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Il giorno dopo partiamo per Hoa Binh, famosa per la diga più grande del Vietnam, che riusciamo a vedere sotto una pioggia battente e che ci impressiona per la violenza dell’acqua. Il tempo di lasciare i nostri bagagli nell’unico alberghetto del posto, una cascante struttura in legno a due piani con lunghi ballatoi esterni, che fa pensare ad una località sciistica, e subito si parte per la visita di Mai Chau, una bellissima vallata di un verde scintillante, abitata da alcune antiche comunità Thai. Arriviamo con il pulmino alla base di una collina e veniamo subito accolti da una ventina di bambini festanti che ci accompagnano nella breve risalita lungo un sentiero che porta all’agglomerato di grandi palafitte rustiche. Il paesaggio è composto dai terrazzamenti delle risaie pluviali intervallati da piccoli appezzamenti coltivati. Sotto una pioggia che non accenna a diminuire ed in mezzo al fango, procediamo sino ad una delle palafitte: dopo aver lasciato le scarpe, siamo invitati a salire sulla scaletta di legno d’accesso e veniamo accolti dalla famiglia residente; che ci offre un momento di riposo sui tappeti sparsi per terra ed un bel te caldo. I bambini ci sorridono un po’ intimiditi; qualcuno acquista i manufatti artigianali della famiglia, bellissimi tessuti sgargianti e berretti di lana con pendagli multicolori. Noi ragazze ne approfittiamo per distribuire parte dei giocattoli usati raccolti prima della partenza. La nostra guida ci fa cenno che non possiamo trattenerci di più, e un po’ riluttanti riaffrontiamo l’acqua che ci aspetta fuori.
In serata ci viene offerto uno spettacolo di danze vietnamite: non possiamo far altro che ammirare la raffinatezza delle movenze e l’agilità dei ballerini che saltellano tra lunghi tronchi che vengono aperti e chiusi con una rapidità impressionante: nessuno di noi, seppur invitato, osa mettere in pericolo le proprie caviglie e cimentarsi nella danza. La meta successiva è la famosa Baia di Halong, considerata dai vietnamiti una delle meraviglie del mondo e celebrata come scenario in numerose pellicole hollywoodiane (anche uno 007). Si tratta di una magnifica baia punteggiata da un arcipelago di circa 1600 isole, atolli e faraglioni, un fantastico mondo di grotte, fiordi e approdi, che noi visitiamo in una lunga giornata a bordo di un sampan con la caratteristica vela a pipistrello. Facciamo diverse fermate per visitare grotte calcaree, piene di enormi stalattiti e stalagmiti, e fare passeggiate nel ventre della terra, ma l’atmosfera surreale vissuta durante la navigazione è incancellabile dal nostro ricordo. La giornata è comunque uggiosa, a tratti nebbiosa, e queste formazioni di roccia appaiono improvvisamente davanti alla nostra imbarcazione come personaggi fantastici di una fiaba. Mangiamo gustosi crostacei preparati e cucinati dal proprietario della barca, nonché un’ottima zuppa di verdure miste. Non manca il mercatino a bordo, messo su in pochi minuti dalla moglie del barcaiolo, che ci mostra orgogliosa alcuni prodotti da lei ricamati a mano, magliette, biancheria e piccoli quadretti paesaggistici. Dopo la cena in albergo, usciamo sul lungomare punteggiato di locali, ristorantini di pesce, bar e negozietti di souvenirs, specialmente di bellissime ceramiche bianco-azzurre. La sensazione è comunque quella di essere in un posto in forte espansione turistica, anche se continuiamo a non incontrare altri italiani, solo francesi e americani. Di buon mattino, ci mettiamo in viaggio per tornare a Hanoi: facciamo una sosta a Haiphong, terza città del paese, con un centro in stile coloniale ancora intatto, case dalla facciata pastello e grandi viali alberati; visitiamo la pagoda Ben Ghe ed una fabbrica di tappeti fondata nel lontano 1929 da un francese. I tappeti vengono tessuti a mano su telai di legno e assistiamo alle varie fasi della lavorazione, guardati con curiosità dalle lavoranti, tutte donne. Procediamo verso le