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Il sangue dei NARCOS (Al Revés #15)
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Scritto da Andrea Chile Necciai   

Messico: la “guerra della droga” ha già provocato 30mila morti in quattro anni.

Nel 2001, il Segretario di Stato Usa, Colin Powell, a proposito della lotta al narcotraffico in America latina dovette riconoscere che il problema della droga, che da decenni affligge la regione, non è endemico, bensì “dipende da ciò che succede nelle strade di New York e nelle vie di tutte le nostre grandi città”. In altre parole, il narcotraffico nell’area latinoamericana cresce e si alimenta grazie alla domanda di stupefacenti che proviene, prevalentemente, dagli Stati Uniti.

In Messico dopo l’adozione del Plan Mérida, che prevede aiuti economici per 350 milioni di dollari all’anno, il governo panista di Felipe Calderón aveva cominciato una vera e propria guerra contro i cartelli della droga, mobilitando migliaia di soldati tra effettivi dell’esercito, della marina militare e della polizia federale. A distanza di qualche anno, i “risultati” raggiunti sono ora sotto gli occhi di tutti: i massacri all’ordine del giorno, le operazioni di polizia anticrimine degenerate in guerra civile e il Paese trasformato in un gigantesco, orrendo, mattatoio.

In teoria, e secondo gli accordi presi con i vicini nordamericani, la guerra ai narcotrafficanti avrebbe dovuto impedire alla droga proveniente dal Sudamerica di fare il suo ingresso in Messico, attraverso la frontiera con Guatemala e Belize, per poi essere smistata verso gli Stati Uniti. Ma nei fatti, l’offensiva poliziesco-militare non ha prodotto alcun effetto positivo. Anzi, nel sud del Messico regna incontrastata la famigerata banda dei “Los Zetas” che si arricchisce, oltre che con la droga, anche con il traffico dei migranti centroamericani, in cerca di fortuna al nord, sfruttando questo enorme serbatoio di mano d’opera a buon mercato nella prostituzione e nella schiavitù del lavoro nei campi.

Secondo molti analisti, i fautori di questa guerra inutile, il presidente Calderón e i suoi mèntori nordamericani, continuano ad ignorare - o forse fanno finta di non sapere - che per affrontare opportunamente la questione narcotraffico si dovrebbe tener conto, anzitutto, di tre fattori fondamentali. E tutti e tre riconducibili alla medesima matrice.

In primo luogo, la maggiore richiesta di stupefacenti proviene dalla stessa nazione che più si impegna a combattere la proliferazione del narcotraffico in tutta l’America latina. Negli Stati Uniti, infatti, vivono milioni di consumatori di droga che si servono di un terzo di tutta la cocaina prodotta nel mondo: un giro d’affari gigantesco che fa gola un po’ a tutti, coinvolgendo anche le banche statunitensi. Dalla XII Conferenza Internazionale sul Riciclaggio è emerso che gli istituti di credito Usa, solo nell’ultimo decennio, avrebbero accolto nei loro caveaux tra i 2,5 ed i 5 trilioni di dollari, frutto di attività illecite come - appunto - il narcotraffico.

Dunque, meglio farebbero le autorità statunitensi a concentrarsi di più sugli aspetti legati alla prevenzione del fenomeno (magari investendo più risorse in programmi sociali per limitare il consumo di droghe nella popolazione), anziché insistere unicamente sul versante della repressione manu militari.

In secondo luogo, dagli Stati Uniti arrivano anche le armi per i cartelli messicani, grazie ad una fitta rete di “collaboratori”, tra funzionari di frontiera compiacenti e poliziotti corrotti, e alle protezioni a livello politico-imprenditoriale di cui godono gli stessi narcos.

Ed infine, andrebbero esaminate più a fondo alcune tra le più disastrose conseguenze del NAFTA, lo sciagurato accordo di libero commercio tra Stati Uniti, Canada e Messico, entrato in vigore a fine anni ’90. Il NAFTA, oltre a provocare l’impoverimento progressivo di intere masse di popolazione, ha costretto milioni di contadini svantaggiati ad abbandonare per sempre le loro terre, oppure a dedicarsi a coltivazioni più redditizie, passando dal mais all’oppio (e/o alla marijuana). Ciò risulta pure da un recente dossier pubblicato dal periodico “La Jornada”, che denuncia la presenza nel nord del Messico di grandi latifondi coltivati ad oppiacei, molti dei quali sono addirittura sorvegliati dai militari. Secondo le stime più ottimistiche, un quarto di tutta l’economia messicana sarebbe già nelle mani dei narcos.

