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Triana, il suonatore di sax e il nove cancellato
Viaggi e Miraggi
Scritto da kimika   

Il quartiere dove vivo si chiama Triana. E' il quartiere del flamenco e della Sevillana. Sorge al di là del fiume Guadalquivir, al di là nel senso al di là della parte in cui c'è il centro della città. La parte dove sto io, poi, si chiama Tardon, che si pronuncia come lo direbbe un veneto. Al Tardon ci arriva l'autobus numero 40 e dice proprio Plaza Nueva/Tardon. E' un complesso di case di edilizia popolare, la parte bassa rossa, diciamo tutta quella che ricopre il piano terra, il resto di un candido bianco, come tutte le case di Siviglia. E' pieno di cacche di cani, si perchè praticamente tutti hanno un cane ma non un Enrico Bertolino che dai cartelloni affissi per le vie della città ti implora di tener pulito. Forse le cacche dei cani sono la cosa più negativa che fino ad ora ho incontrato in Spagna insieme al fatto che quando vai a mangiare (e si mangia parecchio unto) non ti danno dei normali tovaglioli di carta ma pretendono che tu ti pulisca coi tovaglioli di carta velina da bar.
Uscendo di casa si sente sempre qualche musica. Il sabato tutti sono a casa e c'è quello del primo piano che accende le luci strobo in cameretta e ci delizia con l'hip hop spagnolo, la signora che ascolta Ramazzotti e un triste suonatore di sax. Io sto spero di riuscire nell'intento di diffondere gli Africa Unite. Vi immaginate che bellezza potrebbe essere: Africa Unite, da Pinerolo alla capitale dell'Andalusia.
Triana è pieno, piena di tutto: di gente soprattutto, tanto che spesso penso che a questa gente non piace stare in casa. Perchè la gente è sempre in giro, affolla bar, supermercati, negozi di cinesi, giardinetti pubblici, carrozzerie e cabine telefoniche (quella da cui chiamo io ormai ha per me un valore affettivo, è la "mia" cabina, ed ha un nove cancellato). A tutti qui piace davvero stare in giro. Ogni scusa è buona per scendere a bersi una birra, un caffè o mangiare qualcosa. Un misto di sgomento e dolcezza ho provato, le prime volte, nel vedere pimpanti gruppi di nonnine con la loro cervecita al bar, ridendo e scherzando come giovani teenager il giorno prima delle vacanze di Natale.
Triana è collegato al centro da un famoso ponte, il Puente de Triana, appunto. Un ponte meraviglioso e ogni mattina quando lo attraverso il sole si riflette nell'acqua e mi incazzo, incantata nel vedere i battelli e le canoe, per essermi dimenticata un'altra volta gli occhiali da sole. C'è un sentimento che è chiamato "orgullo trianero". La gente è fiera di essere nata in questo quartiere e i più anziani dicono, andando in centro, "Vado a Siviglia" (sono 20 minuti ap iedi ndr.); si vendono magliette e adesivi per auto con enormi scritte Triana. Anche io non ho resistito, perchè questo quartiere mi ha contagiato, e mi sono comprata un felpino con scritto "Made in Triana". Una delle sue strade più importanti è la calle Betis, una via di hippy fricchettoni che costeggia il fiume ed è piena di locali e ristoranti, fra cui uno italiano che ci chiama "Cosa nostra", triste nome per un'altrettanto triste idea che in Spagna si ha della mafia: romantica, una via di mezzo fra il Marlon Brando del Padrino e la pubblicità che fa fiorello del torrone. Ma la cosa forse più caratteristica di Triana è la Trianera, ovvero la madonna della chiesa di Triana. Questa Madonna ha il viso scuro scuro, due occhi neri neri e un vestito enorme d'oro, ed è contornata, come quasi tutte le chiese spagnole, da quintali di oro sperluscicante. Tutti hanno in casa o in macchina, nei taxi o nel portafoglio un'immagine della Trianera. Se sono di Triana. Si, perchè la rivale della Trianera è la Macarena, un'altra Madonna, del quartiere della Macarena appunto. Questo rivalità, che a me fa abbastanza ridere, è invece molto sentita. Una sorta di derby religioso, un inter-milan con arbitro S. Pietro e il Papa a condurre Controcampo che raggiunge il suo culmine durante le processioni della semana santa, ma questo ve lo racconterò in un'altra puntata). Pensate che il ballo della Macarena deriva proprio da qui. Macarena è un nome di donna che viene dal nome di questa Vergine e mi hanno spiegato che è un nome usato solo a Siviglia, o da gente che vive fuori ma è di Siviglia. Insomma Triana, o "il barrio" cioè il quartiere come viene spesso chiamato, mi ha conquistato e un pochino adottato. La gente è sorridente e gioiosa, nonostante al supermercato ci sia sempre troppa fila; ma tanto poi c'è sempre qualcuno con cui farsi una chiaccherata. Se capitate a Siviglia, fateci un salto.

