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Il mattino dopo facciamo un’escursione su Penang Hill, la collina più alta dell’isola, raggiungibile con una caratteristica funicolare costruita dagli svizzeri nel 1923. Durante l’ascesa, facciamo la conoscenza di una simpatica famigliola: il padre è un bell’uomo baffuto con sguardo severo e pose manageriali, la madre ha il capo avvolto dal velo nero ma con un tondo viso sereno, e poi ci sono i ragazzi, otto, che vanno da un’età di 15 anni a pochi mesi. Sono un po’ chiassosi e vengono sovente sgridati dal padre, che però lascia trasparire un affetto smisurato. Le ragazze più grandi sono già velate anche loro e sorridenti; si alternano ad accudire il più piccolo, passandoselo di braccia in braccia con atteggiamenti da mammine. Scambiamo qualche frase in inglese: anche loro sono in vacanza. In alto, lo spettacolo è straordinario, si può ammirare la splendida baia di Georgetown e sfuggire temporaneamente all’umidità soffocante della costa. Vorremmo trattenerci all’ombra degli alberi e trascorrere oziosamente qualche ora, ma la nostra guida ci aspetta per un lungo percorso coast-to-coast. Siamo infatti diretti a Kota Bharu, sulla costa orientale: praticamente dobbiamo attraversare orizzontalmente tutto il paese.
Il passaggio da occidente a oriente segna un radicale cambiamento: tutto quel che abbiamo visto e appreso finora è da dimenticare. La rutilante Kuala Lumpur, così come la costa ovest che ricorda secoli di storia o le Hill Resorts dagli echi anglosassoni. La parte orientale della Malesia presenta gli ultimi paradisi tropicali, isolette bagnate dal Mar della Cina e protette da magnifiche barriere coralline, villaggi di pescatori e spiagge bianche senza fine. Terra non ancora aggredita dalle complicazioni moderne, dove le antiche tradizioni sono rimaste immutate, grazie alle impervie zone centrali che hanno fatto da barriera tra i due estremi ed al clima particolarmente avverso per metà dell’anno, quando le piogge monsoniche allagano le regioni interne e i collegamenti con le isole diventano impossibili.
La regione settentrionale è denominata “Terra dei fulmini”, Kelantan, e custodisce le più autentiche tradizioni della cultura malese. La cittadina più importante è Kota Bharu, che raggiungiamo a notte tarda e visitiamo il mattino dopo, in una giornata veramente torrida: l’umidità è altissima e fatichiamo a compiere brevi tragitti a piedi. A parte i soliti edifici governativi e amministrativi tutti intorno a Merdeka Square, ci inoltriamo in una costruzione ottagonale che ospita il Central Market, quattro piani di bancarelle di tutti i generi, dagli alimentari ai tessuti.
Nel pomeriggio assistiamo ad uno spettacolo musicale e all’illustrazione di vari strumenti a percussione e a corde tipici della cultura locale. Tentiamo poi di raggiungere alcuni negozietti segnalati sulle nostre guide, ma scopriamo con disappunto che tutti i riferimenti sono sbagliati. Prendiamo allora un taxi e chiediamo all’autista di portarci ad un certo indirizzo dove c‘è un bel ristorante malese in un giardino lussureggiante. Ma prima il nostro tassista non trova la strada e ci fa fare vari giri dell’isolato intorno al nostro albergo fermandosi a chiedere informazioni ai passanti nonché a suoi colleghi. Nessuno conosce la strada! Finalmente comprende la zona in cui ci deve portare e quindi, dopo un paio di chilometri ci scarica in una piazza indicandoci finalmente questa agognata via. Che è in realtà un vicolo deserto dove sono riconoscibili gli ex locali del nostro ristorante: sì perché è tutto in rovina e sbarrato. Che cosa è successo a Kota Bharu? Ce lo svelano più tardi alcuni turisti inglesi che cenano vicino a noi nell’unico ristorante che riusciamo ad individuare, cioè quello del nostro albergo, Perdana Hotel, il migliore della città. Una volta ridente e vivace cittadina, in seguito all’ascesa al potere di un partito musulmano fondamentalista, ha visto chiudere tutte le attività turistiche e commerciali man mano che si irrigidivano le norme cittadine in nome della religione. E l’austerity si riconosce persino nel menu dell’albergo, giacché per cena c’è pochissima scelta e l’indomani a colazione il buffet internazionale è composto unicamente da tè e fette biscottate.
