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Air China, Partenza
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Scritto da Bas   

Ci imbarchiamo a Roma Fiumicino in un torrido pomeriggio d'agosto: contro le nostre aspettative l'aereo della compagnia Air China è dotato di ogni comfort tecnologico, c'è persino la possibilità di avere uno schermo personale - inserito nel poggiatesta del passeggero anteriore - che offre programmi/films/giochi interattivi in più lingue! Dopo circa 14 ore di volo, arriviamo a Taipei (Taiwan) dove pernotteremo 1 notte prima di prendere la coincidenza per Hanoi. Naturalmente non ci facciamo sfuggire l'occasione di un giro orientativo nel centro città, che è raggiungibile dall'aeroporto con circa 2 ore di bus. Abbiamo così l'opportunità di vedere la squallida periferia di una metropoli orientale: il colore predominante è il grigio cemento e ciò che più ci colpisce è la visione di decine di negozi (?) con esposte in vetrina bellissime ragazze discinte impegnate in conversazioni telefoniche . Appena arriviamo al capolinea del nostro bus, si scatena un temporale monsonico di violenza inaudita: non possiamo far altro che rifugiarci in un centro commerciale sotterraneo. In realtà è costituito da una serie di corridoi-labirinto costeggiati da negozi tutti uguali: abbigliamento sportivo, apparecchi tecnologici ed il meglio dei souvenirs di plastica inutili e di cattivo gusto. Il nostro incontro con Taipei finisce qui: la pioggia non cessa fino a sera inoltrata e noi, stanchi per il fuso orario e certi che ci aspetta una giornata faticosa, ce ne torniamo in albergo, all'asciutto. Il mattino dopo partiamo con un volo della compagnia Vietnam Airlines, destinazione Hanoi. Atterriamo all'aeroporto di Noi Bai, e ci sembra di essere tornati indietro nel tempo, almeno negli anni '60, è tutto un po' antiquato: facciamo subito conoscenza con la nostra guida locale, una ragazza dall'aspetto austero ed enigmatico, la quale, nel suo inglese orientaleggiante, ci impone, nonostante le nostre lamentele perché sono solo le 11,00 del mattino, di andare subito a pranzo in un ristorante del centro città. Il nostro pulmino ci porta attraverso un paesaggio triste e freddo: il cielo è grigio ferro e grosse nuvole basse sembrano pesare sulla nostra testa.

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Hoa Binh, la diga
Vietnam
Scritto da Bas   

Il giorno dopo partiamo per Hoa Binh, famosa per la diga più grande del Vietnam, che riusciamo a vedere sotto una pioggia battente e che ci impressiona per la violenza dell’acqua. Il tempo di lasciare i nostri bagagli nell’unico alberghetto del posto, una cascante struttura in legno a due piani con lunghi ballatoi esterni, che fa pensare ad una località sciistica, e subito si parte per la visita di Mai Chau, una bellissima vallata di un verde scintillante, abitata da alcune antiche comunità Thai. Arriviamo con il pulmino alla base di una collina e veniamo subito accolti da una ventina di bambini festanti che ci accompagnano nella breve risalita lungo un sentiero che porta all’agglomerato di grandi palafitte rustiche. Il paesaggio è composto dai terrazzamenti delle risaie pluviali intervallati da piccoli appezzamenti coltivati. Sotto una pioggia che non accenna a diminuire ed in mezzo al fango, procediamo sino ad una delle palafitte: dopo aver lasciato le scarpe, siamo invitati a salire sulla scaletta di legno d’accesso e veniamo accolti dalla famiglia residente; che ci offre un momento di riposo sui tappeti sparsi per terra ed un bel te caldo. I bambini ci sorridono un po’ intimiditi; qualcuno acquista i manufatti artigianali della famiglia, bellissimi tessuti sgargianti e berretti di lana con pendagli multicolori. Noi ragazze ne approfittiamo per distribuire parte dei giocattoli usati raccolti prima della partenza. La nostra guida ci fa cenno che non possiamo trattenerci di più, e un po’ riluttanti riaffrontiamo l’acqua che ci aspetta fuori.

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Ho Chi Minh City, Saigon
Vietnam
Scritto da Bas   

Dopo aver salutato la nostra amica Nguyen Duy, con la promessa che ci scriveremo via e-mail e le manderemo alcune foto, partiamo alla volta di Ho Chi Minh City, Saigon.
La nostra guida locale è Huynh, un signore alto e magro, distinto nel suo genere, cinquantenne. Mi sembra subito simpatico, ci dice che è molto raro che i turisti richiedano una guida parlante inglese e che questo costituisce per lui motivo di orgoglio in quanto sono pochi a parlarlo correntemente come lui. Aggiunge che alla fine del tour mi devolverà la metà della sua paga, poiché mi presto pazientemente a fare da interprete agli altri membri del gruppo (chi capisce ma non parla e chi ignora completamente l’inglese). In realtà la conversazione è molto piacevole, anche se faticosa perché nei momenti di pausa o negli spostamenti, lui – per educazione o piacere – continua a chiacchierare del più e del meno, della sua vita familiare, delle vicissitudini di alcuni membri della sua famiglia, boat people fuggiti dal Vietnam, alcuni purtroppo periti in questo tentativo e altri stabilitisi in Inghilterra, e a chiedermi notizie di Roma, che l’affascina per i suoi studi (mi fa anche delle citazioni in latino).

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