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MUTEVOLEZZA E FISSITA’DELL’AMORE
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Scritto da beru   

E’ forse vero che l’amore verso la bellezza fisica, di per se varia e mutevole (così come sono diverse le bellezze fisiche e così come è corruttibile il corpo), mira in realtà a possedere quell’ideale definibile come “bellezza in se”, che trascende la forma fisica? E’ forse vero, allora, che desideriamo il cambiamento proprio perché non sentiamo di aver raggiunto il possedimento e la conoscenza di questa bellezza in se?

Questa "ultima" bellezza desiderata sembrerebbe essere la bellezza del corpo-anima. Ma è vero o no che la prima bellezza a parlarci è quella del corpo? Ed è vero o no che la bellezza dell’anima è una bellezza che sta comunque in quel corpo?

Il filosofo Schopenhauer ha dichiarato che il nostro corpo è la Volontà stessa che si è manifestata. Dunque, almeno per lui, la separazione corpo-anima non è possibile. Ma nemmeno per il filosofo Platone, (che nel Simposio ha descritto il cammino verso la bellezza in se), questa separazione era del tutto possibile, considerata la sua teoria del procedere per gradi dalla bellezza fisica e corporea fino alla bellezza in se, fissa e incorporea.  Semmai per Platone l’Assoluto stava nell’Idea, e dunque la fisicità, appartenente al mutevole, non poteva certo essere un Assoluto, così come lo era invece l’Idea del bello in se, che coincideva anche con l’ideale della perfezione morale.

Ma il passo è breve. Dalla Volontà fattasi forma di Schopenhauer alla Forme ideali di Platone si passa sempre dal Corpo. Il corpo come Forma e il corpo come Mutevolezza. Questo corpo che non può essere che il trampolino di lancio verso l’oltre, questo corpo che tutto fa suscitare, che comunque in un modo o nell’altro è “quasi” nostro. E' proprio questo il confine del desiderio: desideriamo a partire dal corpo, in quanto esso è manifestazione. Ma, dolorosamente, esso ci è insufficiente per via della sua transitorietà e mutevolezza; ma questa insufficienza è il segnale che il corpo non può appartenere del tutto (e dunque non esaurisce l'essere) a nessun soggetto.

Vediamo ora perché il corpo non ci appartiene veramente, se vogliamo parlare negli stessi termini dei due filosofi citati .

Il desiderio è amore e l’amore è mancanza (citando Platone sempre dal Simposio). Ma se nella mutevolezza delle nostre stesse sensazioni ciò che desideriamo è inizialmente il corpo, desideriamo ciò che è mutevolissimo e non coincide con nessuna Forma. Se è mutevole (al punto da deteriorarsi e scomparire),  non si può dire cosa, quanto e come appartenga a chi.

Oppure  (citando qui Schopenhauer) il corpo è Volontà manifestatesi, ma la Volontà è mistero, e il mistero non ci può appartenere; dunque: il corpo non ci appartiene in nessun caso. Come si può dunque desiderare un qualcosa che non appartiene veramente ai soggetti desideranti?

Ecco la mia teoria: ciò che desideriamo è fuori da tutti i corpi, ed è prima del “dentro” che noi abbiamo dentro. Ciò che desideriamo è un “fuori”. Forse non è la bellezza in se, forse non è l’immobilità, forse non è nessuna sostanza precisa. Sembrerebbe essere un incontro. Un miscuglio tra noi (l'essere) e il resto (dell'essere), con il semplice scopo di essere dentro ciò che è fuori.

Mi rendo conto della debolezza di queste affermazioni, se considerate come espressione di una teoria: in effetti si tratta solamente di un abbozzo di riflessione intorno alla bellezza e al perché del suo desiderio.

 

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