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Clara e Guido
Novelle
Scritto da Stefano Mammola e Alessandro Giresi   

Martedì mattina Clara si svegliò, si concesse una breve toilette, fece colazione e decise di uccidere suo marito.

Guido era un critico d'arte: ricco, acculturato, brillante, sano come un pesce.

Si erano conosciuti una sera di ormai quasi trent'anni prima, in una galleria d'arte della Milano bene: lui commentava i Tagli di Fontana, lei lo ascoltava rapita. Qualche ora dopo si trovavano a casa di lei, con tutto quel che segue.

I primi anni erano stati fantastici: Guido col suo lavoro poteva mantenere entrambi, così lei ebbe il tempo di coltivare la sua passione per le piante - da botanica dilettante: raccoglieva campioni, lì classificava e sperimentava talee nel suo giardino. Guido le aveva sempre dedicato mille attenzioni, regalato molti momenti felici, parole dolci e musa quanto basta. Col tempo purtroppo, aveva rivelato l'altra faccia di sé: sotto le mentite spoglie di marito amorevole si celava un uomo pistino, pedante, terribilmente preciso. Descrivere quanto fosse maniacale nel sistemare le sue cose, programmare la giornata, ricevere gli ospiti risulterebbe difficile; richiederebbe un trattato degno di Sigmund Freud.

Qualche mese dopo il matrimonio era tornato a casa con una lavagnetta magnetica che aveva appeso al frigorifero. Ogni mattina, prima di uscire, le scriveva la lista delle cose che doveva fare durante la giornata. Ogni mattina. Da quasi trent'anni. I cassetti della sua biancheria avrebbero fatto impazzire uno psicanalista: le mutande erano ordinate in ripiani diversi a seconda del giorno della settimana, in scala cromatica dai toni più freddi a quelli più caldi ( con una sezione speciale per quelle con decorazioni anomale). Inoltre era un terribile salutista: niente fritto, né alcool o tabacco, niente dolci. Faceva la seguente colazione - sempre uguale, dovunque fosse - da circa venticinque anni:

una tazza di tè non zuccherato, 2 fette di pane integrale con miele di castagno della fattoria DaPautasso, 1 Kiwi ben maturo, una manciata di semi di fiori di girasole.

Tutte le mattine, sempre, senza varianti (sic!).

Di solito era una persona educata, a modo, salvo quelle volte che si parlava delle 'persone che lui proprio non sopportava'. La lista non era molto lunga, ma era sicuramente discutibile, e il linguaggio che gli veniva fuori quando parlava di queste cose, avrebbe fatto inorridire un gangster.

Guido non sopportava: i negri, gli ebrei, i testimoni di Geova, i comunisti, i giapponesi, i cinesi, gli omosessuali e i ritardati, i banchieri e gli avvocati, i politici e i giudici, Jimi Hendrix e Kurt Cobain e per finire, i geologi.

Se a cena con gli amici il discorso verteva su qualsiasi argomento anche lontanamente collegato con l'arte, diventava così saccente che quasi lo si scambiava per un insegnante.

Possedevano un piccolo cottage nell'alta valle Varaita, dove erano soliti trascorrere i weekend e parte delle ferie; Clara adorava quel posto: era tranquillo e poteva dedicarsi a tempo perso ai suoi studi di botanica, oltreché dilettarsi con lunghe passeggiate per le montagne. Il piccolo problema era che la conditio sine qua non per partire alla volta delle valle era di deciderlo almeno cinque giorni prima, controllare il meteo, organizzare una spesa alimentare studiata nei dettagli in modo che non mancasse nulla, revisionare freni e gomme della macchina e infine, salvo complicazioni dell'ultima ora, mettersi in viaggio.

Era un martedì come tutti gli altri, anche se mancavano tre giorni alle vacanze estive, quasi tutto era pronto per la partenza verso la Val Varaita ('Preparare tutto in anticipo, è la sola maniera per non dimenticare niente', era sempre stato il motto), e lei era seduta a fare colazione con il solito latte freddo con cereali, quando lo sguardo le cadde sulla lavagnetta appesa al frigorifero. Quell'oggetto non si era mai spostato da li per trent'anni, ma solo adesso si accorse di quanto fosse fastidiosa la sua presenza nella stanza: d'un tratto fu sicura che la stesse guardando, con la bocca spalancata a vomitarle in faccia parole scritte a mano velocemente, ricordandole che c'era qualcuno che le diceva cosa fare. Le tempie cominciarono a pulsare, divenne rossa in volto, occhi spalancati, un cucchiaio di cereali nella mano destra, la tazza stretta nella sinistra.

