PragaZzate
Viaggi e Miraggi
Scritto da Zenone   

La mattina del ventinove mi apprestai a salire in auto per dirigermi verso l'aereoporto di Torino Caselle, ho aperto il cancello di casa e mi sono messo in strada. L'aere era sottile e pungente di una mattina invernale piuttosto secca, e pensavo se avevessi dimenticato qualcosa a casa. Pensieroso pensante sono arrivato a caselle e mi sono diretto verso la zona Partenze departures, e ho fatto tre scalini per poter accedere alla sala dei check in . Le valige pesavano, ma il tratto era breve e nel cabinotto della Luftansa una signorina elegantemente vestita di blu sorrideva con gli occhi . Inserite le valige nell'apposito tapis roulant e ritirato lo scontrino con il numero etichettato sulle valige, ci disse che dovevamo aspettare dei pressi dell'uscita A5 . Presto fatto ci siamo recati verso quella zona deserta perchè era ancora presto. Dopo un'oretta la gente cominciava ad arrivare a sciami allora ci siamo messi in fila per fare il controllo dei bagagli a mano e delle giacche sotto il metal detector. C'erano delle solite casalinghe che si portan dietro le forbici da trinciapollo nelle borsette, qualche teppista con coltello serramanico in tasca. Io naturalmente non avevo nulla e siam passati senza ulteriori problemi. Dopo il metal detector ci siamo fermati incuriositi dalle immagini proiettate in un monitor che trasmetteva tramite i raggi "X" il contenuto di borse e borsette. Dopo qualche minuto gli agenti innervositi ci hanno chiesto se aspettavamo qualcuno e con un sorriso da imbecille gli ho risposto: NO ! E loro pacati: "Allora non potete stare qui !". Così ci siamo messi seduti nell'attesa dell'imbarco sull'aereo. La ostessa ha chiamato per zone dell'aereo e noi eravamo nelle prime zone e ci siamo appropinquati a entrare a bordo. Abbiamo marciato sulla passerella che dall'aereoporto porta sull'aereo che, per quanto chiusa, era molto fredda. E finalmente siamo entrati nell'aereo dove ad accoglierci c'erano due ostesse tedesche e un oste (?) con la faccia da imbecille finocchio. Avranno avuto, le prime, un'età indefinibile, compresa probabilmente tra i 20 e i trenta mentre il ragazzo non doveva avere più di 18-20 anni . I sedili grigi con i braccioli più chiari e le due estremità delle cinture nere fissate ai bordi della sedia erano confortanti e comodi. Ahimè la mia partner prese posizione vicino al finestrino ed eravamo semiagonizzanti in attesa del decollo. Ed ecco che l'aereo si mette in marcia per posizionarsi sulla pista di decollo e qualcuno cominciava già a chiedere da bere. Allacciate le cinture e assicurato il bagaglio a mano sotto il sedile davanti, i reattori come per incanto si accesero e si vedevano degli alettoni delle ali piegarsi leggermente verso l'interno dell'ala. Strappo iniziale e decollo. Dopo poche decine di metri ecco che il nostro Boeing 727 cominciava ad alzare la testa come in segno di superiorità. Dopo pochi secondi lo stacco da terra, che lascia senza fiato, era cominciato. 10, 20, 40, 60 metri nel giro di pochi secondi sulla verticale torinese, dopodichè è cominciato l'assestamento e il sospiro di sollievo da parte di tutti. Le Hostesse tedesche parlavano di corridoi luminosi e di maschere per l'ossigeno mentre attaccatti al finestrino si cercava di scorger Superga. Per il resto dopo esser saliti sulle nuvole d'argento non si scorgevano che nubi bluastre e qualche punta d'alpe scoperta. Rotta verso Francoforte senza particolari vuoti d'aria. Solo un mesto e nauseabondo timore di aver a bordo un Taliban. Atterraggio senza dirottamenti a Francoforte. Ci siamo staccati le cinture che ci tenevano legati al sedile. Qualcuno non le aveva messe e qualcunaltro gli aveva detto: " E' così che si fanno gli incidenti" ... e io ho risposto..." Eh si, se bocciamo tu ti salvi, deficente ! "  Entrati nell'immenso paese del freetax deautyshoop ci siamo subito presentati al nostro terminal che era stranamente isolato, mancavano poi solo 2 ore alla partenza. La mia paura di perdere l'aereo mi faceva stare in attesa che da un momento all'altro partisse senza di me, ma ero rincuorato dall'orologio che mi dava inevocuabilmente torto. Saltando le due ore che non sono state caratterizzate da nulla di degno, passiamo al secondo imbarco per Praga.  Avendo spedito a Praga da Torino i nostri bagagli, sudavo freddo e speravo che a destinazione li avrei trovati, ma sempre con il timore e scarsa fiducia negli organismi. ...partimmo che era già buio e il cielo si riconosceva solamente grazie al fatto che a terra c'erano le luci e che il bicchiere non si era ancora rovesciato. Le hostesse in tedesco stretto spiegavano come recuperare l'ossigeno dallo sportello superiore e come vomitare senza sbrinciare dappertutto. Iniziavo a innervosirmi , probabilmente a causa della lunga attesa a Francoforte. Decollo regolare, atterraggio morbido su un manto nevoso. Li per li pensavo che il pilota facesse un atterraggio di fortuna all'aereoporto di Praga, ma vista la sicurezza degli altri passeggeri di routine, ero conforfortato in qualche modo.L' Aereoporto, situato a circa una ventina di kilometri dal centro dava un senso di tepore nauseabondo, e si sentiva l'odore di incanto quando le luci dell'aereo rischiaravano, rarefacendosi attraverso la neve ghiacciata, e lasciando un sentimento persuasivo di grande nord. In realtà non eravamo che nella Repubblica Ceca .