 
I monasteri tibetani
Passaggio in India
Scritto da k.   

Sono giorni straordinari per le bellezze che ci sono sfilate davanti gli occhi. Impreparati a un trekking ad alta quota, abbiamo ripiegato sulla moto. Non come quella affittata giorni prima a Manali, che stava in piedi per miracolo, e se solo la inclinavi un po’ di più perdeva benzina dal serbatoio. Questa all’apparenza sembra una vera moto, proprio da biker, con il manubrio alto e lo schienale. In realtà non fa grandi velocità, ma tanto non ci serve, perché le strade che percorriamo non sono particolarmente lisce.

Siamo in pieno agosto, ci dirigiamo alla volta di alcuni monasteri difficilmente raggiungibili con i mezzi pubblici, stupendi sulle sommità di alture da cui si gode un panorama mozzafiato. Pochi i monaci, che in quel giorno sono tutti all’incontro pubblico del Dalai Lama in visita nella regione.

Noi l’abbiamo visto il giorno precedente, poiché è in Ladakh per tenere delle lezioni aperte sul buddismo. Ci siamo recati all’appuntamento con anticipo, le strade colme di auto e pulmini carichi di persone che accorrono alla lezione. Giunti sul posto ci sediamo nel settore riservato agli stranieri, abbastanza vicini al luogo in cui depositano la portantina da cui tiene il discorso il Dalai. Attimi carichi precedono il suo ingresso, una folla sterminata attende l’arrivo e crea un’atmosfera molto intensa. Lui è lì, seduto, avvolto nella sua tunica arancione e rosso porpora, il sorriso sul volto, una tranquillità che trasuda da ogni poro.

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Tulear, Perinet, Tamatave
Madagascar
Scritto da Bas   

Dopo altre tre ore di viaggio arriviamo in un bellissimo albergo, il Relais de la Reine, in cui passeremo la notte prima di affrontare la visita al parco di Isalo. La struttura in pietra dei vari bungalow è perfettamente mimetizzata tra le rocce e intonata ai colori aridi del paesaggio. Di buon mattino (6,00) partiamo per il parco dove affronteremo un percorso di circa 7 ore di cammino.

Attorno alla cima dell’Isalo si estende un meraviglioso parco che presenta un’infinità di grotte, canyon e picchi modellati dal vento, gole e precipizi, zone sabbiose e desertiche; esso è percorribile solo accompagnati dalle guide autorizzate. Qui si possono ammirare piante grasse e fiori fantastici, alberi nodosi e i famosi baobab bonsai. Dopo un paio d’ore di salita, facciamo sosta ad una piscina naturale, formata da una piccola cascata nascosta fra una folta vegetazione. Finalmente è una giornata assolata, fa caldo, il posto è pieno di turisti che fanno il bagno e ragazzi locali impegnati a fare tuffi acrobatici tra risate e scherzi. Proseguiamo la passeggiata e raggiungiamo un grande canyon attraversato da un fiumiciattolo, dove ci fermiamo per il pranzo al sacco. Un nostro amico riesce ad individuare e prendere tra le mani un piccolissimo camaleonte: è il primo che possiamo vedere da vicino nel suo ambiente naturale. Riprendiamo la camminata e ci inoltriamo per una vasta distesa di erba alta e secca. Non sentiamo la stanchezza, perché l’attenzione è catturata da quello che ci circonda e gli occhi sono avidi di cogliere forme di vita così diverse da quelle cui siamo abituati. Avvistando il nostro bus, qualcuno con stupore indica sciami di farfalle svolazzanti che si concentrano vicino ad uno stagno. Ma la guida infrange bruscamente l’idillio: sono piccole cavallette in arrivo, un vero dramma per le coltivazioni locali. Scappiamo disgustate al sicuro all’interno del nostro mezzo di trasporto, ed è subito invasione! Picchiano contro i vetri del bus in movimento e sono veramente un po’ rivoltanti. La popolazione locale non se ne cura anche se si impigliano sui vestiti o, peggio, tra i capelli.

