Leggo la recensione dello stabile: inutile accozzaglia di parole al vento.
Aria fritta.
Ancora non comincia, ma c’è la scenografia: un vetro di chiusura tra palco e pubblico, all’interno una camera.
Le luci si affievoliscono, si comincia.
Colpi di tosse e raschiamenti di gola in continua ascesa tra il pubblico.
Chissà perché è sempre così.
Una fanciulla entra in scena, ed è agitata.
Parla dialetto non si capisce bene.
No, non è dialetto: è Olandese.
Arrivano i sopratitoli ad aiutarci a comprendere, ma si fatica.
Chiamano al telefono, lei risponde ed è agitata. Attende una telefonata importante.
Si avvertono tensioni, ci si cala bene nella parte.
Finalmente l’interlocutore è quello desiderato.
Ma non si sente la voce, è un dialogo soliloqui ente.
Si sente lei, si immagina lui.
Nient’altro, e questo è fantastico.
Tutto si dipana attraverso questa telefonata straziante di chiusura amorosa e ricordi del passato, luoghi comuni, risa e pianti.
L’immaginazione prende il sopravvento.
Sono io l’attore e l’interlocutore.
Il convenzionale mezzo telefonico diventa l’unico contatto con l’esterno.
Associazione di idee, mi invento trame di vita inesistenti ma possibili.
Comincio a capire l’Olandese senza i sottotitoli.
Perché mi piace? In realtà la storia è banale e prevedibile fino all’epilogo drammatico. Ma forse è proprio questa la potenza poetica ed espressiva che talvolta ci si augura di vedere.
robe tecniche:
Testo di: Jean Cocteau
Regia: Ivo van Hove;
Cast: Halina Reijn;
traduzione Halina Reijn, Peter van Kraaij scene e luci Jan Versweyveld Toneelgroep Amsterdam (Olanda)