Pochi passi e il nostro culo era già oltre la soglia del portellone del Boeing grigioperlato, accuratamente irrorato di liquido penetrante antigelo verde, sulle ali e sulla carlinga. Da Ruzyne , ove giaceva in silenzio l'aereoporto, non sapevamo certo come muoverci, allorchè decisi di cambiare i soldi in valuta locale. Avevo dei dollari e li ho cambiati in Corone ceche. Gran bella moneta, salvo per il fatto che ce n'è troppa ! Spaesati come dei bambini al supermercato ci siamo diretti verso un qualche cosa scritto in ceco che ci sembrava indicare dei trasporti . Diceva pressapoco così : "Mestská cást Libus bude mít znak a prapor", e abbiamo chiesto in Piemontese : " 'ndua spool truvese 'n bus per Prague Lyon?" E i due dentro il gabbiotto guardarono con aria interrogativa. L'uomo grassoccio , biondiccio, con camicetta bianca e cravattino stretto e formale, disse "Radnice první mestské cásti hodlá letos ze svého rozpoctu vyclenit patnáct milionu korun na opravy chodníku" Al che abbiamo tirato fuori la cartina e indicato il luogo e pareva avessimo risposto giusto con la nostra azione e con qualche altra spiegazione capii che dovevo scucire 245 Ck circa . Fatto questo ci indico con l'indice ,e con un sorriso come da chi ci aveva fregato, un furgone bianco della skoda con altri tre passeggeri spaesati a bordo. Salimmo.
Io pensavo al ciccione e ho pensato che 8milalire non erano un granchè per fregarci. Insomma, salimmo in compagnia di una coppia francese, due tedeschi e un giovane del posto che sedeva nel posto del morto. L'autista aveva molta fretta e presto il silenzio pervase l'autovettura che tosta procedeva verso strade sconosciute, e noi alla ricerca ,dai finestrini appannati, di qualche monumento conosciuto. Dopo le prime fermate ci trovammo soli soletti in compagnia del shumacher praghese.
Dopo aver rischiato la vita almeno due volte, ci fermammo e intravedemmo la scritta del nostro nido caldo nel quale avremmo gioito chissà quali gioie di li a qualche minuto. Scesi dall'auto e ringraziato, falsi, l'autista, entrammo nel portone di Legno . In fondo a destra del corridoio centrale c'era un altro corridoietto che finiva con una porta che dava su una scalinata, ma prima di questa c'era la reception dell'alberghetto. Ci si è presentati con passaporto e tutto e, dopo averci dato le chiavi in inglese ci hanno spiegato dove andare. Tre piani di scale con valige in mano e voglia di niente. Quando si viaggia molto dopo si è stanchi, ma non fisicamente. Hai voglia di sederti, ma sei stato seduto almeno otto ore. Se stai in piedi cadi. La stanza 310 era in fondo al corridoio e si intravedeva invitante la nostra bianca porta . Moquette in terra, edera ancora giovane che cresceva in alto in un vaso, altre porte una attaccata all'altra. Due giri di chiave e ci trovammmo nel rifugio .