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Il tempio "Atsuta Shrine" di Nagoya
Kinou no Uta
Scritto da cla   

Esco dalla metropolitana, mentre ricomincia a piovere. È passata la stagione delle piogge intense, ma l’acquazzone di oggi è degno delle più aggressive precipitazioni asiatiche. Senza ombrello, ottimisticamente lasciato a casa, mi dirigo verso l’entrata del tempio scintoista Atsuta Shrine, costeggiando le lunghe e possenti mura di pietra che delimitano la sua area. In tutta fretta mi rifugio nel bar che fortunatamente è posto poco dopo l’ingresso; graziose donne giapponesi di mezza età mi accolgono sorridenti e mi riservano un tavolo vicino alla grande parete a vetri sul lato del laghetto. Il piccolo stagno ospita tartarughe, enormi golden fish (pesci rossi, più altri di diverso colore), insettini e insettoni vari. Dirigendomi verso il banco per ordinare un the (non c’è un’ampia scelta di consumazioni) noto che è in vendita anche un piccolo sacchetto pieno di palline verdi. È il disegno nel sacchetto ad attirare la mia attenzione: un paio di pesci che ricordano le raffigurazioni delle stampe giapponesi più un paio di scritte che molto probabilmente significano “mangime per pesci e tartarughe”. Mosso più dal desiderio di avere il biglietto, che di donare mangime ai pesci, decido di comprarlo, dato il suo prezzo esiguo. Le donne al banco ridono più convinte mentre mi salutano e mi accorgo che forse fraintendono il mio acquisto, perciò tento disperatamente di comunicare che non intendo mangiare il contenuto.

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Viaggio a Takayama
Kinou no Uta
Scritto da cla   

Al primo fine settimana dopo il mio arrivo ci rechiamo a Takayama, una cittadina in montagna nella prefettura di Gifu. Qui alloggeremo in un hotel tradizionale giapponese. Posati i bagagli andiamo alla scoperta di questa piccola località, molto differente dalle grandi città giapponesi. Ricorda Gion, il quartiere vecchio di Kyoto, con casette basse di legno che formano strette vie. Essendo in montagna senza accesso al mare la specialità culinaria di Takayama è il manzo, per le strade ci si imbatte spesso in chioschi o piccoli negozi che vendono spiedini di carne di ottima qualità.

Il manzo è diverso rispetto al nostro, quando è crudo appare rosso vivo con piccole venature bianche al suo interno, una sottile rete di grasso che si forma perché l'animale in vita viene massaggiato. In tal modo il grasso si cosparge e la carne risulta molto tenera; di conseguenza viene venduta a un prezzo molto elevato. La cittadina è circondata da monti completamente coperti di alberi, un manto verde scuro che allieta il paesaggio, mentre al suo interno è percorsa da un piccolo fiume molto pulito, d'acqua trasparente. I ponticelli hanno forme tradizionali e qualcuno di essi ha il caratteristico colore arancio-rosso che si ritrova anche nelle costruzioni di alcuni templi. Tornati all'hotel Keiko deve scegliere lo yukata (una sorta di kimono di cotone usato in estate) tra i molti che le vengono mostrati nel tansu, un mobiletto nero a cassetti. Data la difficoltà di vestitura dello yukata, in particolare per la cintura, i clienti sono aiutati dal personale dell'hotel.

