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Autopsia di una ricorrenza
Novelle
Scritto da Zenone   

Le catacombe d’auto di Zena celavano odori di plastica brasa mentre faticosamente provavamo a risalire. Cinquanta metri più in alto il vento freddo sferzava da Nord, tramontana, urlavano. Era il 10 Gennaio e Chinasky riempiva le sue tasche di scuri fazzoletti mal piegati. Girammo quasi subito per Piazza Matteotti, ma proseguimmo diritto, mentre Il Nero galoppava radente i muri per sentire meno freddo. Orde di motorini chiedevano ai passanti quale fosse la propria meta. Ma loro rispondevano in malo modo, tralasciando la poetica e l’idillio. Decidemmo quindi di fermarci a ridosso di un vicoletto con scale ripidissime verso il basso, dove un’insegna annunciava l’alcova dove avremmo passato la notte. Lasciammo i bagagli all’interno della camera, inebriandosi leggermente, come quando si entra in una casa poco frequentata. Fumammo sigarette scure per segnare in qualche modo il territorio e prendemmo una via secondaria per tornare verso Piazza Matteotti. Qual’era la direzione nessuno ce la imparò, qual’era il nostro vero nome, ancora non lo sapevamo. Sputammo a terra per disprezzo verso il grigio, ed entrammo.

Ambiente niente male, didascalie stupefacenti, autentici pezzi di storia e di vita privata. Forse troppo interagibile, per la troppa gente. Il Faber avrebbe avuto qualcosa da ridire, temo circa la delicatezza, la poesia e il patrimonio. Ma questa è un’altra storia diceva Il Nero mentre in silenzio contemplava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa. Ognuno di noi si rispecchiava o meno in qualche frammento di libro, scritto o pagelle, ed ognuno rimaneva quindi paralizzato davanti ad una o all’altra cosa. Ci rincontrammo sonnambuli verso l’uscita riconoscendoci a malapena. Chinasky pareva Thomas Eliot dopo una scazzottata con Ezra Pound, e Il Nero pareva Jones il suonatore che fu sorpreso dai suoi novant'anni. “E tu sembri uno stronzo!”, asserì Chinasky con velleitaria autorità. Percorremmo in lungo e in largo il mercatino e adocchiammo i migliori vini rossi. Erano nostri, non avevamo che da cercare un cavatappi. Genova: La città senza cavatappi. E cercammo per ore tra ascensori e creuse, ma niente. Ideammo di mettere dei distributori automatici di cavatappi a Genova. La fame ci fece innervosire al punto di interpretare i buttafuori del sole, e cercare un ristorante di pesce. Mangiammo lautamente antipasti primi e secondi, ma l’attenzione era rivolta su due simpaticissimi melograni enormi, quasi irriconoscibili, che si fiutarono compatti nei sottintesi e nelle azioni contro ogni sorta di naufragi e di altre rivoluzioni. Tappa alla Ca du dria. Chinasky sorrise mentre si aggiustava il cavallo dei pantaloni, e bevemmo caffè, bighellonando con l’oste. Due sambuche e via, alla stanza.

Ci aspettava il rituale, ma adesso che venne la sera ed il buio, ci tolse il dolore dagli occhi.

Dicevamo...ieri, ci aspettava il rituale, ma adesso che venne la sera ed il buio, ci tolse il dolore dagli occhi e al Nero venne in mente di canticchiare “oh happy days”, al suon del quale anonimi dormienti di strada risposero "oh happy daaaiiisss". Finì con un flauto spezzato, e un ridere rauco, ma proseguimmo per la nostra via. Intanto Chinasky tirò fuori un coltello abilmente rubato al ristorante. Quella era la soluzione per tagliare i salami e i pani che avevamo cautelamente acquistato per strozzarci la notte. E' mai possibile che non si riesca a trovare un cavatappi? Sbottò il Nero. Ci venne in mente di chiederlo al discreto sornione della pensione. Ce lo diede domandando se percaso avevamo intenzione di ubriacarci. Macchè! risposi, pur sapendo che quattro bottiglie in tre facevano sospettare qualcosa. Decidemmo la posizione dei letti e il rituale da fare. Le innumerevoli regole le avevamo già stabilite in viaggio. Aspettammo la mezzanotte per avviare il rituale ed ecco che il ginocchio di Chinasky cigolava in modo strano. Olio!, presto! urlava, ma avevamo solo vino e salsiccia nostrana. Dopo innumerevoli tentativi, capimmo la gravità della situazione. Chinasky dal bagno piangeva. E' il  rubinetto, disse. Come? E' il rubinetto che cigola, non il ginocchio! Il sollievo pervase le nostre palpebre, che lievi assecondavano il mesto silenzio dei vicoli di Zena. Il rituale "carta e frase" consisteva nell'appendere la carta da pacchi (ad ogni scarto) ad un'altezza non inferiore ad un metro e sessanta circa. Poteva stare su in ogni modo, l'importante era che non si staccasse per poi giacere in terra. Ci fermammo un attimo per suggerire a Dio di continuare a farsi i fatti suoi e cominciammo. L'onore di iniziare le danze era mio, e avido come Max Weber cominciai a strappare la carta che mi separava dal primo dono musicale. Per Giove, un'altra bottiglia è finita, disse il Nero, rottando sottovoce. Quel rotto smorzato non disegnava niente di buono negli occhi sempre più deboli del Nero. Si alzò una volta, poi un'altra e decise di svuotare il sacco. Ma porc... cristonava lieto, ma proprio stasera, porc... e si ricordò improvvisamente dei ravioli di pesce al nero di seppia, constatando quando poco nero basta per dipingere un cesto. E come uno schiocco di lingua parte il cavo dalla riva, così il Nero puntualissimamente aveva da fare, ed ogni intervallo era scandido da parole che il Nero recitava sottovoce, come un folle che parla a se stesso. "Chi la terra ci sparse sull'ossa e riprese tranquillo il cammino, giunga anch'egli stravolto alla fossa con la nebbia del primo mattino", diceva, e noi non potevamo che assecondarlo. Intanto i sandali di Chinasky emanavano un profumo di spezie d'oriente mentre la cenere scoppiava al contatto con essi. Ricordo anche che sbagliammo molti versi, io forse più di tutti, forse per l'eccitazione, forse per la paura del sangue rappreso, ma continuammo ugualmente, come in un grottesco quadro Felliniano.