Di colpo, capì che non avrebbe potuto più sopportare la presenza di quell'uomo, mai più: era veramente furibonda. Decise così, su due piedi, come fosse la cosa più naturale del mondo, che l'avrebbe ucciso in montagna, qualche giorno dopo. Sarebbe stato facile, la botanica era un atout dalla sua: bastava cogliere qualche erba velenosa, cucinarla, e servirla all'oppressore... nulla di più semplice. "Un incidente" sarebbe bastato dire alla polizia " mio marito ha sbagliato a mangiare quelle piante che ha colto, lo avevo avvertito" e avrebbe passato la pensione in pace, salvando l'ulcera en passant.

Vuotò la tazza nel lavandino e andò in giardino, si era costruita uno studiolo nel capanno degli attrezzi, e lì teneva tutti i suoi libri di botanica più preziosi: chiavi dicotomiche, erbari, liste di specie protette, velenose. L'occhio le cadde su un libro rilegato con una copertina blu, sulla quale era scritto: 'Funghi di montagna'. Non ricordava quel libro, e sulla copertina oltre al titolo non c'era scritto nulla: nè l'autore, nè l'editore, nè la data di stampa.

Gli diede una rapida occhiata, voltando le pagine velocemente, saltandone molte, soffermandosi di tanto in tanto su qualche pagina per ammirare qualche disegno o qualche fotografia di funghi dalle forme più bizzarre.

A un certo punto capitò su una pagina che introduceva una nuova sezione: 'Funghi velenosi' era intitolata.

Cominciò a leggere, spulciando qualche pagina di appunti.

Trovò tre specie che facevano al caso suo: l'Amanita Phalloides era il fungo principe: facile da trovare, poteva essere spacciato al marito ( che tanto non aveva dimestichezza coi funghi) per l'ovulo reale (Amanita cesarea), superbo in cucina. Alla pagina dell’Amanita falloide nel riquadro "commestibilità" spiccavano le soavi parole “ è da escludere in modo assoluto la sua utilizzazione come fungo commestibile dato che si tratta della specie più pericolosa esistente. Avvelena chi lo consuma con esito letale nella maggior parte dei casi”. Come scelta alternativa, in caso la Falloide non fosse reperibile nei boschi montani, l’Amanita verna e l’Amanita virosa potevano fare al caso suo: anch’essi velenosi, anche se un po’ meno, sarebbero stati ottimi per freddare il marito. Dopo un ora, aveva trascritto tutte le caratteristiche che le sarebbero servite per riconoscere le tre specie. Soddisfatta, passò la giornata pulendo la casa, spensierata e in trepidante attesa che passassero!

i tre giorni che la separavano dalla partenza, alias morte del marito. Quando la sera Guido tornò da lavoro, lei lo accolse con un bacio. Si sedettero a tavola per la cena e subito Guido le espose alcuni nuovi dettagli sulla partenza; lei annuì tutto il tempo, senza ascoltarlo. Pensava invece alla miglior ricetta per cucinare i terribili miceti: un risotto forse, o magari un sugo per la pasta…

 

Il giorno della partenza, Clara si svegliò in uno stato euforico, esuberante. Non si era mai sentita così in vita sua, la decisione di uccidere il marito le sembrava adesso la più giusta e saggia che avesse mai preso.

Si fece la doccia canticchiando, scese a fare colazione con Guido, servendogli come al solito il tè in una tazzina senza manico (‘il tè non si beve bollente, lo si può bere solamente quando si riesce a tenere la tazzina stretta nel pugno’, era una delle massime del marito), mangiando latte e cereali e guardando la lavagnetta con un sorriso brillante.

Quando tutto fu pronto, le valige cariche in macchina, ogni pacchetto stipato dove possibile a bordo dell’auto, il pieno di benzina, con Guido che l’aspettava sull’auto già pronto indossando i suoi occhiali da sole da viaggio, Clara si prese un momento per restare da sola in casa: andò in cucina e prese il coltello grosso dal cassetto, poi con un pennarello nero scrisse sulla lavagnetta sul frigo: ‘Programma della vacanza: uccidere Guido’. Dopo di che conficcò il coltello nella lavagnetta con tutte le sue forze. Si accorse di ansimare per l’emozione, l’adrenalina la stava eccitando.