Una stanza con un letto , televisore, tavolino, un armadio, due comodini, un termosifone, due sedie, due piatti, due bicchieri con dentro due cucchiai, un frigo, un bollitore, e tre quadri (due di mirò e uno di Kandinsky), un abbaino molto alto dal quale sarebbe filtrata molto probabilmente la luce del mattino. Irraggiungibile però perchè era oltre i tre metri emmezzo di altezza. Il bagno composto da: tazza per cacare, doccia, armadietto con specchio, termosifone e un finestrino che dava verso l'interno dello stabile.  L'appartamento era finito, anche se cercammo ancora qualche porta ma senza farlo notare l'uno all'altro. Un po delusi, ma non troppo, decidemmo, vista l'ora, di tirare fuori i crechers e sgranocchiarli in attesa di qualche idea. . le idee non mancavano certo, ma sullo stomaco quei creackers, sul gobbone il viaggio, e un Po di nausea e mal di testa ci pervase.
Faceva fresco ed avevamo ancora in testa il ronzio dell'aeroporto. Ci prese una sonnolenza tipica del post sesso, ma senza aver mai commesso atti tali in quel momento che tagliò le frenesie come burro e le costrinse al torpore notturno.
Vellutati come pesche sciroppate i nostri piedi toccarono il suolo solo dopo le dieciemmezza del mattino seguente. La roba sparsa qua e là indicava il nostro repentino abbandono al riposo e venne il momento dell'ambita colazione ceca. Non sapevamo come chiederla, (era compresa nel prezzo della camera) ed abbiamo bighellonato cercando di sistemare ognuno nel proprio cassetto d'appartenenza (due in totale) i nostri indispensabili oggetti di viaggio. Pervasi dal terrore di non trovare portafogli biglietti aerei e quant'altro fummo rincuorati dal ritrovamento degli stessi dopo ore di ricerca. Andammo alla reception per chiedere la colazione e dopo tre minuti emmezzo ecco che bussano alla porta. Due tocchi e rumore di passi inquieti.
Aprimmo, una donna robusta di mezza altezza ci guardava con aria perversa. Voleva entrare! Capii subito che dovevo lasciarla entrare poiché recava seco un vassoio ripieno di cianfrusaglie commestibili, o forse no. Entrò e fummo imbarazzati dallo stato della camera, con valige aperte, zaini esplosi, camice, magliette, canotte, stivali, jeans, cinture, scarpe, mutande, calzini, fazzoletti, forchette, coltelli, felpe, caffè, giubbotti, cappelli, sciarpe e cucchiai intorno al letto centrale. Non fece una piega e posò il vassoio sul tavolino a fianco della porta. Era un tavolino rettangolare, 800mm per 400mm alto circa 720mm da terra, colore beige con il ripiano stile marmo sempre beige. Dovevamo mangiare lì sopra. C'era del caffè e del the .
In mezzo alle tazze c'erano fette di salame piccante, prosciutto di Praga e salsa di rafano. Due cialde biscottate, due kinder delice e tre zollette di zucchero. Il tutto corredato in un vassoio metallico in AISI316L con i bordi ripiegati che lasciava intravedere un uso recente dagli aloni d'acqua recenti ed il calore specifico tipico di un lavaggio. Lasciammo uscire la signora dal grembiule verde e bianco e borbottammo qualcosa che ora non ricordo. Spavaldi scaldammo dell'acqua nel bollitore e immergemmo le bustine di The nelle tazze. Aggiungemmo due zollette di zucchero in una e una sola nell'altra sacrificando in questo modo il gusto di uno dei due. Pazienza. Pensammo ad un uso alternativo della salsa di rafano ma lì per lì non ci venne in mente nulla d'artistico o di villano. Era ora di prepararsi ad uscire in strada. Con la luce eravamo certi di apprezzare di più l'ambiente circostante che in mancanza di luce ci appariva sfocato e poco delimitato.
Non eravamo riusciti a dare dei contorni di colore o di forma alcuna durante il repentino percorso. Rigorosamente a turno c'infilammo nel cesso per non so ben cosa, ma prima di partire si va sempre al cesso.
Guardatina allo specchio, grattatina nel cavallo dei pantaloni, qualche timida flatulenza ed eravamo pronti per il grande freddo. Io portavo addosso gli stivali Harley Davidson lucidati a grasso impermeabile, jeans robusti, cintura di cuoio marrone, maglietta bianca, pile blu scuro. Portai una sciarpa a righe azzurrine/ biancastre non più larghe di due dita, anch'essa in pile. A coprire il tutto ci pensava un aschi verde con il cappuccio contornato di peli di lupo, finti suppongo, con due tasche per biro sul braccio sinistro e con gli interni arancio. La lunghezza del giubbotto non andava oltre le natiche, costringendo in un risvolto l'ultimo pezzo elasticizzato a dovere.
