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Il nostro itinerario parte dalla capitale, Dehli, per poi andare lentamente verso nord. In realtà l’uscita dalla città è stato a dir poco impressionante: era mattina presto, intorno alle 6,30, su uno di quei treni locali strapieni di persone, finestrini rigorosamente senza vetri (ma tranquilli, avevano le sbarre), porte aperte e ventilatori ovunque sui soffitti. In realtà è stato il “panorama” fuori a sconvolgermi. Siamo sfilati lentamente accanto a baracche della peggior specie, immerse nell’immondizia, da cui spuntavano corpi magri e scuri che si avvicinavano ai binari per defecare… sì, senza pudore alcuno, in uno scenario da discarica in cui ogni oggetto è già stato spremuto più volte prima di finirci, uomini e bambini e uomini e bambini e ancora uomini. Quanto l’India significhi vedere la povertà che si fa fatica a guardare ho iniziato a capirlo in quel momento.
Siamo sulla direzione del Pakistan, la nostra prima tappa, un giorno e mezzo soltanto, è Chandigar, capoluogo del Punjab. Città progettata da Le Corbusier, è tutto il contrario di ciò che uno si aspetta dall’India. Viali larghi, tutto molto squadrato, ampio, verde, insolitamente tranquillo. Ma per me è l’inizio, ancora non riesco a percepire quanto poco ci sia di naturale in tutto questo. Ci fermiamo perché è una tappa intermedia e ne approfittiamo per fare un salto al Rock Garden, un parco che definirei in stile “Gaudì dei poveri”, perché ricorda un po’ il Park Guell di Barcellona. Spazi diversi in cui si susseguono figure architettoniche disparate, fatte con materiali di recupero: muretti interamente ricoperti di cocci di ceramica, prese elettriche, pezzi di vetro, che vanno anche a formare omini o animaletti. Un sentiero accompagna la passeggiata e si snoda labirintico fra le diverse “radure”, per poi arrivare a una piazza in cui su un palco alcuni ragazzi sick (sì, quelli con la barba e il turbante in testa) si esibiscono in bangra sfrenati – la danza locale che va per la maggiore. E’ pieno di turisti, soprattutto indiani, ed è qui che per la prima volta alcuni di loro ci chiedono di farci una foto. Sì, una foto insieme a loro, e capiterà tante volte nel corso del mese, e non perché a me lo chiedono ragazzi e a Ivan ragazze, tutt’altro, solo per il gusto di avere una foto con due occidentali tipo quali siamo noi! Al parco si respira un’atmosfera di relax, tutti tranquilli e sorridenti, direi contenti, prima di uscire ci ferma un uomo del luogo che mette al collo di Ivan una collana di fiori e gli augura il meglio!
E le sorprese non finiscono, perché ci avviamo quindi al lago di Chandigar, sulle cui rive è un pullulare di persone: ci sono giostre, chioschi, sembra di essere in una specie di Rimini! Anche se è davvero strano vedere tutte queste persone “locali” in vacanza (Chandigar è un luogo di turismo indiano), gente in pedalò su una pozza d’acqua tutt’altro che limpida, con frotte di topi (o meglio ratti, viste le dimensioni) che scorazzano pacificamente sulle sponde.
Per il resto nulla di che, per cui il giorno dopo proseguiamo alla volta di Amritsar, cittadina al confine con il Pakistan nonché patria dei sick. Il viaggio i treno è già un’avventura, stipati in 10 su due panchine di legno che altro non sono che i sedili, donne e bambini ovunque. E qui incontriamo un ragazzo che rivedremo casualmente molti giorni dopo: un olandese che gira l’India con la sua bicicletta imbarcata direttamente dalla sua terra di origine, bizzarro ma anche molto sereno. Lo anticipo: lo incontreremo in Ladakh, ben 3.500 metri più in alto sul livello del mare, questo pazzo si farà un tragitto di circa 600 kilometri, non tanti, ma in cui supererà ben due passi oltre i 5.000 metri!
Ma tornando a noi… una volta ad Amritsar una delle nostre prime mete è il Golden Temple. Per arrivarci ci rendiamo davvero conto di essere in India: un caos avvolgente ci travolge, un grande bazar pieno di qualsiasi cosa, i nostri sensi sono letteralmente assediati, per poi trovare un’atmosfera completamente stravolgente al Tempio, il luogo più sacro per i sick. Si trova nel bel mezzo di una piscina molto ampia e poco profonda, l’Amrit Samovar (da cui prende il nome la città), circondata da un porticato sui quattro lati. Una calma surreale, persone che passeggiano, altre che pregano, chi dorme, chi fa le abluzioni nelle acque sacre. Sembra di essere entrati in una magia. Ci fermiamo per ore a godere della tranquillità e a respirare l’aria sacrale che avvolge quel luogo. Il Tempio è sempre in primo piano, con la sua cupola coperta d’oro e un’incessante fila di persone che attraversa il Ponte dei Guru per entrare e lasciare offerte di cibo a coloro che all’interno recitano incessantemente litanie e preghiere leggendo i libri sacri.
I sick sono tali perché la loro religione è il sickismo, nata intorno al XV secolo e basata sull’insegnamento di dieci guru che vissero tra il XVI e XVII secolo. I loro cinque “pilastri” sono cinque oggetti che portano sempre con sé: la barba (per gli uomini), il bracciale d’argento, il pugnale che indossano sotto la tunica o i pantaloni (è vero, una sera in albergo ne abbiamo incontrato uno in abbigliamento “da notte”e aveva il pugnale su di sé), vestiti ampi e un pettine (per pettinare i capelli nascosti sotto il turbante e la barba). E ovviamente il turbante in testa per gli uomini, non abbiamo capito se i diversi colori abbiano un significato legato alla famiglia o all’età o a cos’altro: fa strano vedere questi uomini a testa sempre coperta, anche in moto (una sorta di casco incorporato!).
