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L’arte è sempre contemporanea
Pensieri poco ordinari
Scritto da cla   

Ci sono artisti che sono conosciuti da tutti. Artisti che sono unanimemente modelli di Arte, che rappresentano l’Arte. Chi non conosce, sebbene ci siano eccezioni che confermano la regola, Leonardo, Picasso, Giotto, Warhol, Michelangelo, Bernini, Raffaello, Tiziano o Caravaggio? Questi artisti appena nominati non solo sono rappresentanti dell’Arte “universale”: erano maestri anche in vita, riconosciuti come tali dalla propria contemporaneità. Così Giotto era già modello per tutti gli artisti della sua epoca, come Michelangelo era per Machiavelli l’apice del Rinascimento (salvo poi affiancargli Raffaello nell’ultima edizione de “Le Vite”). Picasso ha avuto nove vite come i gatti, dopo un inizio di stenti è stato il massimo esponente del Novecento, capace di rinnovarsi attraverso numerosi stili e periodi.

Vi sono poi artisti che hanno raggiunto il “titolo di maestro” solamente in vecchiaia o addirittura dopo la morte: Van Gogh, Monet, Modigliani, Munch, Schiele, El Greco, tanto per citarne qualcuno. Qual è la discriminante per la valutazione degli artisti? Perché alcuni, in vita, hanno ricevuto l’alloro della gloria e altri solamente in vecchiaia o dopo la loro dipartita?

Fidia e Apelle, uno scultore l’altro pittore, sono gli esempi più antichi dell’artista riconosciuto maestro dal proprio tempo.

Si può pensare che dal primo esempio di Fidia e Apelle (V secolo a.C.), personalità artistiche come le intendiamo oggi (ma non solo da oggi), fino ad arrivare al 1300 con Cimabue e Giotto, la storia dell’arte sia stata senza individualità così importanti da essere riconosciuti “da tutti” a distanza di secoli. Ovviamente non è così. Nei 1600 anni che dividono Fidia da Cimabue l’arte è stata esplorata in molteplici aspetti, ha dato vita agli stili più diversi con personalità rilevanti. Ma il singolo in quei 1600 anni stenta ad essere riconosciuto, mentre sono state create e concepite opere d’arte di enorme valore e importanza come l’arte paleocristiana, l’arte bizantina (in Italia grandissimi esempi in Sicilia e a Ravenna), l’arte carolingia (che Panofsky indica come Rinascenza delle arti, una sorta di preludio al rinascimento), il Romanico, il gotico, e ancora esempi singoli di enorme valore come il Battistero di Firenze o la chiesa gotica Santa Croce, la chiesa romanica mila!

nese Sant’Ambrogio, oppure i mosaici di Venezia e di Bisanzio, e grandi personalità come Wiligelmo e Antelami.

Non si deve guardare l’Arte come un qualcosa a sé, come se fosse divisa dalla letteratura, dalla scienza, dalla matematica, dalla storia. Per capire davvero un artista o un movimento artistico non si può prescindere dal periodo storico (e questo vale per tutte le discipline), dalla sua contemporaneità: come si può scindere Giotto da Dante?

Oggi siamo portati a rapportarci all’Arte come qualcosa di esterno a noi, come un’entità che difficilmente si può capire, e lo si pensa a priori, un compartimento stagno in cui entrare in punta di piedi pensando di esserne in parte estranei.

La storia dell’arte è una disciplina recente. Sebbene ci siano esempi antichi di critica d’arte e di storia dell’arte (i ragionamenti greci sullo scultore Fidia sono già critica d’arte), Machiavelli, ma molti prima di lui, ha intrapreso una vera e propria lettura storica dell’arte, attraverso la vita degli artisti secondo gli usi del tempo. Ma la disciplina accademica, insegnata e discussa negli atenei, appartiene alla storia recente, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. E il processo iniziato dai primi critici “ufficiali” è stata una vera e propria lotta ideologica. Nascevano a quel tempo anche la psicologia, altra scienza recente, e l’antropologia: la curiosità di esplorare l’uomo, analizzare la natura umana, in tutti i suoi aspetti prendeva vita, germogliava allora. L’uomo aveva distolto lo sguardo dalla Natura per intraprendere l’introspezione di se stesso. Non l’uomo al centro dell’universo come per il Rinascimento, ma l’uomo indagato nei suoi aspetti più intimi.

Aristotele diceva che l’Arte è un’imitazione della realtà, né più né meno copia di ciò che si vede. Il Novecento ha dimostrato, più di altri secoli, che non è solo questo. Il secolo scorso è il massimo rappresentante dell’Arte interiore, dei sentimenti, delle emozioni, della forma e del colore come tonalità dell’anima sensibile di un artista. Com’è possibile, allora, fare della storia dell’arte una rispettabile disciplina accademica se l’oggetto di studio si costituisce attraverso un processo irrazionale e soggettivo? Questa era la problematica da risolvere per i pionieri storici dell’arte dell’Ottocento cercando dei “princìpi” che potessero rappresentare dei dettami per la storia dell’arte.

Gli studiosi che facevano parte della “scuola viennese” dell’Ottocento, termine fondato da Julius von Schlosser, gettarono le basi per una “costituzione” della storia dell’Arte, dei punti di riferimento da adottare nel leggere e criticare l’Arte. Gli apporti fondamentali per la moderna critica d’arte da parte della scuola viennese si possono riassumere in questi punti ideologici:

a) le arti minori (artigianato e poi arte industriale) erano da considerarsi, per significato e validità, non inferiori a quelli fin allora dette maggiori (le Belle Arti).

b) lo studio della Storia dell’arte andava integrato facendo ricorso alle scienze complementari.

c) ogni epoca ha un suo modo di esprimersi, relativo a disparati coefficienti (razza, civiltà, cultura, ecc.).

d) l’opera d’arte va esaminata massimamente nei suoi valori figurali e visivi.

 
 

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