grotte di Tam Cuoc: da un pontile si parte su imbarcazioni a fondo piatto, fatte di giunchi incatramati, in cui prendono posto non più di due persone più il rematore. Prima di salire, veniamo valutati dai rematori in base al peso e poi divisi in coppie! Si scivola su una serie di canali per circa 3 ore, attraversando risaie punteggiate da colline a pan di zucchero che si riflettono superbamente nell’acqua: uno spettacolo bellissimo. Il fiume che si naviga sparisce alla fine in una serie di tre grotte scavate dall’erosione. Si indugia nella maggiore, lunga più di cento metri, e poi si ritorna indietro fino al pontile. Siamo molto fortunati, perché la giornata è soleggiata e i meravigliosi colori della natura fanno da contraltare al caldo afoso e alle zanzare che ci assalgono durante la gita. Infine una sosta a Hoa Lu, capitale del primo regno vietnamita, di cui si possono ammirare in una gola fra montagne rocciose i resti dell’antica residenza imperiale, due santuari copie settecentesche degli originali, costituiti da una serie di padiglioni posti a varie altezze e raggiungibili attraverso una serie di gradini scoscesi. Dal più alto si ammira la vallata sottostante, inframmezzata da canali e corsi d’acqua, palme e vegetazione rigogliosa. In serata arriviamo a Hanoi e ci concediamo un ultimo gelato alla nostra gelateria preferita: l’indomani raggiungeremo con un volo interno il centro, Hué. All’aeroporto salutiamo la nostra guida, che risulta l’incarnazione di quel gelo confuciano che ci viene illustrato più tardi: all’offerta di inviarle le foto di gruppo in cui lei era presente, scattate dai miei amici, ci gela con un “No, grazie, la cosa non mi interessa”. Cosa ci aspetta a Hué??? Uno spirito completamente diverso! Mentre siamo in attesa dei bagagli, vediamo da lontano una figurina paffuta e occhialuta che si agita cercando di attirare la nostra attenzione: è Nguyen Duy, la nostra guida del centro, una ragazza che sprizza allegria da tutti i pori! Non fa altro che emettere gridolini e risatine, ci racconta della sua vita privata ed è anche interessata alla vita in Italia, paese di cui non conosce neanche l’ubicazione, tant’è che ci porta in un ufficio turistico davanti ad un planisfero per farsi mostrare dov’è questa famosa Italia. Hué occupa le due rive del Fiume dei Profumi: è composta dall’antico quartiere europeo e dalla cittadella imperiale, costruita nel corso del XIX secolo dalle dinastia Nguyen. E’ l’unico esempio architettonico integrale sopravvissuto alla furia distruttrice del regime, che considerava le vestigia del passato imperiale come residui del feudalesimo. Alcuni monumenti sono in restauro (beh, se si può chiamare così il fatto di ripassare il colore sulle parti in legno sbiadite), vaste aree della cittadella sono lasciate ancora all’incuria, ma negli ultimi anni si registra un crescente interesse per le arti e le potenzialità turistiche del sito. Il complesso doveva originariamente costituire una copia identica della Città Proibita di Pechino, circondato da una cinta fortificata e da un largo fossato, un insieme armonioso di palazzi, giardini, canali, tombe imperiali e pagode, il tutto improntato alla predominanza dei colori rosso lacca e giallo oro. Prendiamo un sampan lungo il Fiume dei Profumi, in modo da avere una panoramica di alcune zone della città con edifici fatiscenti, mentre ci dirigiamo a sud. Qui, disseminate tra le colline, troviamo le 8 tombe di altrettanti imperatori della dinastia Nguyen. La più bella è senz’altro quella di Tu Duc, perché ricorda una residenza di campagna ed in effetti il sovrano in vita ne fece questo uso. Le costruzioni si alternano a giardini, stagni ricoperti da giganteschi fiori di loto, isolotti artificiali collegati da passerelle e piccoli ponti. Un luogo in cui abbiamo trovato, oltre a qualche turista, anche famiglie a passeggio con bambini o coppie romantiche. Ritornando indietro in barca, facciamo una sosta alla Pagoda della Dama Celeste; direttamente