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Considerato dell'argomento, questa è una ri-edizione discorsiva sul concetto di conflitto.
La prima parte si è più o meno conclusa affermando: viva il conflitto ma occhio alle modalità di risoluzione dello stesso.
In merito alla risoluzione dei conflitti è penoso ma inevitabile constatare che l'elemento decisivo è l'intrinseco potenziale di realizzabilità di un sistema di idee rispetto ad ipotetici altri, e l'intrinseca realizzabilità si fonda sul potere economico che rende possibile attuare determinate teorie e non altre.
In effetti, il susseguirsi a livello mondiale di diverse teorie dominanti avvenute nel corso del secolo decimo nono ci mostra che gli assetti istituzionali non sono (forse ovviamente) determinati da riflessioni metafisiche sull'esistenza della vita, ma dalla loro applicabilità in termini di potere. Come a dire che le idee giuste sono sempre quelle che si realizzano sotto la protezione di un apparato di potere che le garantisce.
Alla fine della seconda guerra mondiale gli accordi di Bretton Woods, che sono stati il preambolo giuridico alle future evoluzioni dell'economia e della giurisprudenza economica internazionale, nascevano dal fatto che la nazione già allora economicamente più forte ( gli Stati Uniti ) deteneva la legittimazione a porre i criteri e a stabilire i binari entro i quali tutto il sistema mondo economicamente sviluppato si sarebbe incanalato.
Come negare allora che le idee migliori sono quelle che hanno potere poiché economicamente avvantaggiate? E come coltivare la speranza di un equilibrio fra idee dotate di potere ed idee che ne sono prive?
La distinzione fra idee dotate di potere ed idee che ne sono prive è alla base di ogni mutamento che si manifesta nei possibili ambiti della vita, e così avviene nelle Istituzioni internazionali che attualmente esistono. Il Fondo Monetario Internazionale, creato nell'ambito degli accordi di Bretton Woods alla fine del secondo conflitto mondiale, con lo scopo stabilizzare il mercato dei cambi internazionale e facilitare la ricostruzione economica post bellica, si è comportato rispettando la perfetta e forse inevitabile logica del potere: fissando dei tassi di cambio fissi fra il dollaro statunitense ed ogni altra valuta, operazione che ha avuto il duplice effetto di ancorare il progresso economico dei paesi sconfitti a rigide condizioni e di garantire la supremazia del dollaro nelle transazioni internazionali.
Molti anni più tardi queste condizioni hanno potentemente influito nel determinare le crisi economiche di paesi ad economia povera o semi-industrializzata che sono scaturite dalla crisi del debito in valuta estera, contratto, notiamo bene, nei confronti del dollaro.
Parecchi economisti di corrente liberista non hanno potuto nascondere che a questo ha contribuito una eccessiva sopravalutazione della moneta statunitense, alla quale si è giunti tramite i meccanismi del Fondo Monetario sopra menzionati. Da questa situazione di non equilibrio nei rapporti internazionali derivano le teorie economiche dello scambio ineguale fra nord e sud del mondo e le teorie della dipendenza economica delle economie svantaggiate rispetto a quelle predominanti. Lo scenario principe di riferimento è quello dei rapporti fra nuovo continente e l'America Latina, strettamente legate nei rapporti commerciali.
Una volta appurato che uno dei principi più solidi nel determinare l'evoluzione storica è la distinzione fra idee dotate di potere ed idee che ne sono prive è meglio cercare di chiarire che cosa questo può significare in termini pratici. Molto semplicemente l'idea dotata di potere è applicabile mentre questo non è vero per l'idea priva, che viene offuscata se non perseguitata. Il processo non ha termine, se non attraverso il progressivo indebolirsi ed esaurirsi delle basi che sostengono e formano il potere, creando gli spazi per l'avvento di un nuovo sistema di idee dotate di potere. Questo può avvenire, come la storia sembra volerci mostrare, tramite il collasso interno di un sistema ( la rivoluzione d'Ottobre nel 1917 in Russia ), tramite l'azione di forze esterne al sistema ( tutti i casi di effettivo colonialismo ), o tramite entrambi ( il crollo dell'impero Sovietico nel 1989 ).
Come giungere allora ad un quadro di riferimento internazionale dove si possano contrapporre idee dotate di uguale forza e dignita? Forse prendendo spunto da ciò che Immanuel Kant scrisse già sul finire del settecento nel libretto "Per la pace perpetua" dove lo scenario ideale per un mondo di pace è una federazione fra tutti gli stati e staterelli del globo. E quale può essere il principio unificatore di una Federazione di persone che vivono e vivranno in modo così diverso?
Forse nulla di materialmente tangibile, né il benessere e l'agiatezza che possono sparire, né il potere e l'ambizione che portano alla solitudine, ma qualcosa che sta dentro e oltre noi: un abbraccio fra lacrime che si dispergono nel fiume del desiderio, inconsciamente recondito, e un impazzir fremendo alla vista di quanti bramano al contatto di una mano calda, e saper che lo sguardo ci unisce e ci ripara sotto le ali di un cavallo alato, che arrivando lassù ci osserva e dice: in fondo avete solo paura. E noi: si, tanta: torna qui a scaldarci. E' il vento dell'amore.
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