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il Conflitto, parte I
Riflessometro
Scritto da beru   

La voce breve recita:

1 combattimento, scontro, guerra;

2 contrasto tra due istinti o desideri incompatibili;

3 contrasto tra autorità.

Il conflitto, come espressione individuale della propria vitalità si manifesta a livello collettivo con il processo, quindi con la dinamica, che vede tutti noi fare un passo in avanti solamente in seguito ad un confronto e mai totalmente liberi dalle influenze. Aldous Huxley, oltre ad aver conosciuto le forme ed i colori dell'universo sintetico degli artefatti a base di proprietà allucinogene, è riuscito a delineare una società futura priva di conflitto poiché priva di vitalità individuale. Mancando della presenza cognitiva degli opposti, non vi sono, in tale mondo, le condizioni dialettiche che conducono, secondo il filosofo idealista Hegel, alla formazione della sintesi, prodotto e legatura tra le diversità umane; vi è invece solamente una Tesi dominante come corollario dell'assenza di vitalità. Per principio, questo regno è destinato a cadere al manifestarsi di un barlume di vitalità, che consapevolizzando la tesi dominante ne sviluppa susseguentemente un'antitesi, dando origine al processo di sintesi, almeno a livello teorico. E siccome nessuna teoria potrebbe esistere nella piena consapevolezza della sua impossibilità a manifestarsi concretamente anche solo in un singolo sparuto caso, dobbiamo supporre che tutte le teorie hanno una possibile, ipotetica rispondenza empirica, e che quindi in termini generali tutti i ragionamenti teorici sono allo stesso tempo sia veri ( per il singolo  caso concreto al quale si applicano ) che falsi ( per i restanti casi che non rientrano nelle spiegazioni-previsioni della teoria ).

E' appunto questa accezione duale ( parte vera, parte falsa ) delle teorie che dà origine al processo dialettico conflittuale, poiché se una teoria fosse, per assurdo, completamente vera, se cioè valesse per tutti i singoli casi ai quali essa si applica, allora cesserebbe la ragione d'essere delle contro-teorie, e se questo fosse vero per ogni fenomeno apparente, esistendo un'unica teoria che "spiega" tutto il percepibile è come se non ne esistesse alcuna, venendo meno il principio assoluto di vitalità in seguito alla "totale conoscenza del conoscibile".

A livello economico e quindi politico è noto che fu Karl Marx a sollevare l'importanza dei fenomeni conflittuali, eternamente legati alla condizioni di vita "materiali" ( la struttura ) dalle quali le "teorie" prendono vita.

Aver fatto cadere il velo di "incanto" che gli economisti liberali dell'ottocento, tra i quali è scontato annoverare Adamo Smith, riponevano nei meccanismi fluidi ed auto regolantesi dell'economia ( la mano invisibile che guida dall'alto e conduce al benessere collettivo totale ) è stato il principale merito dell'illustre pensatore tedesco, che spinto da una rispettabilissima componente ideale-emotiva ha utilizzato la sua costruzione teorica per delineare, attraverso il meccanismo della caduta tendenziale del saggio di profitto, le future nefasti sorti del sistema di produzione capitalistico.

La caduta tendenziale del saggio di profitto è, a mio parere, l'unica vera legge dell'economia, ovviamente corredata dalla validità della legge della domanda e dell'offerta senza la quale non potrebbe neanche esistere una teoria del valore e di conseguenza il concetto di profitto verrebbe a mancare (e chissà in quale fantastico mondo ci troveremmo a vivere!). In ogni caso caduta tendenziale non significa che dall'oggi al domani i profitti tendono a zero e che il sistema capitalista è destinato a crollare, ma che, per il semplice fatto empirico che il nostro è un sistema basato su risorse scarse ma appropriabili, la tendenza è quella della diminuizione e non dell'accrescimento delle risorse, almeno fino a quando esistera un sistema basato su risorse tradizionalmente "materiali"

E' a mio parere un corollario di questa caduta tendenziale del saggio di profitto che l'economia contemporanea attraversa una fase di grande concentrazione a livello mondiale, che ha dato luce alla nascita delle imprese multinazionali, le quali altro non sono che un tentativo di elevare i profitti laddove sarebbero nulli operando senza rendimenti di scala crescenti, garantiti dalla presenza di un qualsiasi monopolio. Sebbene quindi i profitti, dal punto di vista dei cicli storici, possano attraversare momenti di forte crescita dettati da strategie adattative di sopravvivenza del sistema ( l'ampliarsi dei mercati esteri, la formazione di cartelli oligopolistici, etc.), l'andamento generale resterà a livello teorico quello di una caduta tendenziale; per il resto le nostre imprese hanno ancora lunga vita, considerato che anche per un ipotetico sistema pianificato od autogovernato dai lavoratori il principio sui profitti non cambierebbe. Quella che cambierebbe sarebbe la distribuzione dei profitti, ma questo è un altro discorso.

Comunque l'insieme dei conflitti che riguardano il nostro amato pianeta è per fortuna vasto e ben articolato, e questo è a mio parere un fatto assolutamente positivo. Ciò che vi è di indegno sono semmai le modalità, a volte accettate ed istituzionalizzate, di risoluzione dei conflitti fra genti ed idee differenti, ma è possibile in un mondo articolato sulla base di conflitti ipotizzare che non vi sia conflitto sulle modalità di risoluzione dei conflitti?

Sarebbe la pace?

 

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