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Credo che il pensiero religioso vada inteso come una componente della capacità indagatrice del nostro intelletto, il quale non si limita all'analisi della realtà istintivamente percepibile (l'aspetto"sostanziale" delle cose ), ma si indirizza verso creazioni astratte che da essa prendono inerzia ( l'aspetto "ideale" delle cose ).
E' altresì credibile che il nostro intelletto possa invece "prendere spunto" da percezioni sulla natura ideale delle cose per interpretare e dare significato agli aspetti della vita terrena e materiale. Se così fosse potremmo avere una nostra immanente e personale percezione ideale che ci guidi nell'interpretazione degli aspetti concreti, e quindi nel significato ( religioso o meglio, immanente ) da attribuire alla vita.
Questo vorrebbe dire che, avendo ognuno una possibile differente percezione delle caratteristiche astratte della realtà, non sarebbe giustificata l'esistenza delle grandi religioni dogmatiche basate sul culto e/o su una forte condivisione degli aspetti ideali. Ma cosa intendo per caratteristiche astratte della vita? Intendo la posizione intima della nostra coscienza quando individua aspetti osservabili o percepibili ma non conoscibili, nel senso che l'entità alla quale ci si rivolge è inspiegabilmente vasta e non può essere fatta rientrare nei casi della nostra esperienza.
La nostra vita è formata, per così dire, da una componente astratta ( il pensiero ) ed una componente materiale ( i fenomeni osservabili ); queste due parti non coincidono,ed ecco perchè ha origine la nostra "coscienza di esistere".
L'uomo quindi pensa e pensando supera la materialità delle cose. Da qui ha origine il pensiero religioso, in quanto pensiero non rivolto alle cose materiali, ma a ciò che le supera. E siccome in primo luogo ciò che le supera è il nostro pensiero, dobbiamo presuppore che il pensiero è infinito ma la realtà materiale è finita, altrimenti non si potrebbe pervenire a nessun genere di "comprensione" dei fenomeni.
Derivano, dal processo di pensiero, due tipi di conoscenza:
1. Una conoscenza dei fenomeni basata sull'esperienza ( conoscenza
che si può intendere come scientifica ).
2. Una conoscenza dei fenomeni disgiunta dalla nostra esperienza,
poiché si rivolge domande sulla "natura in sé" delle cose, e la "natura in sé" delle cose non può essere indagata attraverso il passato poiché altrimenti tutto il "conoscibile" sarebbe già "conosciuto".
La presenza stessa della seconda componente della nostra vita ( la conoscenza ideale ) determina la nostra finitezza, in quanto esistenza fenomenica ed esistenza idealistica non coincidono nell'istante in cui perveniamo alla concretezza della realtà. Ecco che dopo aver capito questo, l'uomo si sente "piccolo rispetto all'immensità" e "finito" nella sua essenza, in quanto percepisce che c'è una realtà immanente e superiore che si sviluppa al di sopra degli atti della propria coscienza. Da questo conflitto fra queste due distinte entità ( materia ed astrazione ) della realtà, prende vita sia il pensiero ideale che quello teo-logico religioso.
Quest'ultimo differisce dal primo per la sua tendenza alla "costruzione", nel qui e ora, di un ordine sintetico e stabile, teso alla persuasione ed al potere, mentre il pensiero ideale può rimanere un libero fluire di rappresentazioni senza finalità.
Il pensiero è infinito ma l'essere è finito.
Vediamo quindi che, nel momento stesso in cui si afferma che il pensiero è infinito, poiché esiste, dobbiamo anche constatare che il nostro essere è finito rispetto alla realtà nella sua interezza.
Questo deriva dal fatto che alcuni fenomeni ( quelli astronomici ad esempio ) non possono essere "materialmente" spiegati dall'esperienza e vengono così "interpretati" dal nostro "infinito pensiero", che li proietta in chiave "ideale". Cioè la materialità dei fenomeni non concorda con l'essenza dell'uomo in quanto osservatore, in quanto quest'ultima supera, tramite il pensiero, la materialità dei fenomeni, scivolando nell'astrazione. Nel momento stesso in cui ognuno di noi scivola nell'astrazione e vagabondeggia nell'infinito si rende di converso conto dell'opposto aspetto dell'esistenza: la sua finitezza.
Tale finitezza deriva dal fatto che il "nostro ideale-infinito" è "confinato" nei parametri dei fenomeni e dell'esperienza. Viviamo all'interno di questo magnifico conflitto. |