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Riflessometro
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Scritto da beru
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Agli inizi degli anni '60, un buon numero di perditempo (tra i quali il filosofo idealista-innovatore della Scuola Critica di Francoforte H.Marcuse) dissero con tono grave: "notate che con l'attuale tasso di progresso tecnico arriverà, intorno all'anno duemila, un utilizzo del capitale tecnologico tale da produrre (oltre a una standardizzazione dei modi di pensiero e di vita) la disoccupazione e l'accentramento della ricchezza piuttosto che il lavoro e la distribuzione sociale. Questa considerazione, risultata poi profeticamente esatta, teneva in considerazione quegli aspetti del processo innovativo che influivano in modo negativo sia sul modo di vita che sulla speranza del lavoratore di essere parte integrante (e non svuotata) del processo produttivo.
Considerava cioè gli effetti dello sviluppo tecnologico sulla struttura sociale complessiva la quale veniva interpretata come una società mono-dimensionale (annichilita cioè sugli sviluppi della tecnica). Manca certamente, nell'ottica di questa scuola di pensiero, l'analisi dei benefici che la tecnica dispiega nella nostra vita quotidiana. Questa parte è assente perché secondo il pensiero della Scuola Critica di Francoforte i benefici dell'innovazione non sarebbero il risultato di una sincera domanda della società, ma solamente l'effetto direzionale del processo innovativo "slegato" dai suoi desideri (si considerava l'innovazione nient'altro che l'espressione materiale del potere astratto). Ne è derivato, in sequenza, il desiderio di molti filosofi e di pensatori politici di poter "ritornare padroni" del processo innovativo attraverso un trasparente controllo collettivo sulle innovazioni e sugli sviluppi della tecnica.
Oggigiorno possiamo bene valutare come questo percorso di promozione di una cultura scientifica vicina ai bisogni della società (e non assiomatica come oggi) è stato sopravanzato dal percorso basato sulla competizione delle forme private di potere, tendenza che è divenuta oltremodo evidente se si prende come paragone (atto veramente necessario) la situazione dei paesi tecnologicamente arretrati. Insomma, a fronte dei costi (in termini di sacrifici fisici e mentali necessari a mantenere quotidianamente il sistema) i benefici non consentono una reale compensazione. Stiamo cioè accumulando malessere. Come è possibile portare avanti l'idea stessa di benessere, se le condizioni materiali vietano via via questo pensiero? E' forse la tecnologia una fonte di preoccupazione più che di evidente normalità del nostro creare? Ci sono delle tendenze innovative criticabili da gran parte della maggioranza della gente e però completamente affermate nella nostra vita quotidiana? E' una serie di domande più che plausibile che apre lo spazio ad alcune serie riflessioni.
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