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Tamburellìo monotono di dita sul tavolo. Nel silenzio della stanza si sentiva solo quello, e il rumore affievolito del traffico giù in strada. Odore d’attesa, incommensurabile. Poi un suono di passi doppi:
prima la punta, poi il tacco a spillo che poggia sulla superficie lucida della scala di marmo, lungo l’interminabile serie di scalini che conduce all’appartamento dell’ultimo piano, in una casa d’epoca del centro storico di Torino.
Respiro a grandi sorsi, con il naso e la bocca, per ammortizzare il tumulto di sentimenti confusi che mi ritrovo dentro. Per darmi un contegno mi sistemo meglio sulla poltrona rosa antico, troppo dura per starci seduti sopra così a lungo. L’aveva voluta lei: trovata di recente in un negozio d’antiquariato a Borgo Dora, mi era costato un capitale acquistarla e restaurarla con imbottitura e tappezzeria pregiata di uno squallido colore alla moda, per collocarla tra i gingilli costosi che ingombravano il suo studio stile Luigi Filippo che odora di muffa e di polvere. Non ci resterei un minuto di più se non stesse per arrivare la persona che aspetto.
Finalmente i passi, più vicini, si fermano proprio davanti alla porta. Il silenzio apparente accende l’immagine di dita laccate di rosso che frugano nella borsetta. Due giri di chiave nella toppa e uno spiraglio di luce nel corridoio.
Ancora passi, vagabondi nelle stanze di un appartamento troppo grande per due persone. Infine la luce:
lei e la sua risata irriverente che domandano cosa ci faccia al buio. Mi è sufficiente alzare gli occhi e l’indice verso il tavolo accanto a me per condividere con lei il mio silenzio. Non c’è molto da dire.
L’assenza di rumori fa salire di nuovo il traffico dell’ora di punta. Il corpo di lei, non più quello della ragazzina che avevo amato, mi si erge di fronte come a chiedere spiegazione del gesto e copre la luce:
strategia studiata per evitare che un esame del volto faccia cogliere il rossetto sbavato, i capelli scompigliati, la camicetta gualcita da un abbraccio che non è il mio; strategia inutile, se mi è stato sufficiente osservarla poco tempo per scoprire il segreto malcelato.
“Sei in ritardo”, dico ironico. Perchè il dolore della delusione ha trovato sfogo solo nell’autodistruzione.
Ora che lei è libera non ha senso continuare a fingere. Adornarla di soldi e doni non é bastato a colmarle il cuore, ed io sono solo uno stupido vecchio troppo egoista e ricco per capire: “Ti ho cercata tanto”. |