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Dissenso
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Scritto da beru   

La voce breve vocabolariata recita: divergenza di opinioni, di intenti; mancanza di accordo. Divergenza ideologica di un gruppo minoritario nei confronti di un centro ufficiale di potere. C’è in quest’aria appena marzolina, che poco ancora ha raccolto nel suo profumo, che tende al lieve, l’essenza dei fiori gialli e viola, un qualcosa di disturbato. E’ così nel momento in cui l’uomo si affaccia alla finestra catodica a raccogliere informazioni sul globo, invece che considerare il suo giardino, o la via maestra sottostante, il Suo globo, con i suoi confini naturali, armonici.

Non è forse dissenso, nel più profondo significato a lui attribuibile, quel senso di rifiuto totale della sensibilità cosciente alle immagini intraviste bevendo il thè, seduti nel tavolino, sul davanzale mediatico?  Non c’è una ribellione nei pilastri del nostro reggersi, uno appoggiato all’altro, anche l’altro pover’uomo, al cospetto di significati così brutali? E’ un dissenso che reca sulla sua schiena il rifiuto dell’uomo di immedesimarsi in aspetti esteriori della vita pubblica (pubblica perché pubblicizzata, ma ognuno di noi deve inventarsi la propria vita pubblica, non assimilarla) che scalfiscono con precisione il percepire sensibile di un soffio d’amore.

Ogni persona, credo, trascorre i singoli attimi di coscienza di vita nella speranza di una riconciliazione assoluta di tutte le contraddizioni e le discrepanze che il vivere procura. Ogni persona, credo, mira nel suo intimo a una condizione (intima, quindi non conoscibile da terzi) di equilibrio e di armonia tra il suo sentire e il suo volere. E’ lo scontro tra questo sentire, cioè questo percepire anche gli aspetti brutali, disumani  e questa volontà di realizzazione (volere) che chiamo dissenso. Il dissenso è la posizione, il respiro e la sostanza di una persona che reagisce, con la propria sensibilità, alle sensibilità altrui che talvolta rappresentano in maniera troppo netta le contraddizioni che questo sentire-volere solleva nell’uomo.

Il dissenso si estende all’infinito, non è regolabile, almeno nei singoli atti della coscienza interiorizzata. Il dissenso può essere invece regolato da terzi, con appositi strumenti di potere comunicativo, solamente se viene espresso in modo chiaro. Il dissenso può essere regolato e anche incriminato nel momento in cui viene espresso utilizzando il medesimo linguaggio di coloro che sono l’origine dell’oggetto del dissenso. Ognuno ha un proprio dissenso immanente, perché ognuno ha proprie sensibilità. Certo, adesso viene da domandarmi se anche la sensibilità di colui che si fa esplodere in una stazione dei treni, nel momento in cui altre sensibilità si sforzano, come ogni giorno, di riconciliarsi con le proprie contraddizioni, appartiene a ciò che ancora è possibile nominare sensibilità umana.

Forse no, forse esistono delle contraddizioni così laceranti che conducono a disumanizzare l’umanità, appoggiandosi a principi metafisici radicali che, in quanto indimostrabili nella vita di tutti i giorni, possono produrre consenso e convinzioni in coloro che, disprezzando nella sua forma ma anche nella sua sostanza il mondo fino alle sue radici più profonde, auspicano il suo completo abbattimento, la sua sparizione, l’annichilimento totale delle forme esistenziali. Questo per inseguire ciò che sarebbe, presumibilmente, oltre il mondo, oltre i suoi principi, in direzione di quell’entita che, per mancanza di ulteriori dettagli, dobbiamo chiamare: il nulla.

E tutti, incrociando sguardi felini o da leprotti, comunicando con il rigore terminologico o con la dissimulazione verbale, arrancando con sagacia o con balbettio, amando e odiando, tutti andremo incontro a questo nulla. Vero, ma a differenza del metafisico radicale che si dona al nulla sputando sull’uomo, la sensibilità può anche portare ad unire le due cose, e amarle nella forma di un tutt’uno: l’uomo e il nulla che si guardano, uno stretto all’altro, la stessa cosa, nella differenza.

 

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