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Dio esiste ed è il tempo (seconda parte)
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Scritto da beru   

Ho la sensazione che il principale motivo per cui noi uomini tendiamo a dividerci, a litigare fortemente,o persino a ucciderci, quando ci si trova in un confronto tra atei e credenti o tra credenti (A) e credenti (B), è semplicemente questo: si è portati, di frequente, a immaginare un Dio che sia prolungamento dell’uomo, un Dio Uomo.

Una delle principali pecche metafisiche nell’escatologia e nella teleologia cristiana è che, per semplice difetto di fantasia e per una sorta di egoismo concettuale , è stato insegnato a riferirsi a Dio come fosse una sorta di Uomo-Donna Infinito (con tanto di lineamenti, corpo e una magica essenza che vola dappertutto come lo spirito santo). Questo Dio Uomo ci guarda, ci consiglia, ci perdona, ci da l’eternità nella salvezza o nella dannazione. E’ questa la sorgente del grande fiume etico-morale al quale si è portati a rivolgersi nel momento in cui non sappiamo cosa fare o (peggio per i cristiani praticanti) nel momento in cui, avendo già fatto, dobbiamo valutare le conseguenze reali ed eterne delle nostre azioni. Questa sorta di prospettiva ormai chiusa sul Dio Uomo, mostra purtroppo le sue nefaste conseguenze, ed è inevitabile che sia così, perché questa prospettiva non ha alcun significato se viene sviscerata dall’aspetto morale e salvifico nella nostra vita. Le sue cons!

eguenze negative sono, nel piccolo, che non ha alcun senso la situazione  in cui io (Enzo Miccoli) mi trovi a litigare con qualcuno che si dichiara ateo, per via di questo feticcio concettuale del Dio Umano, che fa ogni volta decadere il discorso  grazie alla stupida relazione: Dio Uomo (mio presente A) è diverso da  Dio Uomo (tuo mancante -A); oppura ancora: Dio Uomo (mio presente A) è diverso da Dio Uomo (tuo presente B) o Dio Uomo (mio mancante -A) è diverso da Dio Uomo (tuo mancante -B).

Il fatto che io (Enzo Miccoli) mi dichiari credente, non fa seguire di conseguenza che mi dichiari credente nel feticcio del Dio Uomo. Io sono credente in questo: c’è un modo in cui le cose sono, indipendentemente dal nostro comportamento, e vorrei parlarne con te.

Ma ci sono anche conseguenze negative “in grande” di questo approccio vecchio come il cucco, approccio che chiamo:“Rotula Infiammata”.  Per rintracciarle basta accendere un televisore e chiedersi il perché dell’inimicizia religiosa e politica tra le culture. La mia risposta a questa situazione è questa: perché si è ancorati a una sorta di pregiudizio che ci fa intendere, ogni volta che sentiamo la parola Dio, quel Dio Uomo Feticcio Moralistico, che si mischia con le più perfide questioni politiche, che si duplica tanto quanto è grande il numero degli uomini in disputa. L’approccio della “Rotula Infiammata” è stancante e fa perdere fiducia perché è una guerriglia, sia nello spirito che nel corpo. E’, purtroppo, l’approccio che Ratzinger ha rispolverato dai suoi cassetti enciclopedici.

C’è anche un’altra conseguenza, paradossale, dell’approccio della Rotula Infiammata: che oggi i più credenti sono gli atei. Infatti questi ultimi appaiono forse un po’ troppo rigidi nel dire che non credono in nessun Dio, ma io sono convinto che non credono in nessun Dio Feticcio Umano, ma non che non credono che ci sia un modo in cui le cose stanno e dunque un motivo, sulle cose esistenti. Se fosse così, la definizione di ateo sarebbe: uomo senza pensieri.

Ma se, come sembra, nominare Dio, ricercare l’entità trascendente, il comprendere il dove e il chi siamo, procura più problemi che piacere, proporrei di ribattezzare semplicemente il concetto. Magari è un trucco che funziona. Che nasca un concetto che abbia la capacità di comunicare: unità intuibile. Se io chiedo: qualcosa, una qualsiasi cosa, io e te (che siamo così diversi) io e la stella di Proxima Centauri, io e il vuoto che immagino, qualcosa con queste cose condivido? C’è un qualcosa di condiviso in tutti e due?

Bisogna sapere che questo residuo, benché introvabile, esiste. Andando per prossimità e massima astrazione, il primo apparire di questo residuo è il Tempo. Qui nessun volto, o cervello, o forma particolare, spicca. Qui c’è l’unità inevitabile o, se vogliamo, semplice coesistenza.

 

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