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Le accuse mosse a Socrate erano: 1) che egli non riconosceva la religione di stato, e 2) che egli corrompeva i giovani, insegnando loro a non credere nella religione di stato.
A Socrate avvenne quel che poi avvenne a Cristo e alla maggioranza dei profeti e dei maestri dell'umanità. Socrate mostrava agli uomini la via della vita secondo ragione, così come essa gli si rivelava nella sua coscienza, e, nel mostrare questa via, non poteva non ripudiare quelle false dottrine sulle quali si fondava la vita sociale del suo tempo. E la maggioranza degli ateniesi, non essendo in grado di intraprendere la via indicata da lui, benché la riconoscessero come vera non potevano tollerare la condanna di tutto ciò che essi tenevano per sacro, e, per liberarsi dall'accusatore e dal sovvertitore dell'ordine costituito, avevano consegnato Socrate al tribunale per un processo, che doveva concludersi con la morte del condannato. Socrate lo sapeva e perciò non si difese, ma si limitò ad approfittare del processo per dire agli ateniesi perché egli avesse agito così come aveva agito, e perché in futuro, se l'avessero lasciato in vita, egli avrebbe continuato ad agire al medesimo modo.
I giudici ritennero Socrate colpevole e lo condannarono alla pena di morte. Dopo aver ascoltato con calma la sentenza, Socrate si rivolse ai giudici con il seguente discorso:
"Gli uomini ora diranno" egli disse, "che voi, cittadini di Atene, avete messo a morte senza ragione il saggio Socrate; diranno che io ero un saggio, benché io non sia affatto un saggio, soltanto per biasimare voi; diranno che voi mi avete messo a morte senza ragione, perché se soltanto aveste avuto un poco di pazienza, ciò sarebbe avvenuto di per sé, dato che io per la mia età son già prossimo alla morte. E ancora voglio dire a voi - a quanti mi condannano - che voi fate male a pensare, condannandomi a morte, che io non sappia come salvarmi da questa morte. Io lo so invece, ma non lo faccio, perché ritengo che ciò sia indegno di me. Io so che per voi sarebbe cosa gradita vedermi singhiozzare, e gemere, e fare e dire molte altre cose. Ma né io né nessun altro deve cercare di salvarsi dalla morte in modo indegno. In tutti i pericoli vi è il modo di evitare la morte, se soltanto non si ha rispetto di sé. Evitare la morte non è difficile, molto più difficile è evitare il male: il male infatti può ghermire ben più rapidamente e più velocemente che non la morte. Ed ecco, io sono pesante e vecchio, e mi ha ghermito la morte, ma voi, miei accusatori, voi siete vigili e svelti, e vi ha ghermiti qualcosa di più svelto - il male. Dimodoché a me, che son condannato da voi, toccherà la morte; a voi invece, che mi avete condannato, toccheranno il male e la vergogna a cui vi condanna la verità. E io rimarrò con la mia punizione, e voi con la vostra. Tutto ciò così appunto deve essere, e tutto va dunque per il meglio.
"Inoltre, io voglio ancora predirvi qualcosa, a voi miei accusatori. Giacché prima della morte gli uomini prevedono più limpidamente il futuro. E dunque io vi predico, concittadini, che voi sarete puniti subito dopo la mia morte, - con una pena assai più pesante di quella alla quale voi mi avete condannato. E precisamente, che vi avverrà il contrario di ciò che vi attendevate. Quando mi avrete messo a morte, voi susciterete contro di voi tutti coloro che vi accusano, che io trattenevo, benché di ciò voi non vi siate accorti, e questi accusatori saranno per voi tanto più sgraditi inquantoché son più giovani di voi, e per voi sarà ancor più faticoso sopportare i loro assalti. Dimodoché la mia morte non vi libererà dal biasimo per la vostra vita malvagia. Ecco, questo volevo appunto predirvi, a voi che mi condannate. Non ci si può liberare dal biasimo mettendo a morte degli uomini. Il modo più semplice e più efficace per liberarsene è bensì uno soltanto: vivere meglio.
"Adesso mi rivolgo anche a voi, a coloro che nel processo non mi hanno accusato e mi hanno invece giustificato. Conversando qui con voi per l'ultima volta, io voglio narrarvi una cosa sorprendente, che oggi mi è avvenuta, e ciò che io trarrò da questo caso tanto insolito. In tutta la mia vita, nelle più importanti come nelle più insignificanti circostanze io ho sempre udito una voce segreta nella mia anima, che mi metteva in guardia e mi tratteneva da azioni che avrebbero potuto portarmi sventura. Oggi dunque, benché, come voi stessi vedete, mi attendesse qui una circostanza che si ritiene solitamente essere la peggiore tra le sventure, - oggi questa voce non mi ha messo in guardia e non mi ha trattenuto né al mattino, quando uscivo da casa, né al momento in cui entravo qua, nel tribunale, né durante il mio discorso.
"Cosa significa ciò? Questo, a mio parere: che quel che mi è avvenuto oggi non soltanto non è un male, ma è un bene. Giacché, in realtà, una delle due: o la morte è la completa distruzione e la scomparsa della coscienza oppure, secondo le credenze tramandateci, è soltanto un mutamento e un trasferirsi dell'anima da un luogo a un altro. Se la morte è la completa distruzione della coscienza ed è simile a un profondo sonno senza sogni, allora la morte è un indubbio bene, giacché se ciascuno provasse a rammentare la notte che ha trascorso in questo sonno senza sogni e paragonasse questa notte a quelle altre notti e giorni, con tutte le loro paure, ansie, desideri insoddisfatti, io sono sicuro che ciascuno troverebbe ben pochi giorni e notti più felici di questa notte senza sogni. Sicché se la morte è un tale sonno, allora io per lo meno la ritengo un bene. Se invece la morte è il passaggio da questo mondo a un altro e se è vero quel che dicono, che là si trovano tutti i saggi e santi uomini che sono morti prima di noi, allora può forse esservi un bene più grande che vivere là con questi esseri? Io desidererei morire non una volta, ma cento volte, pur di potermi ritrovare in un tal luogo.
"Dimodoché sia voi, giudici, sia tutti quanti gli uomini dovrebbero, io penso, non temere la morte e rammentare invece una cosa: che per un uomo buono non vi è alcun male né nella vita né nella morte.
"E perciò, benché l'intento di coloro che mi hanno condannato sia stato di farmi del male, io non serbo rancore né per coloro che mi han condannato, né per coloro che mi hanno accusato.
"Tuttavia il tempo va mancandoci ormai: a me, per morire, a voi per vivere. E per chi di noi sia meglio, lo sa soltanto Dio."
Poco dopo il processo la condanna a morte di Socrate venne eseguita, col fargli bere una coppa di veleno, ed egli morì in pace attorniato dai suoi discepoli. I particolari della sua fine sono descritti dal suo discepolo Platone nel dialogo Fedone. |