possono ammirare baobab giganti e dalle forme nodose, un villaggio di capanne con sciami festanti di bambini che ci accolgono sorridenti e inscenano spettacoli di acrobazie quando distribuiamo gli immancabili giocattoli raccolti in Italia. E’ gioia pura e incondizionata, gridolini e salti di eccitazione.

Il giorno dopo partiamo con un piccolo aereo da Tulear per Antananarivo. All’arrivo facciamo un rapido giro in bus per la città: terra rossa, canali di acqua e fango, abitazioni strette e basse, tutte molto vicine, tenute in piedi da fasce di legno marcio e ondulati metallici. Strade sporche, bancarelle improvvisate con stracci su cui vengono mostrati ortaggi, sacchi di riso o pezzi di ricambio arrugginiti, tanta folla, bestiame e povertà. La nostra guida ci dice che la città è divisa a metà: la parte bassa, più propriamente coloniale, segue un tracciato preciso, viali e costruzioni; la parte alta si snoda sugli antichi sentieri battuti ed è sede di uffici e ministeri: qui anche i tassisti ignorano il nome delle vie ed è facilissimo perdersi. Il riferimento da ricordare sempre è comunque la stazione ferroviaria. Ora però dobbiamo affrettarci: al calar della sera la città diventa molto pericolosa, infestata da bande organizzate che possono anche arrivare a uccidere per pochi spicci: ci viene consigliato di non uscire dall’albergo per nessun motivo. Ma subito dopo cena una ragazza del gruppo si sente male, ha la febbre alta ed è palesemente in preda a forti crampi addominali. Dopo aver messo a confronto la dotazione farmaceutica di ciascun componente del gruppo, viene deciso di cercare un medico e la nostra guida parte alla ricerca scortato dalla guardia armata dell’albergo. Ritorna presto seguito da una dottoressa florida e silenziosa, che decide di somministrare alla malata un antibiotico. La mattina dopo la ragazza si sente molto meglio e siamo tutti sollevati dopo l’apprensione provata la sera precedente.

Ci aspettano 145 km. per arrivare alla riserva del Perinet, il che significa quasi mezza giornata. Facciamo una sosta per la visita ad un allevamento di farfalle e rettili: le prime sono purtroppo solo imbalsamate perché non siamo nel periodo adatto per vederle vive; i secondi sono stupefacenti: camaleonti di tutti i colori e misure, da quelli che si possono contenere nel palmo della mano a quelli lunghi anche 30 cm. Stranamente non sono disgustosi come i serpenti o altri rettili: sono simpatici e tranquillizzanti con questi movimenti rallentati allo spasimo, insomma non danno l’idea di pericolo e posso serenamente accettare di ospitarne uno enorme sul braccio. Arriviamo all’unico albergo del villaggio Perinet, l’Hotel de la Gare, che somiglia proprio ad una stazione liberty in mezzo alla foresta. Ma noi siamo dirottati alle piccole baite disseminate tra gli alti fusti degli alberi, in mezzo a pozze di pioggia vaste e profonde; dopo uno spuntino a base della solita carne arrostita accompagnata dalle solite patatine fritte (la cucina non è affatto varia), ci incamminiamo verso il villaggio, in realtà una strada fangosa lungo cui si ergono cadenti catapecchie in legno, disseminata di bancarelle che vendono spezie, ortaggi e stoffe. In lontananza le sagome accoglienti della palma del viaggiatore, un ventaglio verde smeraldo la cui vista, forse per il nome, ci scalda il cuore. Ci accompagnano fino al limite e ritorno un gruppo di bambini infagottati (fa freddo, naturalmente) e con la pelle del viso bruciata dal vento e dal sole. Bellissimi e vivaci, non possiamo fare a meno di distribuire pennarelli, caramelle e pupazzetti. Dopo cena (carne e patatine) è prevista una passeggiata facoltativa intorno ad un lago per cercare alla luce delle torce di sorprendere qualche lemure assonnato. Io rinuncio: fa troppo freddo, non sono attrezzata e non voglio compromettere il programma del giorno dopo. Ed in fondo faccio la scelta giusta: chi decide di andare, fa solo qualche passo nel fango e intravede delle sagome che assomigliano più a ratti che lemuri, per poi rifugiarsi nel bus con il riscaldamento acceso al massimo. Partiamo all’alba per l’escursione alla riserva: è il momento migliore, quando i grandi lemuri della specie Indri-indri si svegliano e si lanciano dalle cime degli alberi esibendosi nel grido acuto che è il loro richiamo. La visita è perlopiù semplice, lungo un percorso battuto e scavato a gradini quando vi è dislivello. Ma la guida del parco che ci accompagna decide ad un certo punto di abbandonarlo per provare a vedere i lemuri più da vicino. E allora ci tocca arrampicarci su versanti scoscesi aiutandoci l’un l’altro e aggrappandoci ai tronchi degli alberi, procedendo faticosamente nel fango, sotto gli occhi divertiti della guida: ma non lo farà apposta? In realtà, riusciamo a vedere gli animali abbastanza bene e addirittura a fotografarli senza zoom. Sembra tutto così irreale, sono qui o sto vedendo un documentario di Quark? La guida ci fa segno: ha trovato un piccolo lemure che sta nascosto nella tana, un buco scavato nel tronco di un albero: si vedono solo i suoi occhietti brillanti nel buio, lo staremo spaventando con tutta questa agitazione.

Usciti dalla riserva, passiamo foreste e rilievi attraverso una strada in buone condizioni e raggiungiamo la costa orientale, Tamatave. La città, centro portuale e commerciale, ha un suo fascino decadente da relitto dell’impero, con i viali alberati, le case in stile coloniale, una umidità penetrante e la nebbia sospesa che avvolge tutto come se fosse in abbandono. L’Hotel Neptune, in cui alloggiamo, contribuisce a questo fascino: costruzione bianca coloniale, patio con colonnato e giardino interno lussureggiante, dove si può sorseggiare un tè molto English o mangiare pesce e crostacei in servizi di graziosa porcellana serviti da personale in guanti bianchi. Dalla nostra stanza si può uscire su un piccolo balconcino bombato e ammirare il mare, quel mare che separa la costa da un’altra isola, Reunion, e che un tempo era infestato da pirati e squali. E in effetti tutti i ristoranti, le discoteche o i luoghi d’incontro hanno, nel nome o nell’insegna, qualcosa che ricorda le imprese di pirateria. Visitiamo il grande mercato Bazahar Be, che si compone di una parte alimentare e una artigianale. Facciamo appena in tempo ad acquistare gli immancabili oggetti di legno, gli originali strumenti musicali a corda o i dipinti a olio di paesaggi inconfondibili, che si scatena un temporale furioso. Non dimentichiamo che questa è zona di cicloni. Ci rassegniamo a prendere alcuni pousse-pousse, il mezzo di locomozione più usato, un carretto a due posti tirato da una bicicletta e, giunti a destinazione, non proviamo neanche a contrattare il prezzo, i poveri conducenti si sono fatti un bel po’ di strada con il nostro peso e secchiate di pioggia sulla testa. Fradici e intirizziti, non vediamo l’ora di prendere un bel tè bollente nel nostro magnifico e caldo albergo.

 
 

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