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Fullpointe e ritorno
Madagascar
Scritto da Bas   

Il giorno dopo partiamo verso nord, lungo una strada costiera che conduce alla località balneare più bella e turistica della zona, Fullpointe. La prima parte del percorso è in buone condizioni; si incontra una vegetazione lussureggiante con tantissime piante di banano. Si arriva ad un piccolo guado, da fare con una specie di chiatta che traghetta persone e mezzi di trasporto da una riva all’altra. La strada prosegue poi sterrata fino al Manda Beach Hotel, una struttura molto bella ma solitaria sia per la posizione che per i prezzi elevati (ci sono persino piscina, campi da tennis e da golf). Anche qui la spiaggia è ampia ma molto strana, una specie di bassa marea fangosa, con la sabbia che somiglia più a terriccio. Ci dicono che c’è la barriera corallina poco lontano e ci fidiamo. Di bagno ancora una volta non se ne parla, anche perché fa freddo; si può optare per una passeggiata superando il basso muretto che segna il limite della zona dell’albergo, oltre il quale si deve affrontare una folla di venditori ambulanti di splendide conchiglie multicolori e pregevoli coralli ; poi si possono guardare le bancarelle dove donne di diversa età fanno a mano collane con semi di varie forme e dimensioni. Facciamo anche una gita ai ruderi di un forte spagnolo, una costruzione in mattoni grigi infestata dalle erbacce, dove un nostro amico riesce ad individuare (che occhio di lince) un magnifico esemplare di camaleonte gigante tutto grigio, perché mimetizzato sulla pietra grigia.

Il giorno dopo ritorniamo a Tamatave lungo lo stesso percorso dell’andata ma facendo una sosta nel centro dei lemuri di Ivoloina. Qui abbiamo finalmente l’occasione di osservare varie specie di lemuri, sia in gabbia che liberi. Sono animali abituati ai visitatori, anche troppo simpatici, nel senso che quelli in libertà ti assalgono senza problemi sia da terra che dall’alto degli alberi, ed è tutto un susseguirsi di grida selvagge (le loro) e di paura (le nostre).

Dopo la visita al centro, ci dirigiamo all’aeroporto di Tamatave, dove ci aspetta un piccolo aereo turistico (20 posti compreso l’assistente di volo) che ci porterà nella piccola isola di Sainte Marie, l’isola di smeraldo.

Atterriamo sulla pista ricavata da uno spiazzo costeggiato dal mare; quando c’è un decollo o un atterraggio un solerte impiegato dell’aeroporto va a fermare il traffico umano e automobilistico in attesa che la pista si liberi. Veniamo subito portati al nostro albergo (Soanambo)gestito da una coppia di spagnoli che si sono trasferiti qui anni fa dopo un’esperienza imprenditoriale simile ma a Palma di Majorca: una serie di bungalow a due piani direttamente sulla spiaggia della costa ovest, lambita da fitte palme da cocco. Il mare cristallino non supera mai le ginocchia ed è pieno di rocce coralline. Vorremmo tuffarci subito anche se l’acqua è abbastanza fredda; finalmente ci troviamo in uno scenario che somiglia, almeno climaticamente, a quello che ci aspettavamo. Optiamo prima per una passeggiata ricognitiva e scopriamo che, oltre i confini dell’hotel, sulla spiaggia vengono lasciate le mandrie di bovini a pascolare e inoltre vi è una specie di canale di scolo per i rifiuti biologici degli abitanti del villaggio vicino. Torniamo verso la nostra stanza e concordiamo nell’opportunità di rimandare la nuotata agognata ad altro lido. Nel pomeriggio ci rechiamo nel capoluogo Ambodifotatra dove noleggiamo una barca presso un centro diving gestito da ragazzi italiani. Questi ci raccontano di aver deciso improvvisamente di lasciare l’Italia e di trovarsi molto bene anche se ogni anno tornano a svernare presso le famiglie. Certo devono adattarsi molto per quanto riguarda le comodità (niente luce e acqua calda a casa) però per il momento sono soddisfatti.

