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Il supermercato
Novelle
Scritto da Vito   

Le offerte speciali sono sempre una gran fatica.

Ci sono da riempire continuamente gli scaffali della roba che viene venduta a meno. Quando l’altoparlante annuncia l’inizio della promozione, tu che lavori al reparto chiamato in questione, sai che dovrai correre in magazzino (fare tutti quei chilometri col muletto), caricarti la roba, e fiondarti veloce verso lo scaffale. Qui poi inizia la parte più sporca del lavoro che non è, come potrebbe sembrare, infilare in ordine impilate o affiancate le confezioni, le scatole, i barattoli, i recipienti, le merci insomma, bensì farsi largo con l’apposita sbarra elettrica tra la folla di clienti assatanati, che si dilania le carni a vicenda pur di raggiungere il suo ambito trofeo.

I primi tempi, quando ero un novellino, malmenare quelle teste e quei busti col mio bastone elettrizzato non mi riusciva facile: mi facevo come degli scrupoli e, come tutti i pivellini, credevo davvero bastasse richiamare la loro attenzione a voce, comunicare loro che c’erano sufficienti pezzi per tutti (non è mai vero, ci obbligano a portare sempre una quantità minore rispetto ai pretendenti, così che gli scontenti comprino comunque poi le cose non in offerta). Ovviamente nessuno mi dava retta, e continua il loro solito massacro. Ho visto bambini, mandati nella mischia da genitori furbi, trinciati a metà da quelle mani avide, da quelle estranee unghia ardenti. E non puoi neanche vomitare, ti pagano anche perché tu sia in grado di non farlo. E perdere il posto al supermercato, per noi vuol dire di sicuro la non sopravvivenza, per come il mondo è messo oggi.

Ora quindi, ho imparato ad essere più energico, freddo e determinato: li stordisco calmandoli, loro si tengono le mazzate che io gli rifilo, poi con una certa serenità comprano quello che devono comprare. Gli scontenti, coloro che non hanno avuto modo di arraffare qualcosa, spengono i loro mugugni davanti alla mia mazza che rotea.

Non è di sicuro l’aspetto più bello del mio lavoro. Il più bello è infilare la merce nel reparto, sopra gli scaffali ben puliti e scintillanti, accostare quei colori l’uno contro l’altro (abbiamo una certa libertà nel farlo, anche se dobbiamo rispettare le regole di mercato, le priorità delle marche più importanti, i privilegi di disposizione), è bello creare forme strane, piramidi, obelischi, oggetti sospesi con fili quasi invisibili. Nel lavoro di allestimento credo di essere uno dei più bravi, so distinguermi da tanti altri. Ormai sono decenni che lo faccio, la mia esperienza è notevole. I capi apprezzano chi ha inventiva, creatività, e chi riesce a coniugarla con il rigore richiesto. D’altronde non può che essere così: ci sono migliaia di scaffali e migliaia di reparti, ogni reparto è in concorrenza con tanti altri (quelli del suo settore specifico ovviamente), e tu non puoi permetterti che la gente snobbi il tuo al primo impatto, buttando l’occhiata indagatrice che tutt!

i hanno, mentre sfila velocissima sui carrelli sospesi (proprio ieri c’è stato a qualche centinaio di metri da dove lavoro io, uno scontro fenomenale: sono morti entrambi i conduttori di carrelli, sangue dappertutto, sopra i carrelli colmi di roba, che abbiam dovuto distruggere).

Sono decenni che lavoro qua dentro. Sono decenni che non esco dal supermercato. Non mi manca più di tanto il mondo fuori. Qua dentro ho tutto quello che posso desiderare, il mio stipendio mi permette ampia scelta di merci ed oggetti, finito il mio turno di lavoro, posso andare tranquillamente in giro, e diventare io stesso cliente, avendo tra l’altro il privilegio di non dovermi mischiare ai clienti normali: io ho la mia divisa, nessuno si azzarda a competer con me violentemente.

