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Sulle orme di Tupac Amaru
Mericalatina
Scritto da Andrea Chile Necciai   

“Sole raggiante delle Ande, tu che cammini per il mondo[…] Quante voci oggi ti acclamano se sei astro o se sei dio. Se l’uomo è a tua immagine, perché ti allontani da lui? Se il povero è tuo amico, perché gli volti le spalle?”. Sono parole di una canzone di Manuel Silva, celebre cantautore peruviano meglio conosciuto con il nome di Pichincucha. Sono grida di dolore e risentimento di un popolo martoriato per secoli dalla miseria e da una serie infinita di soprusi e ingiustizie sociali. Il Perù di oggi, dopo la triste parentesi del regime autoritario di Alberto Fujimori, sta attraversando una delicata fase di transizione democratica. L’attuale governo “socialdemocratico” di Alejandro Toledo, insediatosi nel luglio del 2001, ha preso in eredità un paese sull’orlo del collasso, a causa degli effetti nefasti delle politiche neoliberiste degli anni 90 che hanno fatto aumentare a dismisura il debito estero e la disuguaglianza sociale. Secondo il rapporto di “Social Watch” per l’anno 2001, “a Lima il 45,2% della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta; nelle aree rurali la percentuale sale al 66,1%. Nelle aree urbane l’84% della popolazione dispone di acqua potabile; nelle aree rurali solo il 33%. Nelle aree rurali esistono poche scuole secondarie e il programma di istruzione primaria è decisamente scarso. Fra i non poveri, soffre di malnutrizione l’11% dei bambini al di sotto dei cinque anni; fra i poveri assoluti la percentuale sale al 43,5%. Un altro dato allarmante è il fatto che solo il 7,4% delle persone che vivono in condizioni di povertà assoluta ricorre alle strutture sanitarie in caso di malattia”. In questo scenario di recessione economica e crisi sociale, riprendono vigore i movimenti armati di “Sendero Luminoso” e gli irriducibili combattenti del “Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru”, dei quali si erano da tempo perse le tracce. Le origini del MRTA risalgono al 1982, anno della sua fondazione in seguito alla fusione di una parte consistente del Partito Socialista Rivoluzionario Marxista Leninista (PSR-ML) con l’avanguardia Rivoluzionaria (VR). Tuttavia, il gruppo guerrigliero affonda le sue radici culturali e politiche ben più indietro nel tempo: nella storia dei moti di ribellione del popolo inca sotto l’occupazione spagnola. Il suo faro ispiratore è Tupac Amaru, l’inca che quattro secoli fa guidò una gigantesca rivolta contro l’occupante straniero, poi sedata col sangue dei ribelli insorti. Gli indios ancora oggi lo venerano come un Dio che subì il martirio e vedono nel patibolo, sul quale si immolò, il simbolo del nuovo calvario del popolo peruviano. Dopo anni di lotta clandestina e sempre alla ricerca di maggiore visibilità internazionale, nel 1996 l’MRTA passa decisamente all’azione con un audace colpo di mano a Lima. Un gruppo armato di giovani militanti (tutti di età compresa tra i 15 e i 18 anni) fa irruzione nell’ambasciata giapponese capitolina dove vengono prese in ostaggio 72 persone. Si tratta, per lo più, di funzionari governativi e diplomatici internazionali. Gli obiettivi del commando guidato da Nestor Cerpa Cartolini vanno ben oltre la richiesta avanzata dal gruppo, ossia la scarcerazione immediata dei detenuti politici del MRTA (condizione necessaria per ottenere il rilascio degli ostaggi dell’ambasciata); si tenta piuttosto, con quell’azione eclatante, di attirare l’attenzione del mondo sul dramma vissuto dai peruviani sotto la dittatura fujimorista. In effetti, l’impatto mediatico suscitato è enorme, a tal punto che i combattenti dell’MRTA ottengono l’apertura di una lunga mediazione internazionale. Questa soluzione garantirebbe almeno l’incolumità dei guerriglieri che avrebbero asilo politico da un paese amico; ma i margini della trattativa sembrano comunque esigui. Infatti dopo un assedio di 126 giorni, il governo decide improvvisamente di rompere gli indugi dando via libera all’intervento dei corpi speciali. Ora tutti gli occhi del mondo sono puntati su Lima, mentre gli operatori della CNN documentano in diretta televisiva - con l’enfasi spettacolare di un film d’azione hollywoodiano - le fasi finali dell’attacco all’ambasciata. Gli assaltatori dell’esercito fredderanno senza pietà uno dopo l’altro tutti i giovani ribelli, lasciando sul terreno anche uno degli ostaggi, Carlos Giusti (giudice della Corte Suprema di Lima, nonché oppositore politico di Fujimori), che verrà “provvidenzialmente” raggiunto da un proiettile vagante. Alberto Fujimori esce così vincitore da quel lungo “braccio di ferro”: può finalmente accreditarsi agli occhi di Clinton e dei “poteri forti” dell’economia come risoluto tutore dell’ordine pubblico. Qualche anno dopo, però, sarà lo stesso “Chino” a scontare gli abusi del suo governo: nel giugno del 2001 il suo braccio destro Vladimiro Montesinos, capo dei servizi segreti (il famigerato SIN) e vera “eminenza grigia” del regime, viene incriminato per aver corrotto - con elargizione di cospicue somme di denaro - alcuni membri del parlamento ed altri esponenti dell’opposizione. Travolto dagli echi dello scandalo e ormai privato del consenso popolare, Fujimori si decide finalmente a lasciare il Perù per la sua terra d’origine, il Giappone, dove vive tuttora in una sorta di esilio dorato, appena sfiorato dai procedimenti giudiziari (corruzione e narcotraffico) che gravano sulla sua persona. Il destino di 25 milioni di peruviani dipende ora dall’operato dell’amministrazione Toledo che promette giustizia e prosperità, senza però - al momento - aver concretizzato nessuno degli impegni presi con gli elettori. Come in Ecuador nel gennaio 2000 contro il presidente Mahuad, o in Argentina nel dicembre 2001 contro De La Rua, o in Bolivia lo scorso mese contro Sanchez De Losada, i popoli del “Cono Sur” continuano ad insorgere contro il modello economico che dovunque in America Latina ha aggravato la corruzione, impoverito le popolazioni e favorito disuguaglianza ed esclusione sociale.

“Come un eremita antico io trascorro qui i miei giorni su queste carte e scrivo la storia del mondo offeso (…) Soffro, ma scrivo, e scrivo di tutte le offese, una per una, e anche di tutte le facce offensive che ridono per le offese compiute e da compiere”.(Elio Vittorini)

 
 

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