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Povera Bolivia, lontana e sola
Mericalatina
Scritto da Andrea Chile Necciai   

Correva l’anno 1967. In località La Higuera (valle dello Yuro) veniva barbaramente giustiziato Ernesto “Che” Guevara, in seguito alla cattura per mano delle forze speciali dell’esercito boliviano, addestrate ed armate negli Stati Uniti. Il libertador argentino era giunto in terra boliviana con un pugno di guerriglieri, convinto di poter gettare le basi per un moto rivoluzionario che, almeno nelle sue intenzioni, era destinato ad espandersi in tutto il continente. L’esito dell’impresa fu invece, come sappiamo, disastroso. A più di trent’anni da quell’evento, la tragedia si rinnova in un paese, la Bolivia, che dai tempi dei “conquistadores” ha subito ogni sorta di saccheggio dai colonizzatori di turno. L’avidità dei mercanti dell’Occidente ha già provocato, nei secoli scorsi, la razzia dell’argento di Potosì (responsabili gli spagnoli) e del salnitro (gli inglesi). Il popolo boliviano, il più povero tra i più poveri del sudamerica, ebbe in cambio migliaia di indigeni morti nelle miniere e una perdurante condizione di miseria. Oggi, a far gola ai nuovi sfruttatori del pianeta ci sono petrolio e gas, ossia le ultime risorse rimaste in abbondanza nella terra andina. Evidentemente la vacca, sebbene sempre più magra e debilitata, può essere ancora munta a dovere. Almeno così pensavano le compagnie nordamericane, che negli ultimi tempi hanno beneficiato di enormi quantità di idrocarburi venduti sottocosto dal governo boliviano dell’ossequioso e compiacente presidente Sanchez de Lozada, soprannominato per questo motivo el Gringo. Se non che, nel mese scorso, la pressione esercitata dai tumulti popolari e dagli scioperi ad oltranza è divenuta insostenibile, tanto da costringere el Gringo e i suoi sodali alle dimissioni e ad una precipitosa fuga in quel di Miami. Così, dopo sei settimane convulse ed una lunga scia di sangue - si calcola che le vittime della repressione tra i manifestanti siano un’ottantina - il vice di Sanchez, Carlos Mesa, ha finalmente preso le redini del paese giurando fedeltà alla Costituzione davanti al Congresso. Dopo aver reso un doveroso omaggio ai caduti nella rivolta popolare, il nuovo presidente pare ora intenzionato a soddisfare le tre principali richieste dell’opposizione: un referendum nazionale sulla questione del gas (il “detonatore” che ha fatto esplodere la protesta), la revisione della Ley de Hidrocarburos - con cui el Gringo aveva regalato alle multinazionali l'ultima risorsa rimasta alla Bolivia - ed infine la creazione di un'assemblea costituente. La prospettiva, sempre secondo il neo- presidente, è di giungere al più presto a nuove elezioni. Come era ovvio aspettarsi, gli unici a rimanere delusi dagli sviluppi della crisi boliviana sono gli statunitensi. Il Dipartimento di Stato americano, rasentando l’ipocrisia, comunica a denti stretti che “gli Usa sono pronti ad assistere il popolo boliviano e il suo governo impegnato nel compito essenziale di rimettere ordine nelle istituzioni nazionali”. Nel frattempo, però, si sono affrettati a costituire un team di esperti militari - trattasi, con ogni probabilità, della solita équipe di prezzolati specialisti delle operazioni anti-sommossa - per garantire la sicurezza della loro ambasciata a La Paz. Sempre sul fronte esterno, l’Argentina di Kirchner e il Brasile di Lula hanno fatto sapere di apprezzare l’insediamento del nuovo presidente. Elogi e plausi arrivano anche dall’Unione Europea. E pensare che fino a qualche settimana fa Bruxelles continuava a sostenere imprudentemente l’operato di Sanchez de Lozada! Tirando le somme, dopo i precedenti disastrosi di Brasile ed Argentina - tanto per citare i fallimenti più eclatanti - il caso boliviano dovrebbe finalmente indurre Stati Uniti e UE a rivedere, in fatto di politica economica, le strategie che da una ventina d’anni tentano di imporre sciaguratamente al continente latinoamericano. Strategie di un capitalismo “d’assalto” che non può funzionare sui paesi “vittime” (il sud del mondo) e che persino nelle aree più ricche ed industrializzate (il nord del mondo) continua a produrre, lentamente ma inesorabilmente, conseguenze sociali devastanti.

 
 

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