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Passaggio in India
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Scritto da k.   

Abbandonate l’idea di un racconto a quattro mani. Anche sforzandoci, non ne saremmo capaci e non renderebbe giustizia all’esperienza vissuta insieme in India perché differenti sono stati l’impatto, le impressioni e le sensazioni che abbiamo provato.

Sicuramente ci siamo influenzati a vicenda, ma anche se abbiamo condiviso tutta questa meravigliosa esperienza l’abbiamo comunque vissuta in maniera diversa, vuoi perché se per uno era la prima volta per l’altro era il secondo incontro con questo paese, vuoi perché siamo due persone distinte e ovviamente ognuno di noi si avvicina al “nuovo” con occhi e sentimenti propri.

Non sarà nemmeno un racconto in parallelo, ciascuno secondo il suo stile, perché se anche questo era il proposito.. beh… tra il dire e il fare c’è di mezzo un oceano a volte!

Ci auguriamo comunque che sia uno stimolo per chi abbia voglia un giorno di partire per l’India, ma soprattutto un modo per rendervi partecipi per quanto possibile di questo viaggio che abbiamo fatto che a noi ha dato tanto e che vogliamo condividere anche con chi con noi non c’era.

 
Preludio all’assaggio
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Scritto da k.   

“Welcome to India”. E finalmente ci siamo. Dopo ore di volo sopra le nuvole, è la notte di Delhi ad accoglierci. Inizia il viaggio tanto atteso, il subcontinente indiano è sotto i nostri piedi, un bel respiro… e via! Varchiamo i cancelli che ancora ci separano dal mondo fuori, lasciamo alle spalle il non luogo aeroportuale per cominciare questo viaggio di un mese tanto atteso. Siamo a fine luglio, un periodo poco indicato per un soggiorno in India: caldo e umidità senza tregua e monsoni non sono i migliori compagni di viaggio, ma dovendo fare i conti con le nostre possibilità abbiamo deciso (intuitivamente, senza grosse certezze) di dedicarci al nord di questo paese, sperando in un clima favorevole.

Come al solito, non sono riuscita a prepararmi come avrei voluto; nonostante i buoni propositi, l’itinerario di viaggio è appena abbozzato, la solita Lonely Planet è praticamente immacolata, i pochi tentativi di recuperare dei contatti locali sono andati a vuoto. Ma confidiamo nel nostro intuito.

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L’assedio dei sensi
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Scritto da k.   

L’India è troppa. In tutti i sensi, soprattutto sensoriali. La vista va in tilt, cose e soprattutto persone dappertutto; è tutto un movimento. Le strade sono colme oltre misura, il nostro traffico ha ben poco di traffico al confronto. Tanti e tanti uomini in bicicletta – i famosi rickshaw wallah – che pedalano e trascinano dietro di sé un rimorchio su cui siedono due-tre-quattro persone o che trasportano una montagna di scatole, i muscoli delle gambe tesi, il fiato corto, i polmoni allo stremo. Milioni di imitazioni delle nostre Ape Piaggio – gli auto-rickshaw – che dell’originale hanno solo la struttura, trasformate in una sorta di piccoli taxi gialli e verdi, vivacemente decorati, che invadono le arterie indiane. Impossibile fare oltre dieci metri a piedi senza essere affiancati da uno di questi mezzi di trasporto che offre un passaggio. No al primo, no al secondo, ma al terzo cediamo. E qui inizia la contrattazione per il tragitto da compiere. “Eighty”. “Eighty? It’s too much. Last time we paid forty”. “Forty, it’s impossible, fifty”. “Ok, fifty”. E così ogni volta. Molti curiosi della nostra provenienza; “Italy? Oh yes, Sonja Gandhi!”. Domande su si noi, sul nostro viaggio, dove siamo stati fino a ora, dove sono i nostri figli – perché ovviamente ci presentiamo come “married”, altrimenti vallo a spiegare che alla nostra età non lo siamo, che da noi è normale così, per cui inventiamo pure dell’esistenza di fantomatici figli rimasti in Italia con i nonni!

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Le prime tappe
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Scritto da k.   