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PragaZzate
Viaggi e Miraggi
Scritto da Zenone   

La mattina del ventinove mi apprestai a salire in auto per dirigermi verso l'aereoporto di Torino Caselle, ho aperto il cancello di casa e mi sono messo in strada. L'aere era sottile e pungente di una mattina invernale piuttosto secca, e pensavo se avevessi dimenticato qualcosa a casa. Pensieroso pensante sono arrivato a caselle e mi sono diretto verso la zona Partenze departures, e ho fatto tre scalini per poter accedere alla sala dei check in . Le valige pesavano, ma il tratto era breve e nel cabinotto della Luftansa una signorina elegantemente vestita di blu sorrideva con gli occhi . Inserite le valige nell'apposito tapis roulant e ritirato lo scontrino con il numero etichettato sulle valige, ci disse che dovevamo aspettare dei pressi dell'uscita A5 . Presto fatto ci siamo recati verso quella zona deserta perchè era ancora presto. Dopo un'oretta la gente cominciava ad arrivare a sciami allora ci siamo messi in fila per fare il controllo dei bagagli a mano e delle giacche sotto il metal detector. C'erano delle solite casalinghe che si portan dietro le forbici da trinciapollo nelle borsette, qualche teppista con coltello serramanico in tasca. Io naturalmente non avevo nulla e siam passati senza ulteriori problemi. Dopo il metal detector ci siamo fermati incuriositi dalle immagini proiettate in un monitor che trasmetteva tramite i raggi "X" il contenuto di borse e borsette. Dopo qualche minuto gli agenti innervositi ci hanno chiesto se aspettavamo qualcuno e con un sorriso da imbecille gli ho risposto: NO ! E loro pacati: "Allora non potete stare qui !". Così ci siamo messi seduti nell'attesa dell'imbarco sull'aereo. La ostessa ha chiamato per zone dell'aereo e noi eravamo nelle prime zone e ci siamo appropinquati a entrare a bordo. Abbiamo marciato sulla passerella che dall'aereoporto porta sull'aereo che, per quanto chiusa, era molto fredda. E finalmente siamo entrati nell'aereo dove ad accoglierci c'erano due ostesse tedesche e un oste (?) con la faccia da imbecille finocchio. Avranno avuto, le prime, un'età indefinibile, compresa probabilmente tra i 20 e i trenta mentre il ragazzo non doveva avere più di 18-20 anni . I sedili grigi con i braccioli più chiari e le due estremità delle cinture nere fissate ai bordi della sedia erano confortanti e comodi. Ahimè la mia partner prese posizione vicino al finestrino ed eravamo semiagonizzanti in attesa del decollo.

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Ai parlatori d'albe e sigarette
Kinou no Uta
Scritto da cla   

Eccomi seduto davanti alla stazione di Nagoya, all’ombra di un ventaglio che di tanto in tanto sventolo. Ricomincia la settimana e la maggior parte dei giapponesi si affretta ad andare al lavoro; altri, invece, siedono come me a questi tavoli. È tutto quasi uguale all’anno scorso: ritrovo gli stessi suoni, i luoghi e le medesime strade che ancora ricordo. Sono cambiate le installazioni decorative poste all’entrata delle torri della futuristica stazione, anche se hanno sempre aspetti molto kitsch. L’estate scorsa un tunnel che bombardava musica opinabile e colori psichedelici, quest’anno una fontana con grossi delfini di plastica circondati da conchiglie giganti.

L’anno prima questi tavolini dal gusto vagamente liberty erano posti di fronte al Terrace Café, un piccolo chiosco pressato dalla tettoia dei due grattacieli, evoluzione della stazione sottostante. Ora i tavoli compaiono solo all’apertura del café e sono esclusivamente per chi consuma al bar. Mi siedo dunque ai tavoli più lontani, sotto il sole e senza riparo, dove ritrovo persone e volti che sembrano essere quelli che osservavo e disegnavo un anno prima.

È una strana sensazione quella che si prova tornando in un luogo che tante volte è stato ricordato e rievocato. È come vedere materializzarsi attorno quello che si è cercato di ricatturare, dopo che si era perso o nascosto nella memoria.

Sono partito da Torino il 5 agosto e sono arrivato a Nagoya il 6, alle 8 del mattino. Come per i miei due precedenti voli per il Giappone anche il terzo è con la Lufthansa, con cambio a Francoforte. L’aereo della compagnia tedesca mi è ormai familiare; l’odore, la struttura, i caratteristici colori grigio e giallo (talvolta anche il blu), i piccoli pallini grigi che movimentano lo sfondo bianco della copertura interna…tutto mi accoglie gradevolmente. Un po’ di emozione al decollo, con l’aeroplano che prima accelera a tutta velocità ma che poi, una volta staccatosi da terra, sembra proseguire lento e a stento verso le nuvole. Invece in pochi secondi mi trovo già sopra le nubi.