Da Amritsar, vista la vicinanza, siamo andati sul confine con il Pakistan, a Wagah, unico valico stradale tra i due paesi. Qui ogni giorno si può assistere a una scena che ha dell’incredibile. Proprio sul confine sono predisposti degli spalti, sia sul versante indiano che su quello pakistano, che si riempiono di persone giunte per assistere alla chiusura giornaliera della frontiera: soldati indiani da un lato e pakistani dall’altro, abbigliati in modo pittoresco, sfilano in parata e inscenano la loro quotidiana dimostrazione di efficienza militare con una marcia, l’ammaino delle bandiere (che calano contemporaneamente, nessuna deve farlo prima dell’altra) e la chiusura dei cancelli. Il tutto in un’innocua ma divertente manifestazione che sembra uno sbeffeggiarsi a vicenda, un’occasione per tentare di ribadire la propria superiorità (i due paesi non hanno mai avuto rapporti distesi) in maniera, però, assolutamente ironica. Ma la cosa più impressionante non è tanto la messinscena delle guardie, quanto il tifo degli spalti. Gremite quasi solo di indiani e pakistani, le “tifoserie” si infiammano e urlano, battono le mani, acclamano il proprio paese con un vigore stupefacente. E noi lì nel mezzo, attoniti e stupiti, spettatori di una scena paradossale, sul confine India-Pakistan.
Al ritorno i città cerchiamo di raggiungere il centro per trovare un locale in cui mangiare con calma. Saliti sull’auto-rickshaw insieme a due giovani indiani, ci ritroviamo a chiacchierare con loro (in un inglese stentato, giusto le informazioni principali). Sono una coppia sposata da poco, lei è vivace e peperina, così in men che non si dica ci ritroviamo a casa loro. Ci portano nella loro stanza: un letto, un frigorifero con lucchetto, una televisione. Chiamano tutti i famigliari (è la casa della famiglia allargata di lui, in cui vivono i genitori, i fratelli, altri parenti), i bambini ci circondano e ci fanno le feste. Improvvisano una sorta di aperitivo con stuzzichini salati e un bel bicchierone di acqua e limone – che noi esitiamo a bere, non abbiamo il coraggio di spiegare loro che l’acqua del rubinetto noi non la possiamo bere, e così tentenniamo, loro ci spingono a berla, piccoli sorsi, poi per fortuna ci porgono una tazza di the.
Siamo le star della situazione, io in particolar vengo accerchiata dalle ragazzine della casa, mi fanno ballare davanti a video di pezzi indiani in voga del momento, mi fanno domande e mi sommergono di sorrisi e attenzioni – una vera complicità femminile! Ci fanno vedere i libri di scuola (nella prima pagina di un libro di inglese di un bambino la prima cosa che si vede è come si dicono chiesa-tempio-moschea), accendono la playstation per farci vedere come si fa, è tutto un fermento e un movimento. I genitori ci guardano ma non comunichiamo, l’inglese non lo conoscono, e solo con i ragazzi e i bambini riusciamo ad avere una qualche forma di comunicazione. Ci portano sul tetto, da cui si ha una splendida vista sul tempio, e prima di andare via vogliono assolutamente farci un regalo: a me la giovane sposa dona un rossetto rosso-fuoco e vuole anche mettermelo per rendermi più bella (!) e un set di braccialetti di plastica dorati. Siamo senza parole, usciamo stupiti da un’accoglienza così calorosa, non siamo abituati a tutto questo. Quanta semplicità, ma quanta contentezza si respirava fra quelle mura…
Continuiamo il viaggio su un bus che si inerpica sulle montagne. Una strada tutta curve, passeggeri che non so come riuscissero a dormire, mentre io ero tutta tesa a seguire i movimenti di un autista che avanzava a velocità considerevole facendo sballonzolare il pullman a ogni curva. Finalmente, dopo ore e ore di viaggio, arriviamo a Chamba, ridente paese immerso nel verde dell’Himachal Pradesh. Ci siamo andati perché è in corso la festa di fine raccolto, e infatti il villaggio è invaso di persone, direi solo indiani (abbiamo incontrato alcuni turisti, ma davvero pochi pochi!). E’ una fiera, con molte bancarelle, uno spazio per spettacoli e concerti, frequentata solo da locali. Tanto che una mattina, vedendo un capannello di persone nell’area spettacoli, ci avviciniamo e vediamo che sta per iniziare una sessione di lotta greco-romana, che ci spiegheranno essere molto popolare nella zona. Qualcuno si accorge di noi e ci viene a invitare: dopo un minuto siamo seduti nella tribuna d’onore, accanto al ministro dello stato dell’Himachal, “costretti” a seguire tutto lo spettacolo da inizio a fine in cui uomini di diverse stazze si affrontano a corpo nudo, combattendo e andando poi a riscuotere dalle autorità il gruzzoletto che veniva loro infilato nello slip! Anche in quel caso, scoperta la nostra provenienza italiana, è tutto un citare Sonia Gandhi, non vi dico quando abbiamo detto loro che eravamo di una città vicinissima a quella della donna! |