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Cuba duele?
Mericalatina
Scritto da Andrea Chile Necciai   

Negli ultimi giorni, abbiamo assistito al susseguirsi di violente critiche da autorità politiche e religiose, da importanti uomini di cultura e dell’informazione all’indirizzo del governo cubano. Questa ondata di contestazione ha per oggetto il duro giro di vite operato dall’amministrazione castrista contro l’opposizione interna al regime. Nell’arco di poche settimane, infatti, sono state comminate nell’isola caraibica tre esecuzioni capitali e numerose altre condanne a pesanti pene detentive nei confronti dei dissidenti politici. Del tutto inaspettatamente, le filippiche più severe sono arrivate da personaggi del calibro di Galeano e Saramago, uomini di insospettabile fede socialista che in passato hanno sempre difeso le scelte della Rivoluzione. L’evolversi di questa situazione ha gettato sgomento anche negli ambienti della sinistra europea, delineando una spaccatura netta tra chi continua a considerare Cuba il baluardo della lotta contro il neoliberismo americano e chi, per converso, ha deciso di cambiare rotta unendosi al coro quasi unanime dei contestatori. Spesso i giudizi espressi su Cuba, critici e sprezzanti, non tengono sufficientemente conto dei suoi trascorsi storici, come pure del contesto socio-economico di riferimento (lo stato di salute degli altri Paesi dell’America Latina, in quanto a benessere e democratizzazione, desta ben più preoccupazione). A questo proposito, è utile ricordare che le conquiste in campo sociale (assistenza sanitaria e istruzione gratuita per tutta la popolazione – caso unico nel contesto latinoamericano), conseguite dalla Rivoluzione Cubana, hanno prodotto nel tempo una drastica riduzione del tasso di analfabetismo e mortalità, vale a dire le peggiori piaghe ereditate dal regime filo-statunitense di Fulgencio Batista (1952-1958). Questi importanti obiettivi sono stati raggiunti e consolidati a prezzo di enormi sacrifici, nonostante la pressione dell’embargo statunitense (in vigore da oltre 40 anni) che continua a privare Cuba delle risorse necessarie al suo sviluppo economico e sociale. Per meglio contribuire a far chiarezza sulle questioni appena accennate, riceviamo e pubblichiamo con piacere la lettera della professoressa Maria Cordova, docente dell’ “Instituto Superior de Artes” dell’Avana. Le parole che seguono testimoniano - fuor di retorica e meglio di qualsiasi trattazione o ricerca sociologica - il dramma quotidiano vissuto dal popolo cubano.

Lettera di una madre cubana al mondo.

Sono un’intellettuale cubana, maestra di molti giovani limpidi e sognatori, e madre di due sani e graziosi bimbi. Oggi, osserviamo che alcune persone di cultura - non solo rispettate, ma in alcuni casi addirittura venerate qui a Cuba - si sono messe a contestare duramente i gravi provvedimenti decisi dal nostro governo contro quegli elementi sovversivi che agiscono per conto della “controrivoluzione”. Fortunatamente però altri uomini di cultura, tra i quali il saggio Heinz Dietrich, sostengono con forza né più né meno che la VERITA’. Pertanto anch’io, umile madre e maestra, sento il bisogno di far conoscere al mondo la mia verità. Sanno, quelli che ci criticano, cosa significa esattamente e concretamente vivere sotto un embargo? Si rendono conto che Cuba è un paese del terzo mondo messo in ginocchio economicamente e, per giunta, duramente castigato per anni e anni? Voglio parlare di “piccole storie”. Un giorno del lontano 1995, all’apice della disperazione, annotai su un quaderno questi appunti: “oggi in casa non abbiamo niente da mangiare, nessun detersivo per lavare (gli indumenti si sono infeltriti a furia di esser lavati con il sale), né sapone, né dentifricio, cerotti sanitari, penne e carta per scrivere; nessun tipo di medicinali, tè, bevande e combustibile… Che fare?” E chiedo: “quelli che ci criticano hanno mai vissuto un solo giorno della loro vita come questo?” Sanno, quelli che ci criticano, cosa significa assistere un anziano moribondo di 92 anni (mio padre malato di cancro) e non aver nulla per sfamarlo? Cosa significa per un intellettuale prestigioso andare in giro per il quartiere alla ricerca di un bicchiere di latte per “mio padre che sta morendo”? O dover andare per i campi a cercare legna per cucinare un po’ di cibo caldo per lo stesso anziano moribondo e, con preoccupazione, guardare in cielo le nubi addensarsi perché “se piove oggi non si mangia?” O prestare servizio in un pronto soccorso la notte del 31 dicembre (del 1997), avendo a disposizione soltanto 6 (sei) aspirine per far fronte ai casi urgenti di persone malate? In uno di quei terribili anni, un alunno mi chiese: “Non se ne va, professoressa?” No, non me ne vado, perché desidero condividere questa tragedia insieme al mio popolo - e con i miei figli - , con la gente del quartiere, con i miei studenti affamati, con i miei amici, i miei conoscenti e con tutti. Non me ne vado per una semplicissima ragione: non posso e non voglio. Per questo occorre avere un tremendo coraggio. Perché per vivere in questo “castigo imperiale” che è Cuba, bisogna essere tipi duri e “rincoglioniti” (scusate, ma non ho un altro vocabolo). E’ la pura verità. C’è una cosa che il mondo deve ricordare. Noi madri cubane, castigate dall’impero statunitense da sempre e fino all’impossibile, abbiamo sacrificato molte delle nostre migliori persone per una semplice ragione: non vogliamo bambini analfabeti, mendicanti o drogati, né trafficanti o assassini. Non vogliamo bambini senza futuro, sorrisi senza amore. Capite tutto questo? Un’altra cosa va ricordata oggi, e non va mai dimenticata: la pace, la sicurezza e la felicità attuale dell’infanzia e della gioventù cubana non sono negoziabili. In nessun modo negoziabili! Per quale motivo, poi, dopo tanti sacrifici e privazioni, noi cubani dovremmo permettere ad 80 loschi individui di minacciare la tranquillità dei nostri figli? Sanno, quelli che criticano, per quale ragione una buona parte del popolo cubano si ostina a sopportare simili atrocità e torture psicologiche? Nessuno se lo è chiesto? O forse qualcuno pensa che i cubani siano masochisti?