Facemmo molto tardi e, mentre il rubinetto cigolava, ci accingemmo a fare quattro o cinque scambi.

Roba da poco conto, piccoli assestamenti, per assicurarsi il premio packaging o il più ambito premio mappa. Ci chiamò al telefono il buon vecchio Lech Walesa, convinto com’era di ripristinare la solidarnosh polacca, ma dal tono pareva ubriaco, e poco convincente. Era morto. Qualcuno ha lasciato la luna nel bagno accesa soltanto a metà! Disse Chinasky. Lo guardammo con aria pigra e andammo a spegnere. Poco a poco si affievolivano i ricordi, e i muri ricolmi di giornali si confondevano con le tenebre. I gesti stessi parevano rallentati da un torpore nauseabondo. Guardammo dalla finestra per vedere se c’era Eva Kant in azione, ma niente. Niente narcotici, niente penthotal, ma solo dei grassi, e buoni salami d’alba. Buonanotte satanassi, urlava il Nero nella notte, immedesimandosi in Kit Carson. Non gli demmo retta e lo lasciammo cavalcare valchirie mentre inseguiva, sparando, un gruppo di sgherri messicani che avevano rubato i cavalli ad alcuni Navaho della zona. Si addormentò anche lui, sognando l’Arizona e i viaggi con le mandrie, sentendo echeggiare i cani che abbaiano e i cavalli che sbuffano. Mi svegliai per primo, e vidi il Nero per la prima volta pallido in volto. Aveva lottato con mostri marini dediti allo smembramento, che lo colpivano indietreggiando come gamberi. Enormi cerchi gli venivano incontro schiacciandolo, e avvicinandosi capì che erano giganteschi calamari fritti. Brutta nottata disse. Spazzolammo accuratamente i nostri denti prima di scendere le vertiginose scale.

L’oste sornione ci attendeva al varco. Qualcuno è stato male? Ci chiese. Macchè, mentii, abbiam dormito come dei ghiri! Strano, mi è parso di sentir rumoreggiare tutta la notte. Controbattè.

Restituimmo il cavatappi. Ci chiese se avevamo rotto qualcosa e ci congedò con lo sguardo mellifluo.

Uscimmo di lì con l’aria di chi ha appena commesso un omicidio e accostammo le nostre spoglie su alcune sedie di un bar. Cappuccino, croissant e acqua in quantità. L’idratazione era stata un problema durante la notte. Il Nero prese un the e capì il significato di Genovese. Quando andò a pagare si vendicò tremendamente, facendosi dare il doppio di resto senza farsi sgamare. Soddisfatti, anche se un poco disfatti, riprendemmo il cammino verso i sotterranei della città, per il gusto della trasferta e per la stessa ragione del viaggio, viaggiare. Partimmo per Torino ma qualcosa ci tratteneva come il canto delle sirene di Ulisse. Passammo dal porto, e tra i giochi di strade sovrapposte fino al definitivo imbocco certo. Ciao Zena! Salutammo la città fieri della nostra avventura. Il Chinasky pareva un bambino mentre guardava l’arcobaleno in cielo. Il Nero si era lentamente ripreso e il pallore era stato sostituito dalla sua proverbiale carnagione. E mai che ci sia venuto in mente di essere più ubriachi di voi, di essere molto più ubriachi di voi.

 

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