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Le vene sempre aperte dell’America Latina
Mericalatina
Scritto da Andrea Chile Necciai   

A più di dieci anni dalla caduta del “socialismo reale”, caratterizzato da aspirazioni frustrate e rivoluzioni tradite, l’America Latina del nuovo millennio continua tristemente a riproporre storie di ingiustizie scandalose, di governi corrotti e di guerriglieri temerari. Ma a risultare intollerabili, almeno per larga parte della stampa e della politica, sono soltanto i guerriglieri che ogni tanto sembrano sbucare dal nulla: come i piccoli maya capeggiati dal Sup Marcos o i giovanissimi Tupac Amaru peruviani o ancora i ribelli delle FARC colombiane. “Idioti idealisti” e “bandoleros senza ideali” sono solo alcuni degli appellativi coniati dai soloni dell’informazione che attaccano i movimenti rivoluzionari del continente latinoamericano. I critici però evitano accuratamente di spiegare che la guerriglia dipende, nasce e cresce dalla mancanza di libertà e dalla miseria di intere popolazioni. Guido Piccoli ci ricorda che “le annuali statistiche economiche testimoniano implacabilmente che la stragrande maggioranza del mezzo miliardo di persone che vive dal Rio Bravo alla Terra del Fuoco è molto più povero dei tempi del Che e di Allende”. Dappertutto diventano ogni giorno più scandalose le ingiustizie sociali, a causa dello strapotere di latifondisti e multinazionali, ma anche delle politiche neoliberiste che impongono l’apertura dei mercati e le privatizzazioni. I paesi poveri, per giunta, sono schiacciati dalla morsa del debito, che costringe i loro governi a versare interessi scandalosi alle banche internazionali e alle nazioni del ricco e opulento nord del mondo. Se è vero che quasi ovunque sono cadute le dittature militari, sostenute negli anni della Guerra Fredda dal governo di Washington, è altrettanto evidente che le giovani “democrazie” dei paesi latinoamericani, se viste da vicino, si rivelano una scatola vuota. Le elezioni sono tutto fuorchè libere: i brogli, i ricatti del Fondo Monetario e degli Usa, le cospirazioni contro i movimenti popolari impediscono quasi ovunque la piena affermazione dei diritti civili. Politici e giornalisti onesti, intellettuali e sindacalisti combattivi vengono emarginati, minacciati, uccisi o costretti all’esilio. Tali pratiche vengono tuttora perpetrate in Cile, Argentina, Guatemala, Colombia, Venezuela con la “guerra di bassa intensità”, messa in atto dagli agenti dei servizi segreti, dagli squadroni della morte o dai gorilla delle multinazionali. Oggi come ieri, la regia di questo orrendo spettacolo è diretta dagli Stati Uniti d’America. “E’ a Washington che si compilano le classifiche dei buoni e dei cattivi, in base al grado di affidabilità o di asservimento dei governi di ogni paese […]. Era nella School of Americas di Panama, che si sono addestrati per decenni alla messa in pratica di questa guerra sporca 50mila ufficiali degli eserciti latinoamericani (tra loro il cileno Pinochet, il paraguaiano Stroessner, l’argentino Videla, il boliviano Banzer e il panamense Noriega), imparando ad esempio le tecniche più efficaci della tortura. Ed è nelle accademie militari statunitensi, che continuano ad essere addestrati gli ufficiali degli eserciti latinoamericani. Con gli obiettivi di sempre, anche se – per evidenti problemi d’immagine – nei programmi è stata introdotta anche la materia dei Diritti Umani”. Altra acqua dovrà passare sotto i ponti, altre sconfitte e delusioni dovranno venire prima di approdare ad un serio cambiamento. Oggi, tuttavia, la speranza che si affaccia nel futuro dell’America Latina porta il nome di Lula da Silva. Alle ultime elezioni presidenziali brasiliane “il presidente del popolo” ha incassato un autentico plebiscito. I suoi programmi parlano di lotta alla miseria e di progresso sociale per le masse popolari. Partirà da Porto Alegre la riscossa delle sinistre nel Continente dimenticato?

 
 

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