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Selamang datang
Malaysia
Scritto da Bas   

Il mattino dopo facciamo un’escursione su Penang Hill, la collina più alta dell’isola, raggiungibile con una caratteristica funicolare costruita dagli svizzeri nel 1923. Durante l’ascesa, facciamo la conoscenza di una simpatica famigliola: il padre è un bell’uomo baffuto con sguardo severo e pose manageriali, la madre ha il capo avvolto dal velo nero ma con un tondo viso sereno, e poi ci sono i ragazzi, otto, che vanno da un’età di 15 anni a pochi mesi. Sono un po’ chiassosi e vengono sovente sgridati dal padre, che però lascia trasparire un affetto smisurato. Le ragazze più grandi sono già velate anche loro e sorridenti; si alternano ad accudire il più piccolo, passandoselo di braccia in braccia con atteggiamenti da mammine. Scambiamo qualche frase in inglese: anche loro sono in vacanza. In alto, lo spettacolo è straordinario, si può ammirare la splendida baia di Georgetown e sfuggire temporaneamente all’umidità soffocante della costa. Vorremmo trattenerci all’ombra degli alberi e trascorrere oziosamente qualche ora, ma la nostra guida ci aspetta per un lungo percorso coast-to-coast. Siamo infatti diretti a Kota Bharu, sulla costa orientale: praticamente dobbiamo attraversare orizzontalmente tutto il paese.

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Ho Chi Minh City, Saigon
Vietnam
Scritto da Bas   

Dopo aver salutato la nostra amica Nguyen Duy, con la promessa che ci scriveremo via e-mail e le manderemo alcune foto, partiamo alla volta di Ho Chi Minh City, Saigon.
La nostra guida locale è Huynh, un signore alto e magro, distinto nel suo genere, cinquantenne. Mi sembra subito simpatico, ci dice che è molto raro che i turisti richiedano una guida parlante inglese e che questo costituisce per lui motivo di orgoglio in quanto sono pochi a parlarlo correntemente come lui. Aggiunge che alla fine del tour mi devolverà la metà della sua paga, poiché mi presto pazientemente a fare da interprete agli altri membri del gruppo (chi capisce ma non parla e chi ignora completamente l’inglese). In realtà la conversazione è molto piacevole, anche se faticosa perché nei momenti di pausa o negli spostamenti, lui – per educazione o piacere – continua a chiacchierare del più e del meno, della sua vita familiare, delle vicissitudini di alcuni membri della sua famiglia, boat people fuggiti dal Vietnam, alcuni purtroppo periti in questo tentativo e altri stabilitisi in Inghilterra, e a chiedermi notizie di Roma, che l’affascina per i suoi studi (mi fa anche delle citazioni in latino).

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Fullpointe e ritorno
Madagascar
Scritto da Bas   

Il giorno dopo partiamo verso nord, lungo una strada costiera che conduce alla località balneare più bella e turistica della zona, Fullpointe. La prima parte del percorso è in buone condizioni; si incontra una vegetazione lussureggiante con tantissime piante di banano. Si arriva ad un piccolo guado, da fare con una specie di chiatta che traghetta persone e mezzi di trasporto da una riva all’altra. La strada prosegue poi sterrata fino al Manda Beach Hotel, una struttura molto bella ma solitaria sia per la posizione che per i prezzi elevati (ci sono persino piscina, campi da tennis e da golf). Anche qui la spiaggia è ampia ma molto strana, una specie di bassa marea fangosa, con la sabbia che somiglia più a terriccio. Ci dicono che c’è la barriera corallina poco lontano e ci fidiamo. Di bagno ancora una volta non se ne parla, anche perché fa freddo; si può optare per una passeggiata superando il basso muretto che segna il limite della zona dell’albergo, oltre il quale si deve affrontare una folla di venditori ambulanti di splendide conchiglie multicolori e pregevoli coralli ; poi si possono guardare le bancarelle dove donne di diversa età fanno a mano collane con semi di varie forme e dimensioni. Facciamo anche una gita ai ruderi di un forte spagnolo, una costruzione in mattoni grigi infestata dalle erbacce, dove un nostro amico riesce ad individuare (che occhio di lince) un magnifico esemplare di camaleonte gigante tutto grigio, perché mimetizzato sulla pietra grigia.

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