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Se l’analizzo nel profondo, la sicurezza che mi da questo cosiddetto mondo lavorativo, fa schifo. E’ lontano qualche anno luce dalla luce, appunto. Anche se la sicurezza consistesse nell’avere un contratto a tempo indeterminato, questo contratto a tempo indeterminato fa schifo. Sono costretto, quasi ogni giorno a vergognarmi della mia debolezza di non saper adeguatamente trattare gli insensibili sfruttatori che mi passano davanti. La crisi della democrazia inizia nel quotidiano ogni volta nei posti di lavoro. Eppure sembriamo non accorgerci di questo. Ci lamentiamo delle grandi cose, che sono senz’altro vere: il bipolarismo è la fine della democrazia rappresentativa; Berlusconi ha il semi-monopolio dell’informazione mediatica e non solo; il razzismo sempre più dilagante; la corruzione sempre più accettata. E però lasciamo da parte il fatto che la democrazia sostanziale, a differenza di quella formale rappresentata oggi, è un processo, è un modo di vivere. Trattandosi di un !
modo di vivere, lo si dovrebbe vivere tutti i giorni, e in tutti i contesti. Invece noi oggi, da veri cretini, crediamo che la democrazia ci possa essere in Parlamento, senza che ci sia nei luoghi di lavoro, nelle aziende.
Oggi, il verticalismo decisionale è tanto forte nelle aziende, quanto nello stato. Le decisioni arrivano sempre dall’alto, dall’altissimo, dalle recondite nebbie dell’oltre-visibile, nebbie oltre le quali non si ha potenza. Perciò, non dovremmo neanche più di tanto lamentarci. Io non dico che tutti debbano fare i capi. Non avrebbe senso. Lascio anche da parte la pur vera questione che i comandi dovrebbero arrivare da persone virtuose, cioè amanti del bene e non egoiste. Però quando il livello di partecipazione, di discussione, di confronto è praticamente pari a zero, la democrazia non esiste. So che non in tutte la aziende è cosi, ma se la questione politica è strutturata in un certo modo, potete stare certi che nella media anche la questione aziendale è strutturata in un certo modo, e questo modo è anti-democratico, assolutamente non partecipativo.
Mi allaccio ora al discorso filosofico di Rousseau, tralasciando la questione sulla proprietà privata, che lui credeva essere un male in assoluto. Egli è stato infatti anche un grande teorico della democrazia diretta, che riteneva superiore alla democrazia rappresentativa, appunto per la maggiore partecipazione. Poi, alla luce della difficile attuabilità (o forse alla luce della sua sconfitta in termini di potere) ha egli stesso accettato, nelle sfere più alte, le forme rappresentative. Ma ciò che conta è l’idea, l’idea che se la democrazia è un processo, i fini devono poter passare in secondo piano, almeno fino al momento in cui il processo partecipativo non ha deliberato. Oggi si dice che la distinzione tra capitale e lavoro non deve più avere luogo, che la forza salariata non è considerabile come unificata. Oggi si nega una questione fondamentale: che tutte le persone incluse nei processi di lavoro dovrebbero avere voce, dovrebbero prendere tutte parte al processo decisionale che detta tempi, modi, alternative. Dunque, proprio sul nostro posto di lavoro, quello che tanto consideriamo a parte, inizia la questione democratica. |