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Tin Hat in concerto al
Folk Club, venerdì
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Prima
dell’alba, in sottofondo c’era solamente un fascio di aspettative,
aggrovigliate al collo di un neofita delle udienze musicale da camera. La
camera è quella del Folk Club, luogo storico della prelibatezza musicante
torinese, luogo che si sposa (con gioiello) con un certo tipo di
aspirazioni: il suo aspetto caldo e romantico che ricorda un cofanetto
prezioso e animato è un buon preludio verso appetiti musicali sofisticati
indirizzati al movimento atavico delle note. |
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Si percepisce ancora prima del primo
attacco musicale che quest’obiettivo tanto atteso non è destinato a
fallire. Una specie di tranquillità sopraffina, quella essere in perfetto accordo con il parallelo che unisce l’uomo al suo percorso di continua ricerca verso l’ignoto, scorre maestosa nei gesti dei tre musicisti. Ancora più bella è questa sensazione
di tranqullità quando i tre artisti iniziano a far vibrare di vita le
chitarre, il violino, la fisarmonica e il piano. |
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A questo punto mi sembra
scontato donare le colorazioni del mio sentire ai movimenti dei tre
musicisti che immagino, nella fantasia momentanea, essere carichi di un
colore azzurro e di un’energia porporina che reca con sé il codice cifrato
di un’anima al tempo stesso antica e avanzata, classica e innovatrice,
jazzista, e forse altro. |
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| Lo scrivente
neofita si è sentito in perfetto accordo con il genere di formalità
musicale espressa venerdì sera al Folk Club. E’ un genere di formalità che
ritengo essere il buon connubio tra la libertà creativa del musicista
“naturale” e le condizioni assolute che determinano questa libertà, e che
riposano negli aspetti del mistero della terra, dell’uomo, dello spazio.
C’è un accordo tra queste entità, e questa sera, in questa camera, mi sembra che mi venga gentilmente ricordato, con la tranquillità di chi vuole fare un semplice dono. |
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| Al
sopraggiungere del tramonto, mi chiedo se una vita, considerata nella sua
interezza, possa stare, trasmutata in note, nell’esatta dimensione emotiva
del concerto. Ma una tale risposta non ha avuto il tempo per disegnarsi, forse per via della capacità di questa musica di saper miscelare le sensazioni di un uomo nel momento in cui, da calde e pulsanti, stanno per trasformarsi in semplici dati analitici, utili quanto statici. Stasera questa sensazione di fermezza, a maggior ragione, non l’ho respirata, sentendo proiettato dal palco il fascino stringente di quel vuoto che sta fra la terra e il suo esatto contrario raccontato in giuste note. |
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I presenti
I Tin Hat
Beru
Zeno
Chin
Altro pubblico