In scena: "May B" tra cornici dorate e velluti trifolati.
Cosa sarà? il solo titolo May B non è per me caratterizzante e pigramente non mi sono informato prima. Maledetto me.
Personaggi in pigiama scorrazzano simultaneamente in lungo e in largo sul palco, come un branco di pesci, eseguendo traiettorie poco ortodosse e con una cadenza tra l’infante e il senile.
Ecco che arrivano i suoni, scaturiti da asme o grugniti.
Si fermano, ripartono, tornano indietro e ripartono, vibrano, cuori che battono, cadenze liturgiche, borbottii.
May B è potente.
I volti grotteschi sono pieni di polvere bianca che si solleva ai movimenti esistenziali del gruppo.
Riluttanza, o meglio reticenza espressiva.
Qualcuno dal palco non capisce, si estranea.
Ripetizione, costante stillicidio, rapsodia.
Tappe intramezzate da rapsodie.
Tappe della vita o punti di demarcazione?
Denti che ridono e sbattono.
Internati?
Vecchi beceri?
Tutto sembra distante, ma è un ellisse.
May B è feroce.
Drammaturgia della danza, respiro pesante e ansimante.
C’è qualcosa di primordiale in quei suoni palatali e gutturali.
Dionisiache posizioni o frustrazioni sessualmente pericolose?
Movimenti insulsi ripetuti perfettamente e ancora ripetuti.
Gioco?
Ossessione?
Esitazione?
Ed ecco affiorare Beckett, Hamm, Pozzo e Lucky, Clov, o forse no, sono io che li sto immaginando?
No, ho avuto riscontro in White Lady al mio fianco.
Viaggio senza meta anche fuori dal palcoscenico. (Vita?) Attori stratosferici, mai un secondo fuori dalla parte.
Flusso emotivo mio.
Fine spettacolo, gli artisti salutano senza uscire dalla parte, dimessi, composti e goffi.
Escono tre o quattro volte sempre dimessi, sconvolti e goffi.
Sembrano veri, non sembrano maschere.
Le luci si accendono,
la pelle si distende,
la vicenda umana si dipana leggermente, e io, deferente, auspico trionfi.
Robe tecniche:
Titolo: May B
Compagnia Maguy Marin
coreografia Maguy Marin
musica Franz Schubert, Gilles de Binche, Gavin Bryars costumi Louise Marin luci Compagnia Maguy