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Questioni iniziali da affrontare per superare la disoccupazione tecnologica
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Scritto da beru   

Un primo problema in merito alla questione del progresso della tecnica e del linguaggio scientifico è: in quale misura questo linguaggio è in grado di includere il più alto numero possibile di differenze di pensiero e quindi in che misura questa visione del mondo si apre alla sua costante revisione (garantendo così tra gli uomini il massimo grado di libertà e il minimo di soppressione)?

Questa preoccupazione è già stata espressa con chiarezza negli anni conseguenti alla presa di coscienza (cioè nel dopoguerra) del fatto che il potere tecnologico tende a persistere al di sopra di ogni opponimento critico idealista, e questo perché avendo in sè una grande capacità d’azione anestetizza le alternative pratiche di comportamento. Questa preoccupazione persiste e si ritiene fondata ancora ai giorni nostri per una serie di importanti motivi. In primo luogo essa è fondata perché la scienza è, nei suoi aspetti dogmatici conosciuti, nient’altro che un linguaggio dotato di senso tra gli innumerevoli possibili e quindi le sue pretese di Verità  vanno respinte così come va respinta la pretesa di Verità di ogni sistematizzazione dogmatica (teorema ermeneutico contemporaneo). Questa considerazione, che riduce il metodo scientifico da processo di conoscenza oggettiva a “apertura possibile d’interpretazione della realtà” è in linea sia con i più recenti orientamenti filosofi!

ci “onnicomprensivi” (il nichilismo e il relativismo), sia con i "risultati" stessi del metodo scientifico che, lungi dall’essere in condizione di “dimostrare” empiricamente la sua voglia di certezza, si perde nei meandri dell’incertezza e della pluralità teorica, così com'è mostrato dalle più recenti correnti della scienza fisica (l’indeterminismo di sopra di tutto). Oggi anche le più avanzate concezioni filosofiche non sono in grado di superare questo dilemma tra pensiero e azione e sopravanza una visione minimalista, nichilista, anti-idealista, eppure, nonostante tutto, totalizzante.

Secondo problema: l’aspetto totalizzante della scienza. Questa questione è meritevole di attenzione perchè il procedimento scientifico tende a persistere al di là del suo rifiuto e del senso di disumana nausea può sollevare. Infatti, oltre ad essere pensiero ordinato-schematico è anche, in qualche modo per qualcuno, azione ripetitiva appagante. Cioè, dando per scontata l’inesistenza di modelli di comportamento validi in assoluto, il comportamento tecnico-scientifico funziona da “anestetico procedurale” e quindi da buona chiave d’azione per l’uomo che reagisce alla questione fondamentale: come vivere?

 

Quindi, questa seconda preoccupazione, intrecciata con la prima, è legata al fatto che se da un lato il pensiero scientifico può essere interpretato come "metafisica”, dall’altro esso ha dei precisi effetti materiali che riguardano la sfera della pragmatica: d’altonde è la metafisica ad includere la pragmatica e non viceversa.

Anche ammesso, così come afferma il pensiero neo-positivista, che idealismo e prassi vadano tenuti distinti (e qui dovrebbe partire la critica fenomenologica che il comportamento e i fenomeni, come eventi includenti un senso trascendentale, non possono mai slegarsi dalla metafisica), la nostra società dovrebbe poter rispondere da un punto esclusivamente pragmatico  ai problemi derivanti dal progresso scientifico: è qui che c’è l’assurdo.

Infatti, senza l’accettazione di principi metafisici e rivoluzionari diventerà sempre più difficile criticare gli effetti negativi che l’avanzamento tecnico produrrà e diventerà ancora più difficile opporre visioni etiche, poiché queste saranno precluse dal fatto che, essendo metafisiche, non conterranno una validità pratica scientificamente accettabile.

Il paradosso è dunque questo: la società scientifica crede nel fatto che una sua critica accettabile debba riguardare l’aspetto empirico dell’esistenza perché l’aspetto metafisico va tenuto fuori dalla vita pratica-produttiva di tutti i giorni (lontano l’irrazionalità!).

Ma questa separazione di regni conduce a un livello di incomunicabilità tale che distorge i nostri orizzonti di riferimento. Ci imbattiamo nell’inevitabile fatto che siccome una qualsiasi critica è pur sempre un derivato metafisico-idealista, essa verrà respinta e definita irrazionale dalla logica empirista-scientifica.

 

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