Per molti Paesi dell’America latina, decidere di adottare la strategia nordamericana di contrasto al narcotraffico, con i suoi metodi repressivi, significa esporsi sempre di più all’ingerenza della Casa Bianca nei propri affari interni, con il rischio di cadere - o ricadere - sotto il suo controllo militare, economico e politico. Come nel caso messicano, in cui la sovranità del Paese è stata consegnata agli Stati Uniti in cambio dell’adozione di una politica antidroga cinica e spietata. Ed è ovvio che dietro il paravento della lotta al crimine organizzato si nascondono soprattutto ingenti interessi economici. Così, mentre il sangue di tanti messicani scorre a fiotti nelle strade, pochi privilegiati si ingrassano con i lauti profitti della “narcoguerra”.

 
L’Europa come l’America latina degli anni 80-90
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Scritto da Andrea Chile Necciai   

L’Europa come l’America latina degli anni 80-90.

Il Vecchio Continente alle prese con deficit statali e misure di austerità “anticrisi”.

 

di Andrea Necciai

Da un po’ di tempo, alcuni analisti economici hanno cominciato a parlare di “latinoamericanizzazione” dell’Europa. Il riferimento è al programma di risanamento dell’Unione Europea, basato su un pacchetto di riforme di stampo liberista atte a contrastare l’attuale crisi economica. Si tratta, in realtà, di un déjà-vu di deregolamentazione, misure di aggiustamento strutturale e tagli allo stato sociale che rievoca il dramma dell’America latina degli anni ottanta e novanta: un intero continente sottomesso al FMI, al “Consenso di Washington” e al suo capitalismo cannibale.

Per comprendere appieno l’origine di questa crisi economica, occorre fare un passo indietro agli anni dell’esplosione negli Stati Uniti delle bolle speculative, quelle che hanno messo in ginocchio l’intero sistema finanziario internazionale. La deregulation applicata a questo settore, che aveva già evidenziato negli corso degli anni un enorme flusso di speculazione sfrenata, ha prodotto come conseguenza un’invasione di “titoli spazzatura”. Sono stati questi fondi il detonatore della crisi del 2008, nel momento in cui negli Usa molti contraenti non sono stati più in grado di pagare le rate dei prestiti e dei mutui. E solo a quel punto, tutti hanno tentato di disfarsi al più presto dei “titoli spazzatura”: molti tra quei prodotti finanziari che fino a poco tempo prima erano stati valutati come “sicuri” dalle agenzie di rating, ma che ancora oggi circolano per le Borse come mine vaganti “intossicando” il sistema finanziario.

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Un terrorista chiamato “El Panzón”
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Scritto da Andrea Chile Necciai   

"Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, tutto il resto è propaganda."

Chi è Francisco Chávez Abarca, il braccio destro di Posada Carriles.

I servizi di sicurezza venezuelani sono riusciti a mettere le mani sul terrorista salvadoregno Francisco Chávez Abarca, considerato il braccio destro di Luis Antonio Posada Carriles - l’ex agente della CIA attualmente in attesa di giudizio negli Usa per violazione della legge sull’immigrazione -, responsabile dagli anni ’70 di una serie di attentati contro Cuba e di altre “operazioni eversive” compiute in vari paesi del subcontinente.

Chavéz Abarca, meglio conosciuto con il nomignolo di “El Panzón", stava tentando di entrare in Venezuela munito di credenziali e passaporto falsi. Le intenzioni del criminale salvadoregno sono ancora sconosciute, ed è probabile che neppure gli interrogatori del Sebin (il servizio di intelligence bolivariano), o dell’Interpol, porteranno a qualche confessione.

Cosa è andato a fare El Panzón in Venezuela? Che tipo di incarico o di missione è stato chiamato a svolgere nel paese bolivariano? E per conto di chi? Per il momento il quadro della situazione è ancora oscuro; sono invece ben conosciute le attività criminali a cui si è fin qui dedicato il personaggio in questione.

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La lunga mano del Mossad
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Scritto da Andrea Chile Necciai   

"Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, tutto il resto è propaganda."

L'impronta sionista nelle "guerre sporche" dell'America Latina.

