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Storia di una vita anormale
Novelle
Scritto da jarabe didp   

Era l’agosto del 1975 quando mia mamma Aretha Franklin e mio papà Jimi Hendrix decisero di fondere la loro creatività musicale in un atto d’amor carnale.

Nove mesi dopo, mamma era sul ciglio di una strada a contemplare l’America. “Diminuzione dei cavalli, aumento dell’ottimismo” stava canticchiando, quando le si ruppero le acque. Stette in preda al panico per qualche minuto, sola, lontana dal mondo, poi giunse sulla strada deserta una gip che si arrestò a pochi metri da lei. Scese un uomo con una borsetta da dottore e mia madre pensò: “Cazzo, che culo… un dottore!”. E invece no, si accorse ben presto che non era proprio così. Lui si chinò su di lei e tirò fuori gli attrezzi del mestiere (quale?), poi la incoraggiò: “Dai bella puledrona, dai che ce la fai, spingi spingi, lo vogliamo far uscire questo pony?”, quando proferì queste parole il suo alito regalò alle narici della mamma forti vampate di alcol. Erano di Amaro Montenegro. Lui era il veterinario della pubblicità. Forse fu questo che generò in me l’amore per il cinema e la televisione: la prima persona che vidi fu, infatti, un attore.

Papà Jimi era mancino, mamma Aretha aveva un vocione soul; non presi nulla da loro, se non l’amore per la musica, e la prima volta che mi vidi allo specchio persino la mia pelle aveva un colore diverso dal loro.

Dopo trenta giorni proferii la mia prima parola di senso compiuto, record ancora imbattuto nel Guiness dei Primati. Ripensai a tutta la mia situazione, alla mia immagine nello specchio, alla sensazione di diversità che provai un mese prima. Poi mi affacciai dalla finestra e gridai al mondo intero: “Perchèèèèè?”. Espressi così, in forma semplice, il mio primo dubbio sul senso delle cose. Qualche settimana dopo lessi il mio primo libro: “La nausea” di Jean Paul Sartre e iniziai le mie prime riflessioni filosofiche sull’esistenzialismo e sulla condizione dell’uomo post-moderno.

La mia vita trascorse nella normalità(?) per circa sei anni, sino a quando una terribile scoperta scosse la serenità dell’atmosfera famigliare. Mamma scoprì, guardando un documentario in tv, che suo marito (il mio papà! Il mio caro papà!) era morto d’overdose nel 1970. Ma come poteva esserlo se dormiva placido come un bimbo sul divano del soggiorno? Fu allora che mamma realizzò che l’uomo con cui dormiva da anni fosse soltanto un sosia di Jimi Hendrix. In effetti papà non fumava neppure le sigarette e conduceva una vita troppo regolare! Fu l’inizio della crisi del loro rapporto e soffrii molto quando decisero di separarsi. Il giudice Santilicheni mi affidò alla mamma.

La mamma mi crebbe con amore, ma, porco cane, quando mi cantava la ninnananna si metteva a sparare degli acuti mostruosi e io non riuscivo mai a prendere sonno. Iniziai così a fingere di dormire per allontanarla dalla mia cameretta, ma quando lei se ne accorse mi spedì per punizione tutta l’estate in colonia a Colonia. Coi miei nuovi amichetti estivi mi divertii un sacco e mi innamorai per la prima volta: della nostra accompagnatrice. Lei era piccola e dolce e portava un velo blu sulla testa che faceva pendant col suo vestito. Amava l’India e ne parlava sempre. Non me ne importava nulla che fosse albanese o più grande di me di una sessantina d’anni o che gli altri la chiamassero Suor Teresa, io ero nato diverso e sapevo apprezzare la diversità! Anzi, avevo imparato ad amare la diversità!

Scoprii le prime insidie dell’amore e i grattacapi delle storie sentimentali, e quando, durante una gita di un giorno a Berlino, le gridai con frustrazione: “Cavolo, avere a che fare con te è come scontrarsi contro un muro!”, mi ritrovai, subito dopo, con un enorme bernoccolo in testa, lei mi rispose dandomi dello “stronzo”.  Così sancii in me la fine di questa tragica storia d’amore che col tempo cominciai a definire una storiella estiva.

A casa era tutto cambiato al mio ritorno, la mamma aveva un altro uomo: un signorotto inglese che cantava in un gruppo di nome Queen. Il suo nome era Frederick Bulsara, ma si faceva chiamare Freddie Mercury, un tipo in gamba, ma un po’ stravagante che ogni sera portava la mamma a cena al ristorante. Così io rimanevo a casa con il nuovo baby sitter (“Un tipo di cui fidarsi!” disse la mamma poco prima di assumerlo), un professore universitario che adorava i bambini: John Nash, con cui avevo l’abitudine di giocare quasi ogni sera alla Teoria dei Giochi. Tra di noi si creò un rapporto straordinario, contraddistinto da discussioni politiche, sociologiche e filosofiche, ma anche da grasse risate. John durò un anno, poi la mamma lo licenziò perché mi stavo legando troppo a lui.