Nella tasca sinistra posteriore dei jeans misi il portafoglio, lasciando ben nascosti in camera l'80% dei soldi che avevo ritirato all'aeroporto. Nelle tasche davanti misi un fazzoletto con delle note musicali disegnate sopra, ed i guanti in pelle nera rubati in caserma durante il servizio militare. In mano le chiavi del piccolo appartamento e la borsa a tracolla porta macchina fotografica grigia.
Era una borsa con due scomparti centrali distinti dalle cerniere esterne nere. All'interno c'erano tre ulteriori scomparti imbottiti che lasciavano spazio ai vari obiettivi che mi ero portato dietro; grandangolo, Zoom, e obiettivo standard, kit di 8 pellicole tre da 200ASA 3da 400 e 2BW da 800 . All'esterno vi erano lateralmente altre due tasche anch'esse imbottite e il laccio per la tracolla grigio/ nero lungo circa 1 metro e mezzo. Eravamo pronti per la discesa degli scalini quando ad un tratto accostammo l'orecchio presso la porta accanto avendo inteso alcuni suoni umani insoliti per l'ora e per la frequenza. Partimmo ugualmente.
Terminati gli scalini schiacciammo un bottone ottonato con una scritta sopra, che per buon senso tradussi in "apertura porta". Così fu e rincuorato dal mio precoce apprendimento del ceco, uscimmo dal portone gigantesco e subito perdemmo sensibilità nei punti scoperti. I microvilli si riempirono di freddo e il resto delle cellule auspicavano democrazia. Persi l'equilibrio proprio sopra un tombino di scolo delle acque, ricoperto da un rivolo ghiacciato. Eravamo di fronte ad un ambiente familiare, ricordava le passeggiate lungo Po sulla riva dei murazzi durante una gelida serata Novembrina. Ma qui era molto più gelida. Una nebbia cavigliare non lasciava intravedere gli ostacoli e le depressioni del terreno rendendo il cammino affannoso e guardingo. Poca gente, perlopiù anziani, completamente sepolti dentro pastrani viola e grigi. Progredendo nei passi, e trascurando il paesaggio, per concentrarsi sulla direzione dei propri piedi, ci trovammo di fronte al mastodontico capolavoro neorinascimentale che dominava la piazza accanto. Il Narodni Muzeum si stagliava alla nostra vista e ci fece anche un po impressione. Contenti di questa scoperta e del fatto che il museo Nazionale si trovasse a pochi passi dal nostro hotel, continuammo il cammino su una strada pedonale enorme, la Vaclavskè Namesti. Li per li non ci accorgemmo delle camionette antisommossa situate a lato del museo, e un odore strano era nell'aria. Osservando l'osservabile si scorgevano case dai tetti aguzzi, gotici, colonnati particolarmente suggestivi, architetture agnostiche che celavano chissà quale segreto. L'ombra proiettata per terra sembrava cambiasse forma col passare della nebbiolina rasa. Tutto sembrava complice e nello stesso tempo regnava l'odore medievale di spada infranta contro un'altra spada. Ma venivano stranamente certe pulsioni irrefrenabili quasi indotte, la volontà di cambiare qualcosa, la libertà di stampa, l'anticensura, la resistenza antisovietica, ma non era primavera, ma certamente eravamo a Praga. Per un attimo venni proiettato nell'inverno del millenovecentosessantanove, accanto a noi c'era un ragazzo. Posò il suo zaino poco più in là e si avvicino incazzato ad alcuni contenitori. Sembrava non accorgersi di noi, e in realtà non c'eravamo proprio, a guardar bene non c'erano neppure quei carri antisommossa vicino al museo. In pochi istanti svitò i contenitori e ne cosparse il liquido sui suoi vestiti e sulle sue membra e stranamente parlava in italiano, o comunque era comprensibile il suo linguaggio. Disse: "Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà" e accese un fiammifero lì, sotto i nostri occhi. Il volto carbonizzato e l'agonia emergeva dall'odore aspro del corpo in fiamme. A lungo si dimenò e alla fine il fumo si trasformò in nebbia e tornai a vedere le camionette. Un flashback che presagiva un'altra scoperta. Feci due passi intorno al punto esatto in cui avevo visto il ragazzo arrostire sotto le sue fiamme, e riconobbi il volto in lapide. C'era scritto Jan Palach, 16.1.1969.

 

 

Leggi altri articoli di questo autore

 

Cerca