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TRE ATTI
Novelle
Scritto da Alice Mammola   

*Sul tram*

*ATTO I*

Luigi Baretti, in arte Ermes, è in piedi, si regge con una mano al mancorrente del mezzo e pensa:

Quanta gente, bene bene. Ho l'imbarazzo della scelta. La vecchia? No, è guardinga, tiene la borsa stretta a sé. Quel signore, ora mi avvicino, mah, non avrà molto. Non ne vale la pena. Ho voglia di un cicca, ma dopo, dopo..

Altra fermata, altro giro. Bene, molta gente.

Mm, questa ragazza che si è appena seduta là in fondo mi sembra perfetta, ha l'aria di essere immersa nei suoi pensieri. Mi avvicino.

Carina, però. Peccato per quel taglio di capelli! Ha proprio l'aria da ragazza di buona famiglia. Maglioncino *lacoste, *jeans attillati, scarpe di *Prada*. Uno schifo! Ma c'è proprio bisogno di tutti 'sti loghi? E' un invito a delinquere! Pare dire... ho il portafoglio pieno di contanti!

Vado a vedere più da vicino. Cazzo! Si è accorta che la sto puntando. Farò l'indifferente per un po'. Devo decidere: o mi avvicino subito, o uso la tecnica del spingi spingi al momento dell'uscita.

Si sta alzando! Devo agire subito, eccola qui che sta per scendere.

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Clara e Guido
Novelle
Scritto da Stefano Mammola e Alessandro Giresi   

Martedì mattina Clara si svegliò, si concesse una breve toilette, fece colazione e decise di uccidere suo marito.

Guido era un critico d'arte: ricco, acculturato, brillante, sano come un pesce.

Si erano conosciuti una sera di ormai quasi trent'anni prima, in una galleria d'arte della Milano bene: lui commentava i Tagli di Fontana, lei lo ascoltava rapita. Qualche ora dopo si trovavano a casa di lei, con tutto quel che segue.

I primi anni erano stati fantastici: Guido col suo lavoro poteva mantenere entrambi, così lei ebbe il tempo di coltivare la sua passione per le piante - da botanica dilettante: raccoglieva campioni, lì classificava e sperimentava talee nel suo giardino. Guido le aveva sempre dedicato mille attenzioni, regalato molti momenti felici, parole dolci e musa quanto basta. Col tempo purtroppo, aveva rivelato l'altra faccia di sé: sotto le mentite spoglie di marito amorevole si celava un uomo pistino, pedante, terribilmente preciso. Descrivere quanto fosse maniacale nel sistemare le sue cose, programmare la giornata, ricevere gli ospiti risulterebbe difficile; richiederebbe un trattato degno di Sigmund Freud.

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Autopsia di una ricorrenza
Novelle
Scritto da Zenone   

Le catacombe d’auto di Zena celavano odori di plastica brasa mentre faticosamente provavamo a risalire. Cinquanta metri più in alto il vento freddo sferzava da Nord, tramontana, urlavano. Era il 10 Gennaio e Chinasky riempiva le sue tasche di scuri fazzoletti mal piegati. Girammo quasi subito per Piazza Matteotti, ma proseguimmo diritto, mentre Il Nero galoppava radente i muri per sentire meno freddo. Orde di motorini chiedevano ai passanti quale fosse la propria meta. Ma loro rispondevano in malo modo, tralasciando la poetica e l’idillio. Decidemmo quindi di fermarci a ridosso di un vicoletto con scale ripidissime verso il basso, dove un’insegna annunciava l’alcova dove avremmo passato la notte. Lasciammo i bagagli all’interno della camera, inebriandosi leggermente, come quando si entra in una casa poco frequentata. Fumammo sigarette scure per segnare in qualche modo il territorio e prendemmo una via secondaria per tornare verso Piazza Matteotti. Qual’era la direzione nessuno ce la imparò, qual’era il nostro vero nome, ancora non lo sapevamo. Sputammo a terra per disprezzo verso il grigio, ed entrammo.

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Favola Partigiana
Novelle
Scritto da Bizza   

Cadde la neve, copiosamente, accarezzando il Mondo, la terra contadina, con la sua antica ninna-nanna.

Cadde come mai cadde e come mai cadrà più. Gli uomini infreddoliti da anni si chiedevano se stesse cadendo anche per loro, che tanto ormai desideravano la pace, desideravano la casa, o la moglie o la mamma.