Si prese ancora un momento per calmarsi, bevve un bicchiere d’acqua, trasse un respiro profondo, e uscì di casa. Guido aveva scelto di partire alle dieci e un quarto, poiché, secondo i suoi calcoli, a quell’ora sarebbe stato il momento migliore per viaggiare senza coda: la sua mania le ricordava un film di Verdone. Effettivamente, code non ne incontrarono. Fecero un sosta – naturalmente programmata – a Moretta, paesino del cuneese: fermarsi nel bar di quello squallido paese era una cosa ovvia per Guido; lo faceva da ormai vent’anni, ogni viaggio verso la valle Varaita. Cambiare era fuori questione. “Vorrei un bicchiere di acqua San Bernardo, non gasata a temperatura ambiente, se possibile” ordinò suo marito, guardando schifato due muratori marocchini che stavano bevendo un caffè al banco. Quando ripartirono, Guido attaccò un noiosissimo discorso sulla pittura impressionista. Per sfoggiare la sua cultura in fatto d’arte, passò in rassegna tutti i pittori impressionisti: uno a!

d uno, opera per opera. Parlava come se avesse di fronte a sé un auditorio di critici d’arte suoi pari: “Vedi Clara, guardando le opere di Manet si intuisce come l’artista, forte dei molti anni di studi, sappia far vibrare i diversi colori dell’arcobaleno in un unicum di sfumature…” Scendere dall’auto, arrivati finalmente a Chianale (paese dove si trovava il loro cottage), fu un sollievo. Guido scaricò i bagagli in modo sistematico: prima i viveri, poi le valigie coi vestiti, ecc e finalmente si decise ad aprire casa.

Si sorprese, entrando in casa, di sentirsi meglio, era come se quei posti non fossero gli stessi che aveva lasciato l’ultima volta che era stata li, tutto aveva una nuova sfumatura, qualcosa che non aveva mai notato. L’aria aveva un profumo nuovo, fresco.

 

Aiutò Guido a sistemare i bagagli, riempire gli armadi e il frigo, rifare i letti. Quando tutto fu pronto pranzarono, poi arrivò un loro vecchio amico che aveva la casa vicino alla loro, e lui e Guido si misero, come loro solito, a giocare a carte.

‘Esco per funghi’, disse Clara aprendo la porta.

S’inerpicò su per il sentiero che porta al bosco di conifere, che lei classificava come Larix Decidua , godendosi il buon profumo dei pini, dei larici e

il rumore del ruscello scalpitante qualche decina di metri più in basso.

Era una giornata uggiosa e presto sarebbe arrivata la pioggia, perciò decise di non perdere tempo e dirigersi subito nel luogo che le interessava. Sapeva dove cercare.

Anche lì avvertì la strana sensazione di poco prima: tutto le sembrava nuovo, come se quella fosse davvero la prima volta che metteva piede in quei luoghi. Sorrise: con un po’ di fortuna sarebbe stata anche l’ultima. L’umidità dovuta alla nebbiolina che stava calando lasciava presagire che la raccolta sarebbe stata fruttuosa. Sotto alcuni larici, vicino a una sorgente, scorse alcuni funghi bianchi. Si avvicinò speranzosa, ma scoprì che erano Coprini, di una specie molto buona: lei non cercava quello. Girò per un ora, cercando senza tregua: non riusciva a trovare nulla che potesse nuocere al marito. Stanca, si sedette in mezzo ai cespugli di mirtilli e cominciò a raccoglierli nel suo cestino, progettando un dessert. Mentre compiva il lavoro minuzioso di cogliere le bacche ad una ad una, fu baciata dalla fortuna: presso alcuni frammenti di legno decomposto, trovò delle amanite bianche. Ne colse una, per accertare la specie: Amanita virosa fu il verdetto. Eccellente.

Finì di riempire il cestino coi mirtilli e si diresse a casa. Sulla soglia, assunse un espressione innocente, ed entrò. “ Caro, tu non puoi immaginare” disse appena fu dentro “ Ho raccolto una miriade di mirtilli e degli ottimi funghi, ci aspetta una cenetta da re”.

All’inizio aveva pensato a un buon risotto, ma poi si rese conto che un primo l’avrebbe costretta a mangiare i funghi velenosi, mentre come contorno della seconda portata la scusa del ‘Non ho più fame’ avrebbe potuto funzionare. Sarebbe stato perfetto.