Il nostro itinerario parte dalla capitale, Dehli, per poi andare lentamente verso nord. In realtà l’uscita dalla città è stato a dir poco impressionante: era mattina presto, intorno alle 6,30, su uno di quei treni locali strapieni di persone, finestrini rigorosamente senza vetri (ma tranquilli, avevano le sbarre), porte aperte e ventilatori ovunque sui soffitti. In realtà è stato il “panorama” fuori a sconvolgermi. Siamo sfilati lentamente accanto a baracche della peggior specie, immerse nell’immondizia, da cui spuntavano corpi magri e scuri che si avvicinavano ai binari per defecare… sì, senza pudore alcuno, in uno scenario da discarica in cui ogni oggetto è già stato spremuto più volte prima di finirci, uomini e bambini e uomini e bambini e ancora uomini. Quanto l’India significhi vedere la povertà che si fa fatica a guardare ho iniziato a capirlo in quel momento.

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Tibetani in India
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Scritto da k.   

Non potevamo non raggiungere la capitale dei tibetani in esilio, Darhamsala. Posto a circa 2000 metri, immerso nel verde e circondato dalle montagne, questo paesino ti avvolge all’istante con la sua calma tibetana, ovunque monaci con le loro tuniche porpora e arancioni, gli occhialetti rotondi, il sorriso serafico. Ci sono molti turisti, e si capisce perché questo luogo attiri così tante persone. Un po’ l’atmosfera rilassata, il panorama incantevole, ma soprattutto l’aria “di Tibet” che si respira un po’ ovunque, la sensazione di un popolo ingiustamente in esilio, un popolo estremamente pacifico che non può non suscitare simpatia e solidarietà.

La Cina invase nel 1959 il Tibet, che è tutto tranne che un fazzoletto di terra: grande quanto i due terzi dell’India, il Tibet godeva di vita propria. Jean, un ragazzo francese che alloggiava accanto a noi e che stava portando avanti studi approfonditi sulla questione, ci ha spiegato la questione. All’epoca, Tibet e Cina avevano autonomia reciproca, ma non era così chiaro se il Tibet fosse un vero e proprio stato indipendente. O meglio, per i nostri canoni e criteri occidentali, non era del tutto così. Eppure, sempre secondo le sue parole, il diritto internazionale prevede che uno stato si può definire tale quando ha la capacità di firmare dei trattati. E il Tibet, che coniava una propria moneta e stampava propri passaporti, aveva anche siglato trattati con altri stati. Ma per noi continua a non essere di così facile comprensione. Il Dalai Lama è sempre stato la massima autorità in Tibet (ed è incredibile pensare che sia la massima autorità religiosa, ma anche politica! E non sia un tiranno, anzi…);

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Sulla catena himalayana
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Scritto da k.   

Anche il Ladakh è prevalentemente tibetano, da sempre. Regione all’estremo Nord-est dell’India, è una zona himalayana stupenda per i suoi panorami e per la sua atmosfera.

Noi l’abbiamo raggiunto attraverso una strada di montagna aperta solo tre mesi in estate – in cui centinaia di camion portano rifornimenti (è l’unica via per raggiungere Leh via strada, che giunge fino in Kashmir) e per superare 475 chilometri ci abbiamo impiegato ben due giorni! Eravamo su un autobus grande, che viaggiava a una media dei 20 chilometri orari. Contrariamente a ogni previsione è stato un viaggio stupefacente e poco faticoso, la lentezza ci ha permesso, oltre che di percorrere una strada a dir poco accidentata, di godere dell’incredibile panorama che si apriva al nostro sguardo. La strada si snoda attraverso le montagne fra le più alte del mondo, valica passi e supera più volte i 5mila metri. All’inizio un panorama verdeggiante, erbetta e fiori dai colori intensi, alcune coltivazioni anche in posti impervi, segno della presenza di piccoli villaggi. Valli che si aprono su ogni lato, fiumi che scorrono sinuosi verso direzioni diverse, tanto che in men che non si dica il mio senso dell’orientamento è smarrito, non capisco più dove è la direzione da cui proveniamo. Il verde lascia il posto al brullo, al deserto montano, vette ricoperte di neve e ghiaccio sulle sommità, il resto roccia e sabbia pettinata, dapprima di una marrone chiaro che poi diventa più scuro e poi assume sfumature rossastre. Un enorme altopiano in cui viaggiamo su una pista invisibile, sabbia che si alza e ci soffoca le narici.