Pure i fucili si domandavano se la neve stesse cadendo per loro; non che facesse differenza, oramai erano da tempo arrugginiti, ma trovavano comunque un loro piacere nel sentire la loro pelle di metallo esser toccata da un freddo più freddo.

Le scarpe e gli scarponi erano solo rammaricati di rovinare quella coperta d’incanto, disegnando forme sul manto inviolato, strani nidi di ragno che si stagliavano sui campi.

Cosa pensasse la neve non lo so, era solo così dolce e quasi indifferente, come una mamma che culla il pianto, anche rosso, del proprio bimbo.

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Il pozzo e l'abbeveratoio
Novelle
Scritto da Bizza   

Dopo la calura dell’estate venne l’acquazzone che precipitò sé stesso lungo l’erba e il mondo degli uomini. In una cascina lontana lontana, in mezzo alle colline piene d’arsura dimoravano assieme un pozzo e un abbeveratoio. Il primo era assai più antico del secondo, aveva nelle sue pietre anni e anni di primavere e inverni, esisteva ancor prima della cascina e dei suoi abitanti, vecchi e nuovi. L’Abbeveratoio era più giovane e nacque assieme alla stalla. Entrambe si giovavano degli acquazzoni che il buon Dio donava alla terra e ne custodivano il prezioso raccolto nei loro ventri.

L’Abbeveratoio era amico del Pozzo, era intimorito e rispettava la sua venusta autorevolezza, un’autorevolezza sorniona e profonda. Ma ne era geloso. Gli uomini andavano più spesso dal Pozzo per trovare rinfresco e per dissetare le loro seti, i loro bisogni; era più facile sentire calare il secchio nel Pozzo che una mano nell’Abbeveratoio.

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Il Filo
Novelle
Scritto da Gianni Cossu   

Tra le date che vedo come pratiche chiuse trovo tutte le cabale e ogni sorte di dado, poi quei volti come quartine profetiche che , impassibili, guardano fissi altri volti per anni sopra un quadro cavato o le cime dei Rafani e tu guardi e tu provi , ma vedi solo l'incavo, la cella vuota o appassire lo stelo. Poi un giorno ti accorgi che quel volto ne fissa un altro, ti avvicini e leggi le date ed i nomi dell'uno e dell'altro e ti accorgi che è giusto che si guardino e corrispondano e ti informi.

Poi succede che ti prende una smania di scoprire ogni arcana combinazione e ripensi ai tuoi banchi di scuola ed è lo stesso gioco, ma di spalle con neri grembiuli e anche al fronte il medesimo gioco e la fune, ma gli occhi che fissano i tuoi son due canne di fucile e per altri un cannone e anche la domenica in piazza, al passeggio o seduto e confuso con gli altri al caffè o ancora alla festa del santo patrono: numeri e nomi e visi che cadono nel tuo e come schegge rimbalzano in altri e tu zoppichi e ci vedi solo a mancina, perchè la palla che ti ha portato a casa ce l'hai come pupilla ed è d'avorio.

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Ebbra
Novelle
Scritto da Anita Virga   

Il vino, color rosso, più o meno, densità spessa, quando lo bevi ti va alla testa e ne vorresti bere ancora di più per uscir completamente di testa, perché tutto diventa bello, leggero, perché parli senza pensare, ti muovi disordinatamente, ti senti muovere leggero, contento, ti viene voglia di ridere, un po’ abbozzi un sorriso, che quasi quasi stai per scoppiare in un riso vero.

Voglio bere.

Ho bevuto, ne voglio ancora per sentirmi la testa girare, vedere tutto confuso, muoversi lentamente, guardarmi intorno e ridere come non faccio mai, ridere perché vedo uno che cammina ridere perché sento uno che parla ridere perché sento il vino che mi scivola su queste dita che stanno scrivendo e le vedo muoversi, danzare sulla tastiera, voglio bere quel vino rosso che mi fa dimenticare l’angoscia e ogni suo motivo, che mi  fa dimenticare che sono complice, omicida, assassina, rea confessa di chissà che delitto, voglio bere per gridare per piangere senza motivo per ridere senza motivo per parlare a vanvera, per parlare a tutti. Vino rosso granata, che scorre nelle mie vene, altro che sangue sapor ferro che fa male. Voglio sentire questa sensazione ancora più forte provare la forza della forza fortissima di questo vino che scende sale, stando stravaccata su una sedia senza sapere cosa penso senza pensare a cosa penso pensando e basta ai miei pensieri senza catturarli, lasciandoli andare senza ostacolarli senza censure giudizi tagli ostacoli combinazioni pensamenti calcoli strategia ritagli di giornali, ritagli che inquadrano e squadrano, lasciano fuori, cornice che incornicia e dà significato.

