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Stefania lavorava in una fabbrica di penne. Era una semplice segretaria , molto efficiente e precisa. La mattina arrivava sempre puntuale, con un anticipo di 5 minuti, il tempo necessario per fumare una sigaretta ed entrare in ufficio.
Tutte le sere, tornando a casa sulla sua twingo blu, percorreva la Strada Nuova del Pino, una pista molto trafficata che si ergeva sulle colline torinesi. Esisteva un’altra strada del Pino, quella del Pino vecchio, sulla quale l’autobus che portava alla città faceva il suo lento percorso di bruco in salita tra curve tortuose. Stefania, non voleva trovare rallentamenti lungo il tragitto. Optava sempre per quella Nuova. A dire la verità esistevano molte altre strade che salivano tra i boschi su per la collina. Erano molto pericolose, tutte curve non illuminate da alcun lampione, e frequentate da cinghiali.
La nebbia ogni sera ricopriva la collina come una coperta rarefatta, i fanali dell’auto opacizzavano quella foschia, mentre il mezzo tagliava sprezzante l’atmosfera da morti viventi.
La notte trafitta dal rombo dei motori quella sera gemeva. Un lento sussulto di baritono barriva nella foresta. L’atmosfera sospesa faceva pensare ad un dipinto di Turner, Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi, una grande tela piena di colori con una impetuosa onda colorata sulla sinistra del soggetto.
Elefanti invisibili lasciavano le loro orme sulla terra umida di rugiada.
Stefania conosceva bene la strada, e cullata dal suono di un vecchio pezzo di Ray Charles quella notte ballava tra le curve del Pino, drizzandole prima a destra e poi a sinistra; la carreggiata era deserta. Sulla destra incontrò l’hotel.
- Chissà che tipo di hotel è questo? – si era domandata più volte - ha l’aria di essere molto lussuoso, frequentato da ricchi consumatori di cocaina; o magari è una casa d’appuntamenti. Strano però, non ha l’aria di essere pieno, pare un contenitore vuoto, con una bella confezione colorata, con macchine vuote di coppie fantasma mai esistite all’ingresso. Coppie che si incontrano in un mondo parallelo; e proprio questo albergo è l’accesso a quel mondo alieno, è il portale. Oppure no, è un semplice albergo abbandonato dal padrone, un vecchio miliardario che aveva investito parte della sua caparra per costruirlo e che ora, visto il suo fallimento ma non volendo sciuparsi la faccia e la reputazione, finge che sia aperto. Di modo che i suoi avversari passando possano credere che sia attivo. Anche le macchine parcheggiate di fronte sono state comprate dal tipo per rendere più realistica la messainscena.
A Stefania piaceva fantasticare. Ogni suo viaggio di ritorno, nonostante la routine, diventava un’esperienza diversa, una favola, un modo per immaginare qualunque cosa e cantando lasciare le briglie della realtà e cadere nella corrente della magia.
La luna faceva capolino da un buco della spessa coperta nera della notte e con la sua luce baciava le punte degli alberi.
Gli occhi luminosi di Stefania incrociavano quelli abbaglianti dei fanali delle auto che le venivano incontro. Lucciole pesanti che strisciavano roteando sotto la coltre di nebbia.
Solo il verso afono dell’elefante vibrava nell’atmosfera intorno.
L’onda impetuosa di cemento si infrangeva sulla terra creando una scia, come se un’enorme lumaca precedesse l’automobile.
Ed ecco la tana nera della chiocciola ortense, lunga galleria nera.
La scia si addentrava proprio lì in mezzo.
Stefania spense gli abbaglianti che aveva attivato poco prima per vedere più lontano. E via dentro la galleria.
Non era particolarmente lunga. Era una galleria pericolosa perché a doppia corsia, spesso si leggeva sul giornale di incidenti non particolarmente gravi, ma frequenti.
Ci si impiegavano pochi secondi per attraversarla e quando era così vuota, Stefania amava andare a gran velocità.
La galleria era illuminata molto male, con piccoli neon arancioni e una sottile striscia che divideva le due corsie sul pavimento.
Già si intravedeva il paesaggio oltre la collina da quella finestra curvata, la foce della galleria. Una luna tagliata e appoggiata a terra sul suo diametro.
Ma ecco un cappotto bianco, di quelli di piumino, proprio lì sul piccolo marciapiede. Un uomo con una barba grigia lo indossava. Fu in un lampo che Stefania se ne accorse che subito era scomparso nelle sfrecciare dell’auto.
In quella frazione di secondo, Stefania aveva avuto un balzo al cuore.
L’uomo non stava camminando. Se ne stava lì immobile, le spalle alla parete, sulla destra della strada.
Lo sguardo perso nel vuoto, dritto di fronte a sé.
Ma chi poteva essere? Un barbone forse?
Stefania si era veramente spaventata, e come un automa stava tornando a casa, ormai era arrivata perché la galleria e il suo condominio distavano circa 5 minuti.
Appena fu entrata in casa, la donna si sciacquò la faccia, dopo essersi lavata i denti e messa il pigiama si buttò nel letto.
Accese la piccola lampada vicino al letto e si mise a leggere il libro che l’attendeva sul comodino. Finita la prima pagina si rese conto di non aver assimilato nulla di ciò che i suoi occhi avevano scorso.
L’immagine dell’uomo della galleria le si materializzava a intermittenza nella mente, proprio come luci rosse di un’auto in fermata abusiva o di chi lascia la vettura in mezzo alla strada con le quattro frecce per correre a comprare il pane.
L’uomo le aveva dato in quel secondo una sensazione di solidità e malinconia miscelate insieme. Solitudine. Noi uomini siamo tutti immobili in una buia galleria ad osservare il frenetico passare della vita. Che immagine triste, pensò Stefania. E a noi la corsa non è concessa? Forse se uno si immettesse in quella corrente potrebbe trovare lo sbocco, oppure no. Molto più probabile un triste destino di morte, travolto da una Mercedes nera.
Cogli l’attimo mio Babbo Natale grigio! Ma che cosa mi viene in mente?, pensò.
Spense la luce e le sue palpebre cessarono di allucinarle il cervello con quella immagine fissa e martellante.
Stefania crollò in un sonno profondo. |