Dopo questa abbondante e varia colazione, partiamo con destinazione Kuala Terengganu. La cittadina non si presenta particolarmente interessante: centro peschereccio fino a qualche tempo fa, ha mutato velocemente il suo aspetto dopo che sono stati ritrovati giacimenti petroliferi al largo della costa. Scendendo verso sud superiamo una serie di villaggi, seguendo la costa lineare e sabbiosa, orlata di fitti palmeti. Sostiamo a Marang per una visita al villaggio dei pescatori costellato di barchette coloratissime; poi a Rantang Abang dove ha sede il Turtle Sanctuary che cerca di tutelare le tartarughe marine della zona, con la raccolta delle uova, la custodia durante l’incubazione in aree protette e l’accompagnamento dei piccoli al mare. Costeggiamo Tanjung Jara, un’insenatura protetta da palme e frangipani dove nidificano le piccole green turtle; Dungun, dove i pescatori locali essiccano al sole quintali di pesce (interessante sosta, a parte gli insetti famelici attirati dall’odore e dal pesce in bella vista); Kerteh, un susseguirsi di stabilimenti petroliferi e raffinerie della Petronas, insulto alla bellezza di questo angolo marino; Kemanan e Cherating, dove ci fermiamo per un po’ di relax balneare. Il complesso alberghiero in cui alloggiamo, Cherating Holiday Villa, è molto bello, anche se dobbiamo discutere con più di un impiegato per farci assegnare una tripla decente e non una mini doppia in cui vorrebbero montare un lettino da campeggio. Dopo molte rimostranze, otteniamo una splendida suite composta da due stanze (una con letto matrimoniale e una con un letto che sembra a tre posti …) e due bagni, un successo veramente insperato per noi ragazze! Ci rechiamo subito sulla spiaggia, che è profonda e lunga: c’è un vento violento che non consente di distendersi al sole e il mare è particolarmente freddo e agitato. Non resta che concederci una lunga passeggiata esplorativa (niente conchiglie da raccogliere, però) ed il tentativo di raggiungere un villaggio di pescatori che però scopriamo essere dall’altra parte di una piccola baia non superabile a piedi o a nuoto. Torniamo delusi in albergo: nel giardino, riparato dalla vegetazione, si può prendere il sole comodamente sdraiati sul bordo piscina, oppure optare per un idromassaggio rilassante.
L’indomani partiamo per Mersing, punto di imbarco per le isole che circondano il tratto di costa di quest’area malese fino a Singapore. Un labirinto di formazioni laviche e coralline con il mare che assume tutte le colorazioni dal turchese al verde smeraldo. Noi siamo diretti a Tioman, considerata tra le dieci isole più belle del mondo, con i suoi picchi vulcanici, le cascate e i fiumiciattoli, la giungla pluviale che scende fino sulle spiagge, i boschetti di palme da cocco e i fondali cristallini. Qui non esistono strade, a parte quella che collega il piccolo aeroporto con la torre delle telecomunicazioni: solo sentieri tracciati tra i vari villaggi, dove è possibile alloggiare in strutture economiche, a meno che non si scelga il Tioman Island Resort, l’unica a livello internazionale, posto su un’area così vista che gli spostamenti interni avvengono con dei piccoli mezzi elettrici. Una volta fuggiti lontano dalle spiagge più frequentate, si può arrivare a piedi in piccole insenature deserte (e che rimangono fortunatamente tali per tutto il giorno), dove si ha la sensazione di essere completamente soli. Dalla giungla incombente si alza una spessa coltre di umidità e di tanto in tanto si sentono richiami di animali invisibili e inquietanti. Il mare è veramente splendido, con la marea che si innalza nel corso della giornata e trasforma il paesaggio circostante: le rocce che al mattino sono totalmente in secca, nel tardo pomeriggio vengono quasi sommerse. L’acqua è limpida, calda e piacevole.
Trascorriamo 5 giorni nell’isola, in un ozio completo…
Riapprodare a Kuala Lumpur dopo un breve volo diretto da Tioman è uno shock che avremmo voluto evitare. L’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur, con la sua giungla ingabbiata dall’avveniristica costruzione in vetro, ci ricorda che la Malesia di oggi si è imposta un obiettivo tassativo da raggiungere: l’appuntamento con il 2020, anno in cui il paese dovrà entrare di diritto nel consesso dei paesi sviluppati. “Selamang datang”. Benvenuti nel futuro. |