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Il supermercato
Novelle
Scritto da Vito   

Le offerte speciali sono sempre una gran fatica.

Ci sono da riempire continuamente gli scaffali della roba che viene venduta a meno. Quando l’altoparlante annuncia l’inizio della promozione, tu che lavori al reparto chiamato in questione, sai che dovrai correre in magazzino (fare tutti quei chilometri col muletto), caricarti la roba, e fiondarti veloce verso lo scaffale. Qui poi inizia la parte più sporca del lavoro che non è, come potrebbe sembrare, infilare in ordine impilate o affiancate le confezioni, le scatole, i barattoli, i recipienti, le merci insomma, bensì farsi largo con l’apposita sbarra elettrica tra la folla di clienti assatanati, che si dilania le carni a vicenda pur di raggiungere il suo ambito trofeo.

I primi tempi, quando ero un novellino, malmenare quelle teste e quei busti col mio bastone elettrizzato non mi riusciva facile: mi facevo come degli scrupoli e, come tutti i pivellini, credevo davvero bastasse richiamare la loro attenzione a voce, comunicare loro che c’erano sufficienti pezzi per tutti (non è mai vero, ci obbligano a portare sempre una quantità minore rispetto ai pretendenti, così che gli scontenti comprino comunque poi le cose non in offerta). Ovviamente nessuno mi dava retta, e continua il loro solito massacro. Ho visto bambini, mandati nella mischia da genitori furbi, trinciati a metà da quelle mani avide, da quelle estranee unghia ardenti. E non puoi neanche vomitare, ti pagano anche perché tu sia in grado di non farlo. E perdere il posto al supermercato, per noi vuol dire di sicuro la non sopravvivenza, per come il mondo è messo oggi.

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Paglia
Novelle
Scritto da Alice Mammola   

Strano che non mi venissero le vertigini. Ne avevo sempre sofferto.

Mi trovavo appesa ad una balla di fieno sotto un sole cocente.

Sembrerà strano che la mia mente abbia pensato prima al soffrire o meno l’altitudine, piuttosto che a come vi ci fossi finita appesa.Oltre al fatto che di solito una balla di fieno è alta poco più di un metro e mezzo.

Ciò che mi soprese fu l’enorme dimensione di questa balla di fieno, era altissima.

Provai a guardarmi la punta dei piedi, nessun capogiro. Strano, pensai.

Una sessantina di metri sotto di me, o forse anche di più, non saprei dire con esattezza, c’era una distesa di fieno : un mare calmo color giallo ocra che risplendeva come oro zecchino e abbagliava lo sguardo.

Ero appesa per le mani all’enorme parallelepipedo; non sentivo alcuna forza nelle braccia eppure continuavo a reggermi. Sentivo che sarei potuta rimanere in quella bizzarra posizione per ore, fino ad annoiarmi. Sopra di me c’era solamente il limpido cielo azzurro ,come un foglio opaco appeso ai fili invisibili dell’atmosfera. Il sole si trovava alle mie spalle perché sentivo forte i suoi raggi battere sulla schiena.

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L'uomo della galleria
Novelle
Scritto da Alice Mammola   

Stefania lavorava in una fabbrica di penne. Era una semplice segretaria , molto efficiente e precisa. La mattina arrivava sempre puntuale, con un anticipo di 5 minuti, il tempo necessario per fumare una sigaretta ed entrare in ufficio.

Tutte le sere, tornando a casa sulla sua twingo blu, percorreva la Strada Nuova del Pino, una pista molto trafficata che si ergeva sulle colline torinesi. Esisteva un’altra strada del Pino, quella del Pino vecchio, sulla quale l’autobus che portava alla città faceva il suo lento percorso di bruco in salita tra curve tortuose. Stefania, non voleva trovare rallentamenti lungo il tragitto. Optava sempre per quella Nuova. A dire la verità esistevano molte altre strade che salivano tra i boschi su per la collina. Erano molto pericolose, tutte curve non illuminate da alcun lampione, e frequentate da cinghiali.

La nebbia ogni sera ricopriva la collina come una coperta rarefatta, i fanali dell’auto opacizzavano quella foschia, mentre il mezzo tagliava sprezzante l’atmosfera da morti viventi.

 

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