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Strano che non mi venissero le vertigini. Ne avevo sempre sofferto.
Mi trovavo appesa ad una balla di fieno sotto un sole cocente.
Sembrerà strano che la mia mente abbia pensato prima al soffrire o meno l’altitudine, piuttosto che a come vi ci fossi finita appesa.Oltre al fatto che di solito una balla di fieno è alta poco più di un metro e mezzo.
Ciò che mi soprese fu l’enorme dimensione di questa balla di fieno, era altissima.
Provai a guardarmi la punta dei piedi, nessun capogiro. Strano, pensai.
Una sessantina di metri sotto di me, o forse anche di più, non saprei dire con esattezza, c’era una distesa di fieno : un mare calmo color giallo ocra che risplendeva come oro zecchino e abbagliava lo sguardo.
Ero appesa per le mani all’enorme parallelepipedo; non sentivo alcuna forza nelle braccia eppure continuavo a reggermi. Sentivo che sarei potuta rimanere in quella bizzarra posizione per ore, fino ad annoiarmi. Sopra di me c’era solamente il limpido cielo azzurro ,come un foglio opaco appeso ai fili invisibili dell’atmosfera. Il sole si trovava alle mie spalle perché sentivo forte i suoi raggi battere sulla schiena.
Non c’era anima viva intorno a me, non un uccello, né un insetto, l’atmosfera ovattata. Nessuno. Anche la paglia pareva avesse un orecchio teso ad ascoltare.
Shhhhh. Un costante fruscio si avvicinava lentamente verso me.
“Bel sole oggi,non trova?”, esclamò una voce calda e vibrante.
Annuii.
“Sto parlando con lei, mi ha sentito?”, Una bombetta nera calata su un volto di un signore sui quarant’anni sbucò dalla linea di paglia che contornava il cielo.
Naturalmente non poteva aver visto l’espressione di consenso del mio viso.
“Si, si ho sentito” risposi ansimando. Avevo la gola secca.
“Anche lei qui a guardare il panorama?”.
A dir la verità da quella posizione non potevo vedere quasi nulla, ad eccezione del baratro ai miei piedi. E poi se quella fosse stata la mia intenzione mi sarei messa più comoda!
“Diciamo di sì”, risposi “Vede, è che non so neanche bene come ci sia arrivata fin qui”.
Non amavo dare confidenza agli sconosciuti, ma non avevo alternative.
“Ma sì, certo”, Mentre pronunciava quelle parole alzai lo sguardo, il sole gli colpiva la faccia rivelandone i segni dell’ acne giovanile che gli aveva procurato dei piccoli buchi nelle guance, simili alle tracce che lasciano i tarli sul legno. Gli occhi erano nerissimi e appuntiti, il naso non particolarmente interessante. Mentre aveva pronunciato quelle parole, la bocca dalle labbra quasi bianche gli si era piegata da un lato con un’espressione di disgusto e pena nei miei confronti. Questo gesto aveva avuto come accompagnamento un tono di voce così languido da farmi stridere i timpani.
“Pensa che sia una semplice frase di circostanza?”. Risposi.
Lui tacque.
“Perché non mi tende una mano e mi aiuta a salire?”. Avevo parlato con molta fermezza e determinazione “Non sento più i muscoli delle braccia!”, spiegai.
L’uomo di Magritte fece un lento respiro, poi disse “Non posso aiutarla, è la procedura”.
Cosa? Di che cosa stava parlando? Pensai.
“La procedura?”.
“Certamente”.
“La procedura per cosa?”.
“Andiamo, lo sa benissimo anche lei. E poi non posso parlarne ad alta voce, è il regolamento”.
Che mi fossi dimenticata tutto? Che l’uomo nero se lo stesse inventando?
Eppure mi parlava con una tale naturalezza, come a dire che è ovvio salare l’acqua nella pentola per fare la pasta. Mi parlava dell’alfabeto, dell’ABC.
Non feci in tempo a domandargli di cosa stesse parlando che l’ombra era svanita. Poteva trovarsi a un metro più in là, ma non l’avrei comunque potuta vedere. Aspettai un po’. Nulla.
Rimasi lì appesa. Per delle ore, o forse dei minuti.
Decisi che era inutile perpetuare quella situazione. Dovevo agire. Provai a tirarmi su ancora ma le braccia erano inerti, non rispondevano alla mia testa, come se si fosse interrotta la trasmissione tra cervello e muscoli. I muscoli c’erano (mi tenevano appesa!) eppure non funzionavano più.
Una volta salita avrei potuto incontrare nuovamente quel figuro e non è che la cosa mi attirasse molto.
Mollai la presa delle mani. Non avevo nulla da perdere. Scivolai nel vuoto, per molti secondi, volavo e l’aria fresca pareva in parte sorreggermi ad ogni strato atmosferico.
Per quei pochi secondi mi vennero in mente un aeroplano, un gelato al cocco, la mano di mia madre, il mare.
Atterrai però con violenza, con un potente rimbombo. Non mi feci male, solo un po’ di paglia mi punse; il contatto col suolo mi procurò un dolore forte e secco. Rimasi qualche minuto lì distesa, sprofondando leggermente, pervasa da lente fitte atroci come di aghi che si conficcavano ancor più in profondità.
Vedevo il cielo, sempre blu e una linea gialla sulla mia sinistra che sembrava appoggiarvisi.
La parete di paglia sembrava come capovolta e mi pareva di essere spiaccicata su un soffitto di una stanza infinita con un perimetro fatto di cielo.