dal fiume una ripida scala porta a un grande stupa ottagonale: è un’occasione per conoscere tanti bambini che si offrono di darci la mano durante la salita, anche se appena proviamo a tirare fuori dagli zaini qualche peluche, si scatena una gazzarra tale che rinunciamo per paura che si facciano male. Nel tempio principale assistiamo a parte di una cerimonia in cui i monaci buddisti intonano canti e preghiere. I visitatori sono tutti in silenzio, stupiti dalle voci e dai suoni delle percussioni rituali. La sera ne approfittiamo per una passeggiata tra i forni che presentano prodotti tipicamente francesi (brioches e panini croccanti) e negozietti di pregevoli pitture su carta di riso. Troviamo anche un negozio di artigianato e antiquariato, che presenta degli oggetti veramente belli; in particolare scatole di legno dipinto o di pietra intarsiata, con cassettini a scomparsa, e antichi arazzi molto cari. La mattina si parte per Danang, attraverso il famoso Passo delle Nuvole, un valico fra le montagne a strapiombo sull’oceano che si raggiunge in 30-40 minuti attraverso una salita piena di aree di sosta per ammirare il panorama. L’apice è considerato a ragione il punto che delimita le due aree climatiche del paese: le correnti fredde e umide del nord trovano una barriera e si addolciscono. Ora, tutto questo ce lo racconta Nguyen, visto che fuori nuvoloso era e nuvoloso resta! Procediamo nella terra dell’antica civiltà Champa arriviamo a Danang, quarta città del Vietnam, conosciuta soprattutto per essere la località balneare di relax dei soldati americani durante la guerra. Ci fermiamo nell’unico punto di interesse turistico, il Museo dell’arte cham, che ospita i numerosi reperti portati alla luce dalle campagne di scavo francesi dell’inizio del XX secolo. E’ un po’ abbandonato a se stesso: le sale sono stipate di oggetti a cui mancano indicazioni leggibili e si rischia di vagare senza rendersi pienamente conto dell’unicità di alcuni pezzi, che mostrano influenze indù, buddiste e persino islamiche su un popolo molto eclettico. Dopo la visita, proseguiamo per Hoi An, vero gioiello urbanistico, porto fluviale fin dal X secolo, crocevia di mercanti provenienti da tutto il mondo che venivano ad acquistare te, seta, lacca, porcellana e spezie. Il suo centro storico, accessibile a pagamento, conserva intatti centinaia di edifici sia della comunità cinese sia di quella giapponese. Il monumento più interessante è il Ponte coperto giapponese, percorribile solo a piedi o in bicicletta. Visitiamo anche un laboratorio dove si fila la seta e ci vengono illustrate le varie fasi della lavorazione, dalla “cottura” del povero baco vivo alla filatura. Vorremmo rimanere molto di più per passeggiare tra le vecchie stradine della città antica, ma dobbiamo tornare indietro verso Danang per trascorrere la notte. Il nostro albergo si trova fuori città nelle vicinanze di quella lingua di sabbia bianca che ospitava gli americani in congedo: è il Furama Resort e concordiamo nel dire di non aver visto mai nulla di simile. Sembra di stare in un luogo sacro, un po’ zen. E peccato che arriviamo di sera e accompagnati dal solito temporale, perché non riusciamo a vedere l’esterno dell’hotel né la spiaggia. Gli interni sono tutti in legno listato scuro; il bagno somiglia alle terme di un albergo 5 stelle, tutto piastrellato in colori naturali, con una finestra (sì) che dà direttamente sulla stanza e una dotazione di prodotti ecologici per il corpo, comprese due paia di infradito (una misura grande e una piccola) per il relax. Non manca il dolcino sul letto accompagnato da un papiro arrotolato con fiaba vietnamita vergata in inglese … E non menzioniamo la cena! Facciamo bene tutti a optare per la cucina vietnamita (contro una cucina internazionale che, vediamo agli altri tavoli, avrebbe comportato bistecca e patatine) che ci sorprende per gli accostamenti delicati e per la creazione di un dessert liquido, non si sa di cosa fatto, divino. |