Freddie cominciò a vivere a casa nostra e tra me e lui non correva certo buon sangue, entrambi ci litigavamo il tempo da trascorrere con Aretha.

Prima di lasciarmi definitivamente, John mi iscrisse ad una puntata di Genius, un programma italiano condotto da un italo-americano, un certo Mike Buongiorno. Al gioco partecipai l’anno successivo e quando vinsi la puntata Mike mi disse: “Allegria! Un ragazzino di otto anni col cervello di un mostro! Ci vediamo alla finalissima”. Vinsi pure quella. Tutti i giornali parlarono di me e una prestigiosa università inglese mi volle fra i suoi studenti seppur in precoce età.

Nel frattempo la mamma scoprì Freddie a letto con un ballerino russo e lo lasciò. Lei entrò in crisi, si chiedeva di continuo cosa avesse trovato in lei una persona che amava il suo stesso sesso. La mamma entrò in depressione e trovò la risposta soltanto qualche mese più tardi, quando dopo una visita ginecologica venne cacciata in malomodo dal dottore che, a suo dire, si sentiva preso in giro. La mamma rifletté parecchio su quell’episodio e giunse finalmente alla conclusione che lei era un uomo. La crisi della mamma(?) trapassò in me e mi chiesi per lungo tempo come avesse potuto darmi alla luce, fino a quando la memoria cercò di darmi un suggerimento, riportandomi a qualche anno prima a Berlino e facendo echeggiare nella mia scatola cranica l’ultima frase del mio primo amore. “Stronzo-o-o-o-o”. Non colsi.

Decisi di andarmene di casa. Mi sentivo preso in giro dalla vita e avvertii un terribile bisogno di dominare il mio destino.

L’università fu la giusta occasione e la prima volta che ci misi piede avevo da poco compiuto nove anni. L’Oxford University era sontuosa e la cultura si respirava nell’aria. Ci misi ben due anni per laurearmi in Filosofia e poi in Sociologia, ma fu un periodo ricco di altre grandi soddisfazioni. Vinsi due volte la sfida di canottaggio con Cambridge sulle acque del Tamigi, ebbi un discreto successo col mio gruppo musicale affiancato dall’amico Thom Yorke, e, per diletto, aiutai Kubrick, Herr e Hasford a produrre la sceneggiatura di Full Metal Jacket.

Cercai subito lavoro, ma ovunque mi sbattevano le porte in faccia, dicendo che mancavo di un requisito fondamentale: l’esperienza. Decisi allora, dopo aver letto un annuncio sul The Guardian, di approdare in Afganistan, dove mi si prospettava un lavoro da cucitore di palloni da calcio. Lì non ebbi problemi ad essere assunto e guadagnai i miei primi soldini (in nero). Col tempo feci carriera ed iniziai a cucire i palloni per i Mondiali di Italia ’90. Avevo appena compiuto quattordici anni, era arrivato il momento di cambiare lavoro, vita e Paese.

Fu allora che un bel giorno mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana che trasportava i palloni in Italia e giunsi nel Belpaese. Arrestarono tutti coloro che erano a bordo, fra cui anche me: i palloni da calcio erano imbottiti di droga. Fu la mia prima notte al fresco e non ne ho un bel ricordo. L’indomani mi rilasciarono perché minorenne e contattarono papà Aretha, che mi raggiunse con il primo volo in Italia. Il nostro incontro fu struggente e intenso, era venuto per riportarmi a casa, invece constatò che mi ero fatto uomo e avevo scelto la mia strada.

Scelsi di vivere a Torino, perché il nome di quella città mi era simpatico e perché il bomber dei Mondiali, Totò Schillaci, giocava nella Juventus. Affittai un piccolo appartamento all’interno della Galleria Subalpina, che affacciava anche su via Carlo Alberto. Quando mi sporgevo dalla finestra, sentivo di dominare la città dall’alto. Una sensazione straordinaria che mi portava ad osservare con la lente dello scrittore intellettualoide i movimenti nella piazza sottostante. Ci abitai per ben cinque anni, ma la mia giornata si svuotava gradualmente di significatività: mi spostavo dal letto alla finestra. Ogni movimento là sotto mi pareva, sempre di più, un eterno ritorno. Fu il mio periodo nichilista.

Scelsi di dare una scossa alla mia vita e decisi che era arrivato il momento giusto di uscire dal letargo e incontrarmi faccia a faccia con il mondo. Ricominciai ad osservarlo ad un metro e ottanta dal suolo; quando sorseggiavo il marocchino nel dehor del Caffè Vittorio riuscivo a scrutarlo addirittura da un solo metro d’altezza, e forse era ancora più bello. La cameriera sfiorava i tavoli e prendeva le ordinazioni dei clienti. Ci guardammo dritti negli occhi e ci piacemmo, in fondo eravamo simili io e il mondo, io e la cameriera. Rimanemmo fissi e immobili nella stessa posizione per circa nove anni. Oggi abbiamo smesso.

 
 

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