Il Filo
Novelle
Scritto da Gianni Cossu   

Tra le date che vedo come pratiche chiuse trovo tutte le cabale e ogni sorte di dado, poi quei volti come quartine profetiche che , impassibili, guardano fissi altri volti per anni sopra un quadro cavato o le cime dei Rafani e tu guardi e tu provi , ma vedi solo l'incavo, la cella vuota o appassire lo stelo. Poi un giorno ti accorgi che quel volto ne fissa un altro, ti avvicini e leggi le date ed i nomi dell'uno e dell'altro e ti accorgi che è giusto che si guardino e corrispondano e ti informi.

Poi succede che ti prende una smania di scoprire ogni arcana combinazione e ripensi ai tuoi banchi di scuola ed è lo stesso gioco, ma di spalle con neri grembiuli e anche al fronte il medesimo gioco e la fune, ma gli occhi che fissano i tuoi son due canne di fucile e per altri un cannone e anche la domenica in piazza, al passeggio o seduto e confuso con gli altri al caffè o ancora alla festa del santo patrono: numeri e nomi e visi che cadono nel tuo e come schegge rimbalzano in altri e tu zoppichi e ci vedi solo a mancina, perchè la palla che ti ha portato a casa ce l'hai come pupilla ed è d'avorio.

Strano tra simili, grazie al prete ti danno pala e poi mattoni e cazzuola per quel campo seminato a lapidi e di rare cappelle col fossato dei signori.

Strano perchè la palla ti trapassò l'orbita e scheggia tra schegge zoppicasti il lavoro mendicato e allora pensarono che siccome eri scemo, non ci fosse problema a lasciarti tutto il giorno e la notte a spazzare tra i tumuli, ad aprire il cancello se arrivavano le campane anche a notte , a bruciare al mattino all'ingresso le corone di spago e la carta stagnola con le foglie ed i glicinini e i narcisi e i nastri stampati a lettere d'oro dei vari e dei tutti, mentre c'era chi sola fissava la curva nel materasso e impazziva e chi tranquillo stirava col ferro, per bene, il foglio a quadretti sgrammaticato di un "Lascio" che avrebbe fatto rumore.

Che ti importa? Che dico?

Succede che se si pensa l' Arcano, l'Arcano ci fa il filo e ora quando, in pompa magna, arriva l'Orchestra dei musi stirati, della perdita compianta e c'è il sindaco e il vescovo( e persino quello lì che c'è sempre) Tu ridi perchè ti dicevano scemo e ti compiangono col caro perduto che arriva in carovana e si cerca la posta senza fucile e battittori, la posta per fissare per anni uno di quei tali che lo spingono dentro il casino di marmo o la gabbia del topo da affogare nel fiume, insomma uno di quei tali che ti guardano adesso e già sono guardati come pezzi di un domino d'osso, una tombola nuda.

Tu ridi perchè tanto ti dicono scemo, ma ti illudi di conoscere il Filo, l'arcano che Loro non vedono, degli sguardi fissi dei visi arrivati di fresco che aspettano visi negli ovali in maiolica di un cimitero.

 
 

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