Mise sul fuoco una padella, vi sciolse del buon burro di alpeggio e vi gettò i funghi a rosolare. Quando furono cotti, li prese e li mise in una terrina sul cui fondo aveva meticolosamente poggiato un pezzo di carta assorbente. Un pizzico di sale, uno di pepe.

Sorrise sollevata.

Si aggiustò i capelli, si risistemò la gonna e portò tutto a tavola.

“E’ pronto, caro!”.

La prima portata consisteva in spaghetti integrali con pomodoro fresco e basilico: Guido esigeva di mangiare pasta integrale condita con un sugo poco grasso, insomma il “Così è più sano” che si sentiva ripetere da anni.

“ Buonissima la pasta cara” si complimentò lui “ Forse pecca per il troppo sale, ma comunque ottima”

La portata buonissima deve ancora arrivare pensò lei, sorridendo.

“ Sono contenta che ti piaccia, patatino mio” si trovò costretta a dire.

Quando servì il secondo, le tremavano le mani, non stava più nella pelle.

“ Ecco” disse servendo il marito “ Bistecchina al limone con contorno di funghi raccolti di mia mano”

Il piatto aveva un aspetto molto invitante. “ Io il secondo non lo prendo, sono sazia… ho fatto una scorpacciata di mirtilli mentre li raccoglievo”.

“ Ti ho detto mille volte che a mangiare fuori pasto ti rovini l’appetito” commentò lui, scuotendo la testa.

Detto ciò tagliò un pezzo di bistecca e lo ingurgitò, dopo averlo masticato trentatré volte, com’era solito fare lui “ perché così non affatichi lo stomaco”.

Piantò poi la forchetta nei funghi, portò il boccone alla bocca e, invece di ingoiarlo, si interruppe, con la forchetta a mezz’aria.

“ Clara perché, se sai che io non mangio grassi a sproposito da quando ci conosciamo, hai cotto i funghi nel burro?” disse stizzito, sul punto di alzare la voce.

“ Mi spiace, ma proprio non posso mangiarli, trasudano burro” aggiunse.

“ Ma Guido, li ho raccolti e cucinati solo per te!” disse preoccupata “ Almeno assaggiali, ti prego”

“ No amore, non se ne parla. Non sono un tipo che sgarra; mi hai forse preso per un geologo?” le rispose, serio.

Clara si malediceva da sola. Come aveva fatto ad essere così stupida? Cucinare i funghi nel burro era un errore imperdonabile per una persona che conosceva Guido da così tanto tempo.  Sei solo una dilettante, un idiota, pensò sul punto di scoppiare in lacrime.

Il marito mangiò la bistecca, e lasciò da parte i funghi. Col suo essere maniacale si era salvato comodamente da morte certa.

Servì i mirtilli al marito – naturali, senza zucchero - ma non mangiò la sua porzione: la fame le era passata per davvero, adesso.

La sera vennero a trovarli i Paroli: coppia Genovese di loro amici, che passava le vacanze a Chianale.

Quella sera fumò molto più del solito, nella depressione. Giocò a scacchi con la sua amica, molto più brava di lei, e perse tutte le partite: non riusciva a concentrarsi sul gioco. Come avrebbe fatto adesso, per eliminare Guido?

Sbarazzarsi di lui stava diventando un ossessione, un chiodo fisso in testa.

“ Cavallo F8, scacco matto!” disse la sua amica. Un'altra partita persa, e neanche se n’era accorta…

 

Si svegliò la mattina dopo, al suono della Cavalcata delle Valchirie. Suono marito si era alzato e, come sempre, stava facendo la ginnastica mattutina accompagnato dalla musica classica ( “Che rilassa lo spirito e il corpo, tesoro mio”).

Scese in cucina e trovò Guido intento a fare colazione: era giunto al Kiwi.

“ Buongiorno Amore” disse.

“ Buongiorno Clara!” Sorrise “ Oggi, come da previsione, il tempo è stupendo”

“ Si va a camminare, mi sono detto prima tra me e me… Ti va?” le chiese Guido.

“ Certo Guido, un ottima idea”

Mentre camminavano per gli ampi campi che si stendono sui fianchi delle montagne, Clara ebbe un’idea.