E poi, dentro il supermercato ci sono ancora le leggi: e tutti le rispettano, e quando non lo fanno sappiamo come punirli, per cui sono tutte trasgressioni lievi, trascurabili. Mentre fuori è davvero diverso: basti pensare a quanti uomini armati ogni cliente paga per farsi scortare, una volta finita la spesa, col suo carrello pieno fino alla vettura posteggiata. Quando succede qualche strage fuori da qui, magari nel posteggio stesso del supermercato, io lo vengo a sapere dai maxi schermi appesi ai muri, e mi sorprende sempre lo stridente contrasto che c’è tra il dentro e il fuori: laggiù rumori, grida, e scoppi, da far cadere la terra, quaggiù silenzio, pace, musica soave diffusa. Niente penetra dal di fuori nelle nostre calme coscienze.

Sono decenni che lavoro al reparto SalsadiPomodoro&Conserve. Non è un reparto facilissimo da gestire, ma neanche troppo problematico: nel pane, o sull’acqua si sta davvero peggio, e mantenere la calma, o soltanto ricaricare continuamente gli scaffali è un lavoro davvero logorante lì. Certo c’è chi sta davvero meglio: nel reparto Libri&Cultura, ad esempio. Ci stanno solo gli anziani, quelli che lavorano qua dentro da sempre, fin da bambini, e hanno fatto la loro gavetta, e sono stati promossi in un crescendo di beatitudine e supremazia innegabili. Ai libri nessuno si scanna, in quel reparto i clienti accedono solo per estrazione, e sono tutte persone di un certo tipo, selezionate, diverse dalla gran massa vorticante degli altri clienti. Non c’è da ricaricare continuamente gli scaffali, ed è richiesta perfino una certa preparazione, indispensabile ad orientare il cliente nella sua scelta.

Gli anziani vestono di bianco e devono portare la barba lunga. Sono i soli ad avere turni molto ridotti, e la possibilità di girare per il supermercato a velocità bassissime; prendono poi parecchio credo, e vivono nelle zone più estreme del supermercato, in quelle più antiche. Io spero un giorno di poter essere spostato nel reparto Libri&Cultura, come lo sperano tutti i miei colleghi. E’ il nostro sogno principale: niente macelli da sedare, niente fatica nell’allestimento, privilegi e favori riconosciuti, tempo a  disposizione. Ma tutti si sa che è molto, molto difficile ottenere quel posto, e così spesso, rimane soltanto un discorso ad effetto, una sorta di confessione comune di desideri, una fantasia, che certo aiuta ad allietare le nostre giornate sempre uguali.

Ma nessuno in cuor suo, spera davvero di vedersi realizzare questo sogno. E’ molto più fattibile la sostituzione alle casse, quello sì. Alle casse si sta già meglio, il lavoro non è faticoso, o almeno non in senso fisico, basta solo stare attenti e concentrati sui pezzi che sfilano negli enormi rulli, una macchina riconosce il loro prezzo e poi li inserisce dentro i carrelli per l’uscita, tu devi soltanto ritirare il pagamento, ed augurare una buona vita al cliente che si allontana. E’ un lavoro più prestigioso, di gran responsabilità. Se il commesso sbaglia in difetto col pagamento, se prende meno soldi di quanto deve insomma, va incontro a punizioni molto severe (i monchi addetti all’oliatura delle ruote dei carrelli sono stati puniti quando lavoravano alle casse); ma chi riesce a ritrovarsi, per uno sbaglio del cliente o per chissà quale altro motivo, alla fine della giornata, soldi in più, beh, allora la sua paga ne risente in positivo.

Che volete, sono tutti discorsi di noi del personale, questi, tutte aspettative e ambizioni che abbiamo. Le illusioni, così come le lamentele che ci scambiamo, servono a dare un po’di brio alla vita: materialmente abbiamo tutto quello che possiamo sognare, ma l’animo umano, forse, cerca sempre di andare un po’ più in la, in nuovi desideri e oltre limiti segnati; non si accontenta mai, è instancabile, nelle sue aspirazioni. E poi noi non si è come gli anziani dei libri: loro, si dice (ma saranno leggende da supermercato), sono soddisfatti così, sono nirvanizzati per parlare precisamente, eppure nessuno l’ha mai visti ridere, o soltanto sorridere.

 
 

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