Chiusi gli occhi. Nessun rumore. Decisi di alzarmi e guardarmi un po’ intorno. Li aprii.
Tutto era identico.
Mi misi in piedi a fatica e tolsi con cura i fili di paglia conficcati nella pelle; piccoli puntini rossi scivolarono sulle mie gambe in strisce sottili.
Alzai finalmente la testa. Paglia, solamente paglia, una distesa lunga, infinita. Il cielo era terso e rivelava ancor meglio l’estensione illimitata del suolo, non c’era orizzonte, né davanti né dietro me. Un enorme sentiero giallo e basta.
Alla mia sinistra la parete altissima. Mi voltai a destra e il sole mi abbagliò. Chiusi le palpebre strizzando l’occhio. Poi le socchiusi un poco, filtrando la luce con le ciglia.
Si vedeva il cielo da quella parte e una linea retta di orizzonte. Sembrava abbastanza vicina.
Decisi di dirigermi da quella parte, prima camminando, la paglia pungeva i miei piedi nudi. La linea rimaneva sempre ferma. Mi misi a correre.
Inciampai e caddi a terra. Controllai subito se avevo urtato qualcosa. Un oggetto forse, o comunque qualcosa che non fosse erba gialla secca!
Avevo solo messo male il piede ed ero caduta. Mi rialzai e ripresi la corsa, ancora più veloce. Avevo sete. Tutto era così assurdo. La linea però cominciava ad avvicinarsi, come una lunghissima onda del mare che rotola dolcemente verso la battigia.
Mi immobilizzai. Mi trovavo a una ventina di metri dalla mia meta.
Una paura improvvisa si era impadronita di me. Lentamente ripresi a muovermi finché mi trovai a pochi metri, potevo scorgere altra paglia in basso oltre la linea, mi distesi sull’arida erba e strisciando mi avvicinai per toccare quell’orizzonte.
Ero sull’orlo di un precipizio, proprio come quello dove mi trovavo poco tempo prima. Solo che questa volta ero sopra e non appesa.
Il sole era sempre più scintillante.
Il mio sguardo si confuse e mi allontanai dal burrone immediatamente. Ora sì che il vuoto mi faceva tornare quel senso di vertigine.
Seduta, mi girai con le spalle al burrone per non rimanere abbagliata. Non mi ero più girata verso la mia “parete di partenza”.
Incredibile. Di fronte a me si estendeva un’enorme scalinata di paglia fatta a gradoni altissimi e che si prolungava all’infinito, verso il cielo. Non se ne poteva scorgere la vetta. Chissà dove portava? Chi l’aveva costruita e soprattutto perché? Cos’era la procedura di cui parlava l’uomo col cappello? In ogni caso non l’avrei mai scoperto. Non c’era modo di risalire. Mi sentii piccola, insignificante.
Rimasi ebete a guardare il alto, senza alcun vago pensiero. Rivolsi nuovamente il capo verso il sole.
Notai tra la paglia due piccole cose rosa. Animaletti? Eppure prima non li avevo proprio notati. Stavo diventando pazza. Eppure no, c’erano proprio due fenicotteri minuscoli. Ormai mi aspettavo di tutto.
Mi avvicinai con circospezione e mi resi conto che si trattavano di mani.
Mani umane!
Mi affacciai. Erano di un giovane uomo sui trent’anni. Pareva stordito e spaesato ma non aveva sintomi da vertigine, nonostante la bizzarra posizione in cui si trovava. Faceva sempre più caldo.
“Bel sole oggi, non trova?”, dissi, lui tacque.
Strano che stesse fermo d ammirare il sole in quella posizione, forse era un nuovo modo di abbronzarsi, pensai.
L’uomo tacque.” Sto parlando con lei, mi ha sentito?”.
Si si, ho sentito”, rispose quello finalmente.
“Anche lei qui a guardare il panorama?”, Non volevo sembrare scortese o rivolgergli domande imbarazzanti.
“Diciamo di sì”. Onesto, pensai. ”E’ che non so neanche bene come ci sia finito fin qui!”, esclamò.
Ovvio, riflettei “Ma sì, certo”.
“Pensa che sia una semplice frase di circostanza?”, rispose quello, in maniera, devo ammettere, un po’ infastidita. Non volevo turbarlo. Tacqui.
“Perché non mi tende una mano e mi aiuta a salire?”. Mi disse con insistenza.
Questa poi, pensai, non mi sembrava il caso di esagerare con la confidenza, sono una persona riservata e non avevo alcuna voglia di compiere un simile sforzo.
“Non sento più i muscoli delle braccia”, piagnucolò.
Il solito trucco, risi dentro di me. Appassionante. Non si sente i muscoli però riesce a rimanere lì appeso. La nostra conversazione era durata fin troppo così decisi di tagliare corto con una frase d’effetto. Sospirai.
“Non posso, è la procedura”.
“La procedura?”.
“Certamente”.
“La procedura per cosa?”.
Iniziava a infastidirmi con tutte quelle domande..
“Andiamo, lo sa benissimo anche lei”, mentii “ E poi non posso parlarne ad alta voce. E’ il regolamento.”. Lo dissi con una tale convinzione che quasi credetti a me stessa.
Lui non disse più niente e rimase attonito con lo sguardo perso nel vuoto.
Mi allontanai soddisfatta dal precipizio, non volevo mi tornassero le vertigini e ormai con il giovane non c’era più nulla da dire. |