L’Amanita virosa che aveva colto il giorno prima non era finita. Poteva certamente cucinarla in altro modo per pranzo, chiedendo scusa per il giorno prima. Non si sarebbe insospettito se gli avesse fatto credere che fosse un gesto di gentilezza.

Raccolsero dei fiori insieme, parlando del più e del meno, guardando le montagne, il cielo limpido sopra di loro, godendosi una deliziosa brezza frizzante.

Tornati in casa, Clara si fiondò in cucina per preparare il pranzo. Penne al ragù come primo, braciola ai ferri e funghi per secondo. Funghi questa volta cotti in un filo d’olio extravergine d’oliva di ottima qualità (“E’ inutile risparmiare sul cibo buono e sano, Clara! Sarebbe un crimine verso sé stessi!”).

Questa volta Guido trangugiò tutto, apprezzando di buon grado le scuse della moglie riguardo al giorno prima: ‘Provali stamattina, Guido! Li ho fatti come piacciono a te!’.

‘Sono ottimi questi funghi, Clara! Sono davvero fortunato ad avere una mogliettina come te che conosce i funghi mangerecci! Non è cosa da molti!’

Clara stava ora gustandosi la situazione, assecondando ogni richiesta o discorso di Guido. Le pareva proprio il caso di essere carina in questo suo ultimo momento con lui, dopo trent’anni di convivenza, era il minimo!

Dopo alcuni minuti, nervosa, si alzò per preparare il caffè. Il marito continuava nei suoi discorsi, convinto di essere ascoltato, mentre Clara cominciava ad avvertire una pungente sensazione: anticipazione, senso di colpa, ansia. Servì il caffè, e suo marito stava bene. Bevvero il caffè, e suo marito stava bene. Lavò i piatti, e suo marito stava bene.

Si stese sul divano dubbiosa. Non sapeva dopo quanto tempo l’effetto del veleno del micete impiegava a manifestarsi. Era in preda al panico, e quando suo marito le si avvicinò per dire: “Che ne dici di un giro a Ponte Chianale, oggi pomeriggio?” letteralmente schizzò in piedi e scappò via senza rispondere.

Appena fu da sola, prese il suo libro sui funghi, un esemplare o due dell’ Amanita che aveva raccolto e confrontò. Quando si accorse del madornale errore che aveva commesso, quasi si morse le nocche.

Che sbadata: aveva colto un ovulo reale – Amanita Cesarea, micete mangereccio tra i migliori -  invece del fungo che sarebbe stato letale per Guido. Al posto di servirgli il pasto che l'avrebbe ucciso, gli aveva rifilato una leccornia.

Ora sì, era letteralmente disperata.

Guido era ancora vivo.

Come avrebbe fatto adesso?

Una nuova, disperata idea stava prendendo forma nella sua testa.

 

Il giorno seguente di nuovo bel tempo, di nuovo passeggiata. Questa volta si incamminarono alla volta delle vette più alte. Salivano lungo una mulattiera, Guido avanti – vista la forma eccellente del suo fisico – lei dietro, ansante. Salirono tutta la mattina, in silenzio: furono in vetta per pranzo. Il panorama era stupendo; le montagne si ergevano a trecentosessanta gradi. Si trovavano su un cucuzzolo appuntito, con uno strapiombo da un lato, e il pendio più dolce dall’altro. Guido aveva programmato di pranzare in punta con dei panini e ridiscendere subito, poiché grosse nuvole grigie si stavano addensando.

Fu in quel luogo, lassù in cima, dove l’aria è rarefatta, e l’unica cosa che si sente è il sibilare del vento, che Clara capì ciò che andava fatto.

Si alzò in piedi , lo sguardo solenne. Spingerlo giù dal burrone, pensò, questo è il modo in cui deve finire.

Prima di passare all’azione, decise di valutare se il baratro fosse sufficientemente profondo da ucciderlo sul colpo. Si sporse in avanti ed ebbe appena il tempo di vedere il fondo del burrone irto di graniti acuminati,

quando si ritrovò a cadere nel vuoto, dopo essere stata spinta da forti mani.

 

Guido era soddisfatto. Il suo piano meticoloso era concluso senza intoppi, come sempre.

“Cara mia, mi amavi a tal punto da non accorgerti che meditavo di ucciderti da molti anni” disse al vento.

Si concesse ancora un istante per assaporare il momento, poi si voltò, raccolse le sue cose, e scomparve fra i monti.

 
 

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