Da qualche tempo in tutto il subcontinente latinoamericano (ma specie in Centroamerica e nei Caraibi) sta operando una nuova e potente "internazionale del terrore". Più esattamente, si tratta di una zona grigia in cui interagiscono specialisti nelle guerre di bassa intensità, commercianti di armi, apparati dei servizi segreti e di sicurezza statali in stretta collaborazione con contractors privati. Sotto la consueta regia di Washington e con il concorso di tutti questi attori, gli alti comandi degli eserciti alleati possono ora mettere in scena operazioni coperte e di polizia politica molto più efficaci che nel passato; come hanno recentemente dimostrato nell'attuazione del colpo di stato in Honduras (contro un governo eletto democraticamente) e nel soffocare con le armi la resistenza pacifica del suo popolo.

E' ovvio che azioni di questo genere richiedono un know-how di alta professionalità.
Per questo motivo tra tutti gli specialisti del settore si distinguono gli agenti israeliani, in virtù della loro storica esperienza in materia di controinsorgenza e di repressione dei movimenti popolari di opposizione, tanto in Medio Oriente come in America Latina.

Nel caso del golpe honduregno del giugno 2009, il CODEH (Comitato per i Diritti Umani dell'Honduras) ha denunciato ha più riprese che "il regime di Micheletti ha assunto ufficiali israeliani per addestrare l'esercito honduregno all'uso della violenza contro i manifestanti, compreso l'assassinio selettivo, per instaurare il terrore e smantellare la resistenza", ed informa inoltre che "compagnie di sicurezza private" [leggi "contractors"- ndr] sono direttamente coinvolte nella repressione".*

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Shock economy in salsa latina
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Scritto da Andrea Chile Necciai   

Il Cile di Pinochet e le "cavie di laboratorio" dei Chicago Boys. Negli ultimi decenni l'America Latina è stata il principale laboratorio di sperimentazione delle cosiddette "terapie di shock", un insieme di misure economiche "di emergenza" (molto gradite a corporations e multinazionali) che comprendevano privatizzazioni su larga scala e drastici tagli alla spesa sociale. Applicati secondo i paradigmi del "libero mercato", tutti questi provvedimenti hanno contribuito nel tempo a indebolire e depauperare interi Stati e popolazioni. In uno dei suoi saggi più letti, il defunto economista Milton Friedman, considerato uno dei padri fondatori della dottrina neoliberista, sembrava aver trovato la panacea per il capitalismo moderno quando affermava che "soltanto una crisi, autentica o supposta, può produrre un cambiamento reale. Quando si produce una crisi, le azioni che si adottano devono dipendere dalle idee dominanti". E Friedman seppe come sfruttare una crisi "su grande scala" quando, a metà degli anni 70, entrò in contatto con il dittatore cileno Augusto Pinochet. In quel tragico capitolo della sua storia il Cile, già prostrato dal colpo di stato militare ai danni del governo legittimo del socialista Allende, stava soffrendo un periodo di grave crisi economica dovuto all'iperinflazione. Friedman colse la palla al balzo e raccomandò a Pinochet di imporre una repentina trasformazione dell'economia a base di tagli alle tasse, libero commercio, privatizzazione dei servizi pubblici, drastica riduzione della spesa sociale e deregulation. Il risultato fu la più grande trasformazione capitalista mai realizzata nella storia del Continente (meglio conosciuta come "Rivoluzione della Scuola di Chicago"). Ma le conseguenze furono soprattutto licenziamenti di massa, disoccupazione crescente e aumento delle povertà.

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Obama e il "giardino di casa"
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Scritto da Andrea Chile Necciai   

Nuovi scenari per Stati uniti e America latina?

"Da soli non andiamo da nessuna parte". Con questa frase ad effetto Barack Obama concludeva il Summit delle Americhe, tenutosi il mese scorso a Trinidad e Tobago nei Caraibi. Il presidente statunitense si è presentato al cospetto dei leader dell'America latina (con l'eccezione dei rappresentanti di Cuba, esclusa dal
convegno) con l'intenzione di riabilitare l'immagine del suo Paese nel continente, sforzandosi di accreditare gli Usa come un partner "affidabile e collaborativo"
nella soluzione della crisi economica e dei numerosi altri problemi che affliggono la regione.

Svoltasi in un clima molto cordiale, lontano anni luce dalle tensioni causate dall'atteggiamento altezzoso e ostile di Gorge W. Bush, questa cumbre ha concluso la sua quarta edizione con la promessa da parte di tutti i delegati di una maggiore collaborazione tra i loro Paesi di appartenenza, includendo persino i presidenti meno "allineati": Chavez (Venezuela), Morales (Bolivia) e Correa (Ecuador), nemici giurati dell'amministrazione Bush, hanno infatti mostrato incoraggianti segnali di apertura nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca.

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