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La disoccupazione "tecnologica" -3
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Scritto da beru   

In assoluto, nessuno sà che cosa voglia dire esattamente la parola “scienza”.  Di converso, quasi tutti riusciamo a spiegare cos’è la tecnologia. Questo fatto suggerisce che, mentre il linguaggio scientifico è alla fine nient’altro che una via di conoscenza metafisica (dotata di senso al pari di ogni altro pensiero metafisico), l’opera tecnologica è invece un ordine pragmatico inter-personale (cioè è l’appendice materiale dell’accordo-imposizione tra gli individui) o, semplificando, nient’altro che uno stumento per…. (molti dicono uno strumento per soddisfare “bisogni”).

Le pretese di Verità del sapere scientifico vanno secondo me respinte. La presunta logica “evidente” alla base della conoscenza empirica, la mera nemesi fisica delle cose, il pensiero positivo e quindi il progresso materiale dell’umanità vanno inseriti in un orizzonte in cui la Storia non ha conseguito avanzamenti in direzione nè di uno Spirito Assoluto (nei termini di Hegel) nè in direzione di un “progresso tecnico necessario”, ma in un orizzonte cui la Storia è, per semplicità e mancanza di ulteriore certezza, ritenuta immobile.

Si tratta però, nella mia idea, di un’immobilità asimmetrica e del tutto astratta nella quale l’individuo, come soggetto pensante, è libero di inventare e determinare se stesso nell’attimo concepiente e dunque di respirare l’Infinito. Si deve trattare di un immobilismo che apre le porte all’idealismo libero da quelle contraddizioni che il determinismo scientifico getta sulla percezione del mondo. Si deve trattare di un’immobilità indeterminata in cui l’individuo ha, veramente nel suo profondo, le possibilità di percepire se stesso nel Tempo.

Per farlo l’individuo deve poter, senza preclusioni deterministe, essere libero di avere idee legittime a priori (cioè deve poter veramente idealizzare), escludendo l’influenza degli schemi pseudo-metafisici (come quello enunciato nel tardo pensiero hegeliano) o quasi-metafisici (come quello sostenuto nel pensiero scientifico odierno). Una volta esclusi questi malanni, l’individuo può percepire l’unica via metafisica: la percezione immobile di sé nel tutto.

Oggi, il pregiudizio storico nei confronti di questa percezione immobile del sé e quindi il pregiudizio nei confronti della libertà della persona è alto ed equivale al livello del progresso tecnico. Più è elevato il progresso tecnico, più è elevato l’ordine e la schematizzazione del comportamento e più sono rigide le regole di condotta.

Oltre la condizione del nostro mondo materiale, nessuno può dire cosa invece accada in assoluto al pensiero metafisico. Se è vera la percezione immobile sopra enunciata, al pensiero metafisico non potrà accadere nulla perché esso è già in una forma data immanente.

Volendo però esulare dalla metafisica (cosa peraltro impossibile e quindi mero esercizio teorico) il progresso tecnico, comunque, minaccia la nostra libertà d’agire e, da un punto di vista  pratico, non redistribuisce razionalmente i suoi eventuali benefici,  perché essendo la materializzazione del potere tra le persone esprime la misura del nostro livello di diseguaglianza concreta (diseguaglianza nel sentimento, nelle possibilità, nel destino personale, diseguaglianza che scinde e spezza). La tecnologia, così com’è intesa oggi, esprime la nostra mancanza di fiducia nell’uomo e la nostra percezione di diseguaglianza tra gli uni e gli altri.

Ho scritto queste righe utilizzando lo strumento principale della tecnologia quotidiana: il computer. Sembrerebbe dunque contradditorio avanzare una critica alla tecnologia utilizzando essa stessa. Senonchè, sono consapevole che nessun aspetto del mondo è libero dalle proprie contraddizioni e che il processo di critica è un processo di negazione, nel senso che su una data cosa non c’è accordo ma negazione dell’accordo.  Insomma, parlare contradditoriamente di contraddizione non mi sembra contradditorio.

Si tratta di contraddizioni densamente inserite nella nostra vita quotidiana: in questo senso uso il computer per criticare anche il computer, se esso si inserisce in una conformazione delle cose che intendo criticare nell’insieme.

Ma perché la tecnologia mostra aspetti così discordanti?  Io sento che l’uomo innovativo “impositore” è miope nei riguardi delle volontà umane: vale a dire che molte volte  non sa se imporsi regole astratte (procrastinando le ingiustizie) o se amare l’uomo nel concreto (mettendo in discussione il proprio mondo e abbracciando quello degli  altri a partire da quello degli ultimi disoccupati tecnologici e dei senza voce). Dunque, in questa incertezza, contribuisce fattivamente e acriticamente a procrastinare lo status quo.

Alla fine, si torna sempre al discorso sulla Natura delle Cose e sull’Idea e qui la scienza non può proprio dire nulla di certo. E la tecnologia, qui, dovrebbe farsi da parte e lasciare respirare pienamente l’uomo che esige lo spazio della propria lacrimante domanda Universale.

 

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