In questi giorni tra la nostra gente circola un nuovo proverbio arabo: “Fortunati quelli che possiedono il petrolio, perché saranno invasi”. Mi piacerebbe proporre anche quest’altro: “Fortunati gli originali, i creativi, i ribelli, i pazzi, gli innamorati, i disobbedienti, i sognatori, perché anche questi saranno castigati”. E quale castigo! Tuttavia andiamo avanti, essendo pazzi, innamorati, sognatori, disobbedienti e ribelli, perché semplicemente ne vale la pena. E’ il grande senso della nostra vita. E l’unico modo per togliercelo è infliggerci la morte. Sulla dissidenza noi cubani potremmo scrivere un trattato. Si possono trovare qui dissidenti di ogni genere. I “dissidenti felici”, che con il lustro del titolo universitario accorrono in massa negli Stati Uniti. I “dissidenti eleganti”, maestri di gran prestigio, che tornano sull’isola in inverno per tenere le loro conferenze…e ti salutano con aria “primomondista” (e gli alunni che hanno abbandonato? Ah… i poveri. Che possiamo farci?). Ci sono poi i “vergognosi”, nascosti nelle chiese, che quando il Papa dichiara di essere contrario alla guerra abbassano lo sguardo… I “narco-dissidenti” che fabbricano caramelle drogate per i nostri bambini. Oppure gli “eleganti” che si sottopongono ad interventi di chirurgia plastica (gratis, naturalmente). O ancora “gli onorevoli”, con i loro figli all’Università, che reclamano i migliori medici senza però pagare nulla. Tuttavia, ci sono altri dissidenti dei quali nessuno parla mai. I dissidenti di tutti i giorni, quelli che vengono criticati fino allo sfinimento. Quelli che – come diciamo noi a Cuba – “non capiscono”: i pazzi, i sognatori, i disobbedienti. Quelli che, lavorando come bestie da soma, hanno lottato - e continueranno a lottare - fino all’impossibile per salvare Cuba (la nostra Cuba) dal collasso degli anni 90. Quelli che si sacrificano duramente, mettendo da parte altri sogni e illusioni, per impedire che questi yankees di merda vengano ad insozzare la nostra terra e a rovinare i nostri figli. Perché il loro sudiciume lo conosciamo molto bene. Ripeto: molto bene! Vorrei ringraziare, infine, tutti i nostri amici sparsi per il mondo. In primo luogo, grazie agli umili, a quelli che hanno sempre rispettato questi pazzi sognatori, ribelli, disobbedienti e “castigati”.

Grazie a quelli che nonostante tutto “capiscono”; grazie a quelli che di fronte alle ingiustizie non si tirano mai indietro e a quelli che ci animano. Grazie, in ultimo, a coloro che continuano ad inviarci indumenti, scarpe, matite, quaderni, libri, mezzi di trasporto, computer, dollari e medicine… In realtà ci mandano molto di più: amore, comprensione ed un sostegno morale decisivo nelle ore più difficili. Per tutti questi amici e compagni oggi siamo ancora qui e continueremo a restarci!

 
 

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