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I monasteri tibetani
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Scritto da k.   

Sono giorni straordinari per le bellezze che ci sono sfilate davanti gli occhi. Impreparati a un trekking ad alta quota, abbiamo ripiegato sulla moto. Non come quella affittata giorni prima a Manali, che stava in piedi per miracolo, e se solo la inclinavi un po’ di più perdeva benzina dal serbatoio. Questa all’apparenza sembra una vera moto, proprio da biker, con il manubrio alto e lo schienale. In realtà non fa grandi velocità, ma tanto non ci serve, perché le strade che percorriamo non sono particolarmente lisce.

Siamo in pieno agosto, ci dirigiamo alla volta di alcuni monasteri difficilmente raggiungibili con i mezzi pubblici, stupendi sulle sommità di alture da cui si gode un panorama mozzafiato. Pochi i monaci, che in quel giorno sono tutti all’incontro pubblico del Dalai Lama in visita nella regione.

Noi l’abbiamo visto il giorno precedente, poiché è in Ladakh per tenere delle lezioni aperte sul buddismo. Ci siamo recati all’appuntamento con anticipo, le strade colme di auto e pulmini carichi di persone che accorrono alla lezione. Giunti sul posto ci sediamo nel settore riservato agli stranieri, abbastanza vicini al luogo in cui depositano la portantina da cui tiene il discorso il Dalai. Attimi carichi precedono il suo ingresso, una folla sterminata attende l’arrivo e crea un’atmosfera molto intensa. Lui è lì, seduto, avvolto nella sua tunica arancione e rosso porpora, il sorriso sul volto, una tranquillità che trasuda da ogni poro.

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L’India hindu
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Scritto da k.   

E’ verso la fine del nostro viaggio che ci avviciniamo all’India Hindu: ad Haridwar, una cittadina sacra sulle rive del Gange, o meglio, di una ramificazione del Gange, meta di pellegrinaggi (gli hindu devono intraprendere almeno un pellegrinaggio all’anno). Molti indiani vi si recano per immergersi nelle sue acque, considerate sacre, e affollano alcuni templi posti su colline nei paraggi.

Da buoni turisti curiosi visitiamo i templi, che in realtà deludono un po’ rispetto a quelli visti sino ad allora. Se gli altri visti avevano una loro aura di sacralità, in luoghi isolati e immersi nel silenzio, pieni di campanelli e di fili colorati, nonché statuette colorate accanto a cui era possibile trovare petali di fiori, chicchi di riso e altri piccoli oggetti di dono, ad Haridwar è la dimensione a impressionarci – sono molto più grandi – e la quantità di persone presenti, che sfilano veloci e lasciano parecchie banconote ai sacerdoti presenti. Forse perché si tratta del “vile denaro” che non si ricollega all’idea di sacro, forse per il rumore e il caos di gente, ma questi templi non mi trasmettono nulla di che.

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Il quasi rientro
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Scritto da k.   

Non potevamo lasciare l’India senza aver visto il Taj Mahal. O meglio, potevamo, così come abbiamo deciso per mancanza di tempo di non spingerci fino a Varanasi – questa città sì che avrebbe meritato, ma avrebbe richiesto giorni che ormai avevamo quasi finito. Convinto Ivan che era deciso sul non andarci, ci siamo così imbarcati su un treno alla volta di Agra. “Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo”, come qualcuno l’ha definito, il Taj Mahal è un mausoleo fatto costruire nel 1632 da un imperatore moghul in memoria della moglie passata a miglior vita. Da sempre considerato una delle bellezze architettoniche dell’India, è considerato fra le sette meraviglie del mondo moderno. E così anche noi lo abbiamo visitato, impressionante nel suo marmo bianco, così sinuoso, anche se il caldo della giornata ci ha visti piuttosto provati.

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