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L'uomo stanco (Homo Stancus Stancus)
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Scritto da beru   

MICRO-SAGGIO: L'UOMO STANCO (HOMO STANCUS STANCUS) Parte prima

 

MICRO-CAPITOLO 1 – IL MONDO PER L'UOMO (L'ENTE COME DATO DI FATTO)

 

L'uomo è facilmente condizionato dall'idea che la totalità del mondo sia comprensibile, a tal ragione agisce quasi interamente limitato dal mondo vissuto in particolar modo come entità sociale, politica ed economica. Non solo la politica economica e il dogmatismo religioso, ma anche la scienza in generale unifica il mondo, poiché il suo scopo è trovare regolarità. Una scienza vera, tuttavia, non è totalitaria ma è critica e per questo aiuta l'uomo, con la ragione, ma anche emotivamente.

Quest'azzardata follia di pensare il mondo (fisico e pensabile) come totalmente comprensibile conduce inevitabilmente a subire condizionamenti tanto forti quanto la presunta comprensione del mondo.

L'uomo, che si dice avrebbe potuto, fin dalla sua cosiddetta antichità, elevarsi come sostanza individuale (nel suo senso aristotelico) al di sopra dei condizionamenti sociali (e tale fu forse il principio, rivelatosi poi falso, delle rivoluzioni liberali), si trova oggi immerso in un enorme totalitarismo ideologico che “vende” il mondo bell'e fatto. C'è inoltre una competizione tra ideologie che vogliono impossessarsi del mondo come totalità. Questo fatto è violento.

 

MICRO-CAPITOLO 2: L'UOMO PER IL MONDO (L'ENTE COME VISSUTO EMOTIVO)

 

Una nuova "luminosità" potrebbe  essere alle porte ma gli uomini e le donne, mi sembra, non ne sono molto convinti.....(che pare che ogni anno futuro sarà peggio del presente...)

E' spesso doloroso affrontare nel pieno cosa sono le altre persone per noi. Abbiamo, riguardo ciò, la capacità di rimanere delusi, sconfortati, ma anche il dono di gioire del semplice fatto che non siamo soli. Per cogliere tutto questo “movimento” in un solo atto bisogna usare l'occhio che vede queste cose.

Quest'occhio non è una facoltà fisica, e nemmeno puramente intellettiva. E', più probabilmente, un'intuizione emotiva.

Credo, a torto o a ragione, che l'intelletto, tanto celebrato per risolvere i problemi, risponda a un dio maggiore, che non è un ente solamente pensabile o trascendente, bensì una facoltà propria ed immanente di natura emotiva. L'uomo non dovrebbe permettersi di pensare un dio trascendente (seppure possa benissimo esistere) senza aver prima affrontato quel dio che è sempre presente e che è nella nostra emotività. E' dall'intuizione emotiva che sorgono non solo gli stati primari ma anche la tendenza verso la trascendenza come limite vitale.

Chi calpesta l'emotività simula un dio trascendente, ma non avrebbe dovuto farlo per compensazione del fatto che non ha abbracciato la potenza e il valore dell'emotività. Il dio trascendente, che egli tanto cerca al di fuori della propria emotività (che è coscienza), è già allora in lui.

L'emotività è per noi quel dio interiore che riceve (o forma) il mondo. Non lo crea. Non c'è una parte che crea il mondo,e non c'è una parte che non lo crea. E' inconcepibile cos'è il mondo. L'assurdità di averlo definito porta alla follia, non il contrario. L'emotività è in movimento con le sensazioni stesse e ci concede la libertà del movimento (anche se può non sembrarci perché le etiche storiche prevalenti vedono l'emotività, e il corpo, come una prigione). E' il mondo stesso che si muove emotivamente con “noi”.   Poichè non sappiamo se c'è e in cosa consiste una reale separazione tra l'uomo e il mondo, noi non dovremmo affermarla.

Bisogna superare l'antico preconcetto che dai limiti dell'emotività bisogna liberarsi attraverso la cosiddetta ragione o intelletto. Se avessimo infatti raggiunto tutti risultati voluti da tale intelletto liberatore non ci sarebbe oggi da lamentare una mancanza di natura, d'istintualità, d'amore, di poesia, di libertà; poiché è chiaro che se l'intelletto vede tali mancanze come oggetti raggiungibili con i propri mezzi, non potrebbe fare altro che operare strumentalmente verso il fine, come avviene in ambito teoretico. Ma il fatto che tali strumenti manchino all'intelletto mostra come in realtà queste mancanze non sono di natura propriamente razionale e perciò nemmeno raggiungibili esclusivamente con l'intelletto.

 

MICRO-CAPITOLO 3 – L'UOMO STANCO (CONTROVERSIA TRA ENTI E APOCATASTASI)

 

Accettiamo questo banale fatto. L'uomo è iper-teso all'interno di questa doppia relazione: l'uomo per il mondo e il mondo per l'uomo. Tale relazione, se vista come completa separazione, conduce alla sensazione di “stanchità” (o stanchezza strana).

Se dal punto di vista  logico questa relazione può considerarsi in perfetto equilibrio, dal punto di vista comportamentale ha degli sbilanciamenti, prodotti dai condizionamenti della ragione, in special modo quando si mostra oltremodo violenta e possessiva.

L'uomo sembra che viva oggi stanco, rassegnato, poco visionario, adattato al comfort "borghese" della mera sopravvivenza, adagiato e contento della saggezza dei “signori”, che pensano di aver compreso "un mondo" il mondo, e che evidentemente appare loro bell'e fatto.

Bisogna perciò, se ci piace non la vita lunga e confortevole, ma la vita sic et simpliciter, valorosa e maggiormente immersa nel suo senso più profondo, rifiutare la violenza di quelle ideologie che pretendono di aver compreso il mondo, nelle sue vesti sociali, politiche-religiose e trascendenti. Piuttosto, un maggior rispetto ed auscultazione del vissuto emotivo e delle sensazioni primarie potrebbero consegnarci lo spiraglio empirico di quell'ente che noi chiamiamo dio per semplice compensazione di una vitalità sentita come mancante, avvicinandoci a uno scatto evolutivo oggi pensato come atto necessario, di riscoperta dell'umanità (in senso positivo) e di rifiuto di ogni etica della rassegnazione portata avanti dalle moderne concezioni economiche, politiche e religiose.

 

Beru

 

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