Ci portano in mare aperto sulle rotte delle balene e per un tempo interminabile scrutiamo l’acqua alla ricerca di un segno. Finalmente avvistiamo l’inconfondibile pinna e cerchiamo di avvicinarci con un discreto inseguimento. Il magnifico animale ci regala una improvvisa piroetta, emergendo di muso dall’acqua e poi lasciandosi cadere a picco. Non possiamo fare a meno di gridare dall’emozione e poi avvistiamo altre due code che procedono vicine, emergendosi e inabissandosi sinuose. Uno spettacolo da lasciare senza respiro. Facciamo una sosta presso un resort sulla costa orientale: è completamente diversa, c’è un forte vento, il mare è profondo e di un colore scuro e a ridosso della spiaggia c’è una folta foresta da cui provengono versi di animali e canti di uccelli che non riusciamo ad individuare. Solo qualche insetto gigantesco, coleotteri che lasciano una scia sonora come elicotteri, ragni mostruosi in attesa della preda. Tutto qui ha dimensioni diverse, ingrandite. Torniamo al centro diving che è tardo pomeriggio: nessun altro avvistamento durante il tragitto, forse non è più il momento ideale o forse prima siamo stati molto fortunati.

Approfittiamo delle ultime luci per fare un giro nella cittadina di Ambodifotatra, visitando botteghe artigiane di maschere tribali in legno e negozi che vendono coloratissime stoffe ricamate, tovaglie, abiti per bambini, camicette.

Dopo una cena all’aria aperta, sotto un pergolato sulla spiaggia, e la degustazione di rum locale aromatizzato con varie spezie, osiamo una mini passeggiata sulla strada principale, alla luce delle torce elettriche per illuminare i fossati che si aprono numerosi nella terra rossa ed evitare così moleste cadute.

L’indomani mattina siamo diretti alla vicinissima Ile aux Nattes, raggiungibile attraversando la pista dell’aeroporto e passando un canale a bordo di piccole piroghe. Rifiutiamo di raggiungere l’aeroporto in macchina e optiamo per una sana marcia di circa 4 km. attraverso vari villaggi: la passeggiata ci permette di conoscere più da vicino la popolazione locale e di avere un contatto diretto con tantissimi bambini, che sono quelli meno intimiditi e più curiosi di avvicinarsi. Certo la lingua non aiuta ma i vecchi gesti accompagnati da un largo sorriso e dal dono di un giocattolo sono un idioma internazionale.

Arriviamo all’imbarco delle piroghe: a vederle così sottili e leggere, con l’acqua sul fondo, valutiamo seriamente l’opportunità di attraversare il canale a piedi, solo che, pur essendo non molto largo, è roccioso e presenta punti profondi che si alternano a barriere di corallo. Ci rassegniamo alla traversata brevissima che si conclude senza incidenti. L’isola in cui ci troviamo è un vero paradiso: il lato opposto all’approdo è una spiaggia stretta di sabbia bianca finissima con un mare azzurro e sabbioso. Subito ci sparpagliamo come villeggianti della domenica: chi fa il bagno, chi prende il sole, chi va a raccogliere conchiglie (e ce ne sono di bellissime), chi si riposa sotto l’ombra di una palma. A pranzo ci dirigiamo verso uno dei due ristoranti del luogo, l’Orchidées Chez Napoleon, gestito da un signore italiano di mezza età, che indugia però a raccontarci come sia finito a vivere e lavorare lì. La giornata passa così ed è con tristezza che ci incamminiamo sulla via del ritorno; all’imbarco delle solite piroghe alcuni più pigri approfittano del passaggio fino all’albergo offerto da alcuni turisti francesi a bordo di uno yacht. Noi più impavidi rifacciamo invece lo stesso percorso a piedi, godendoci lo scolorire del giorno e il meraviglioso tramonto che ci accompagna.

E’ giunto il momento di ripartire: un aereo turistico ci porta traballando fino ad Antanarivo, da cui prenderemo la coincidenza per l’Italia.

 
 

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