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Il cimitero delle idee
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Scritto da beru   

Noi non ce ne accorgiamo facilmente, ma al nostro fianco, mentre siamo indaffarati o annoiati nelle faccende quotidiane, vige costante un cimitero di idee morte: le nostre.

Se la natura ci avesse dotato di una forza quotidianamente scarsa, e cioè del vigore di ciò che è possibile, allora tutte le nostre idee divenute ruderi, che sono sparpagliate in giro per il mondo, avrebbero forse avuto un modo per materializzarsi.

Ho detto una scemenza, scusate. Non è vero che esistono idee morte che si sarebbero potute realizzare. Esistono idee morte, questo si, ma perchè la contingenza della vita le ha fatte necessariamente morire nel concreto affinché vivano ancora.

Ma l’idealismo (come valore che è dato alle idee) non è morto. Semplicemente però nella sua attuazione  pratica non è mai nato; non c’è mai stato il capovolgimento tra idee e contingenze concrete.  L’idealismo è sempre vivo in quello strano confine, ma non è mai realizzato. E’ sempre un po’ al di là della contingenza del tempo (pace o angoscia che sia).  Inoltre, se anche fosse possibile veder realizzate tutte le idee delle persone, la situazione non sarebbe diversa da quella di oggi, perché è evidente che le persone non hanno le medesime idee, e dunque ci si ritroverebbe di nuovo all’attuale contraddittoria situazione. Nasceranno ancora persone fasciste e serve del potere, cieche, insensibili, massimamente detestabili e di nuovo nasceranno persone libere, sensibili, pure e contrarie al potere: è la contingenza delle nostre nature.  Le nostre idee morte sono come un prato in cui di fronte alla possibilità della nostra trascendenza che chiama l’eterna fioritura, s’aggira velenosa la gramigna delle altre nature.

Ma, nonostante il carattere immateriale delle idee, esse sono il solo metro di giudizio nel momento in cui bisogna valutare le concrete situazioni in cui ci troviamo a vivere. Esistono due atteggiamenti principali nel confrontare l’idea di un fatto al fatto che è concretamente avvenuto. Il primo è il metodo storico, secondo il quale le situazioni in cui ci troviamo a vivere oggi sono valutate penose o apprezzabili per via di un paragone tra un fatto attuale e un fatto simile passato (del quale si ha avuto esperienza). Ad esempio, molti problemi nel mondo del lavoro sono oggi valutati con questo metodo: si dice infatti che si sta perdendo, rispetto a una passata epoca di conquista, il bagaglio di diritti dei lavoratori in maniera triste e sconfortante, che si procede verso un progressivo svuotamento degli individui e a vantaggio della sicurezza pianificata dalla tecnica. Non è più oggi ammissibile, per la logica dominante,  tollerare individui irrequieti o troppo svegli, con troppa voglia di parlare.  Secondo la mentalità competitiva di oggi i lavoratori non sono tutti uguali: la crescita verso quella cosa che è chiamata “efficienza” vuole tutti o manager o epigoni dei manager, le idee veramente originali rischiano di rimanere sempre più offuscate.

Il metodo storico ci consente di dire: i miei nonni e i miei genitori programmavano in qualche modo la loro vita, io, figlio del loro programma, non posso più seguirlo (sono loro i primi a dirmelo e ad avere timore!).

Il secondo metodo per valutare idealisticamente un fatto è quello trascendentale delle cosiddette forme innate o pure del pensiero che stanno fuori dal tempo empirico. Se, facendo ancora un esempio del mondo del lavoro, vediamo un centralinista che dopo aver ripetuto al telefono le stesse cose per otto ore, va fuori di testa alla nona, è probabile che lo giudichiamo un fatto penoso per la nostra società perché, in quello spazio senza tempo delle nostre idee, le persone non passano il loro tempo in un modo tanto inutile e noioso. E lo stesso si può dire di tantissime altre professioni che oggi hanno praticamente un funzionamento routinario e a avvilente per l’intelligenza.

Entrambi questi metodi idealistici sono sempre esistiti. Ma il perseguimento pratico delle idee va di pari passo con una componente che nel corso della vita non è sempre stabile, e cioè: il grado di adattamento al peggio delle persone, che pur di andare avanti (si dice), vanno avanti così fin che si può.

Voglio fare un esempio estremo e forse stupido. Immaginiamo un classico schiavo ai lavori forzati o anche una figura più attuale e benestante di schiavo: il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi, facciamo. Perché mai, dico, perché mai un tale schiavo non dovrebbe ribellarsi e affrontare col rischio della morte il proprio oppressore? Sappiamo bene che questo è avvenuto e che questo continua ad avvenire. Ma perché lo schiavo continua a sottomettersi?

Lo schiavo non si ribella alla condizioni dell’oppressore per un motivo evidentemente metafisico (anche Bondi ha un motivo metafisico ma a differenza dello schiavo “classico” lui non è oppresso da una forza fisica ma da una forza psicologica o dal suo stesso desiderio: dunque è contento di essere schiavo).

Colui che vive la sua vita e sopporta un punto sempre più basso e si lascia plasmare dall’oppressore sarà forse conscio della condanna metafisica del suo oppressore e della sua propria salvezza? Per questo non si ribella, perché sa già di essere salvo?

O forse semplicemente,  piuttosto che andare incontro alla possibile morte che seguirebbe il proprio atto di ribellione, preferisce vivere così, sopportando fin che può e aspettando ciò che il Mondo decide per lui.

Infine, per citare lo schiavo Bondi, dobbiamo dire che egli è il più schiavo di tutti: la sua trascendenza e il suo essere concreto addirittura coincidono. Egli è dunque “già morto”, non si sente schiavo ma lo è (lo vuole e però lo nega) ed è contento così. E’ la gramigna della quale parlavamo prima, è colui che fa muovere le nostre idee e noi siamo quelli che facciamo muovere il suo impeto, siamo strumenti della sua sete di rivendicazione sull’uomo.

L’idealismo è alla fine quel soffio d’aria che riesce a passare dal cappio stretto al collo.

Si, va bene, ma chi è che stringe questo cappio?

Vi viene mica da rispondere Bondi?

Può darsi, ma lui ne ha uno molto ben piantato sul suo collo, e andando a ritroso la carne umana finisce e chissà quanto lontano bisogna andare per trovare l’origine.

 

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