CSS Menu - Horizontal Home
>>> RIFLESSOMETRO  

 

    Riflessometro di Rubino
     

Geometria non assiomatica: dubbio sul punto

Se m’immagino un punto fermo in un luogo qualsiasi dello spazio (prendete come esempio un punto in un asse cartesiano) viene da chiedermi se, visto che il punto immaginato è ritenuto fermo, lo spazio invece non sia in movimento. Se lo spazio si muove, possiamo dire che il punto è fermo? E visto che un punto fermo disegnato in un luogo qualsiasi sembra esprimere il più alto grado di semplificazione della realtà, la realtà si muove o non si muove? Se la realtà si muove, il punto è fermo? Ponendo un dubbio di questo genere, gli assiomi che sostengono la geometria vacillano insieme a tutta la figurazione del mondo materiale: non è una cosa da poco. In un certo senso allora, se facciamo un ulteriore ipotesi e sosteniamo che lo spazio nel quale il punto soggiace è la percezione di ciò che è al di là di noi e il punto è invece la porzione di spazio che dimostra l’esistenza della nostra interiorità rispetto al piano infinito, allora la domanda potrebbe diventare questa: la Geometria Globale della nostra vita ha o no un’immagine fissa? E ancora: ammesso che il punto fermo sia io, lo spazio cos’è? Quanta fiducia c’è nell’osservare un punto fermo? Ce n’è? Non ce n’è? Immaginando un punto fermo nello spazio, immaginando cioè la cosa più semplice e sicura che viene nel momento in cui pensi una cosa fissa, immaginando l’intuizione minima di coerenza del mondo fisico, non c'è propriamente alcuna certezza. Dire: “c’è un punto fermo”, è sbagliato. Si dovrebbe dire, ogni volta, voglio un punto fermo, mi serve un punto fermo, ed ecco che il punto fermo, come per magia, c’è. Serve allora rincorrere questo movimento per poi comunque tornare a una verità che è una ma che ha due direzioni. Da un lato, il punto fermo c’è perché IO lo voglio, perché a ME serve. Ma IO lo voglio e a ME serve perché LUI c’è già. LUI è una possibilità. Così, anche la geometria è una ma con due direzioni. La geometria concreta fa fare le case e i ponti e tutto il resto solido: questo è vero e concreto. La geometria astratta fa invece rincorrere un perché che nasce continuamente: questo è vero ma non è concreto.

Ci hanno preso tutto (parte terza)

Se l’analizzo nel profondo, la sicurezza che mi da questo cosiddetto mondo lavorativo, fa schifo. E’ lontano qualche anno luce dalla luce, appunto. Anche se la sicurezza consistesse nell’avere un contratto a tempo indeterminato, questo contratto a tempo indeterminato fa schifo. Sono costretto, quasi ogni giorno a vergognarmi della mia debolezza di non saper adeguatamente trattare gli insensibili sfruttatori che mi passano davanti. La crisi della democrazia inizia nel quotidiano ogni volta nei posti di lavoro. Eppure sembriamo non accorgerci di questo. Ci lamentiamo delle grandi cose, che sono senz’altro vere: il bipolarismo è la fine della democrazia rappresentativa; Berlusconi ha il semi-monopolio dell’informazione mediatica e non solo; il razzismo sempre più dilagante; la corruzione sempre più accettata. E però lasciamo da parte il fatto che la democrazia sostanziale, a differenza di quella formale rappresentata oggi, è un processo, è un modo di vivere. Trattandosi di un ! modo di vivere, lo si dovrebbe vivere tutti i giorni, e in tutti i contesti. Invece noi oggi, da veri cretini, crediamo che la democrazia ci possa essere in Parlamento, senza che ci sia nei luoghi di lavoro, nelle aziende. Oggi, il verticalismo decisionale è tanto forte nelle aziende, quanto nello stato. Le decisioni arrivano sempre dall’alto, dall’altissimo, dalle recondite nebbie dell’oltre-visibile, nebbie oltre le quali non si ha potenza. Perciò, non dovremmo neanche più di tanto lamentarci. Io non dico che tutti debbano fare i capi. Non avrebbe senso. Lascio anche da parte la pur vera questione che i comandi dovrebbero arrivare da persone virtuose, cioè amanti del bene e non egoiste. Però quando il livello di partecipazione, di discussione, di confronto è praticamente pari a zero, la democrazia non esiste. So che non in tutte la aziende è cosi, ma se la questione politica è strutturata in un certo modo, potete stare certi che nella media anche la questione aziendale è strutturata in un certo modo, e questo modo è anti-democratico, assolutamente non partecipativo. Mi allaccio ora al discorso filosofico di Rousseau, tralasciando la questione sulla proprietà privata, che lui credeva essere un male in assoluto. Egli è stato infatti anche un grande teorico della democrazia diretta, che riteneva superiore alla democrazia rappresentativa, appunto per la maggiore partecipazione. Poi, alla luce della difficile attuabilità (o forse alla luce della sua sconfitta in termini di potere) ha egli stesso accettato, nelle sfere più alte, le forme rappresentative. Ma ciò che conta è l’idea, l’idea che se la democrazia è un processo, i fini devono poter passare in secondo piano, almeno fino al momento in cui il processo partecipativo non ha deliberato. Oggi si dice che la distinzione tra capitale e lavoro non deve più avere luogo, che la forza salariata non è considerabile come unificata. Oggi si nega una questione fondamentale: che tutte le persone incluse nei processi di lavoro dovrebbero avere voce, dovrebbero prendere tutte parte al processo decisionale che detta tempi, modi, alternative. Dunque, proprio sul nostro posto di lavoro, quello che tanto consideriamo a parte, inizia la questione democratica.

 

Ci hanno preso tutto? (parte seconda)

Da anni si sente dire che il capitalismo è in crisi, oppure che no, che il capitalismo ha la febbre ma gli passerà, oppure che no, che sono gli oppositori al capitalismo ad avere la febbre. Ma innanzitutto, quando parliamo di capitalismo, questo benedetto capitalismo esiste? E che cos’è il capitalismo? Cosa vuol dire questa parola? L’impressione è che esso venga inteso, nei discorsi comuni, semplicemente come il sistema. E che cos’è il sistema? A livello base, sembra che chiamiamo sistema un sistema di regole. Nell’ambito generale dei rapporti sociali vi sono regole e questo sono del nostro comportamento. Dobbiamo però restringere l’ambito d’indagine, perché sembra che si possa suddividere il comportamento in vari ambiti. L’ambito economico, prima di tutto (almeno così sembra nel nostro modo di vivere), L’ambito sessuale; l’ambito affettivo; L’ambito morale; L’ambito spirituale. Questi ambiti, se enumerati un po’ a caso possono anche crescere indefinitivamente. Possono anche restringersi e in questo caso l’ambito sarebbe solo uno. Sembra che l’ambito del capitalismo sia quello economico, e quindi il capitalismo è una cosa che ha potenza di mettere regole in ambito economico. L’economia è fatta di rapporti umani e dunque anche il capitalismo lo è. E come sono i rapporti umani del capitalismo? E’ qui che sembra esserci l’inizio della crisi. Infatti ci si lamenta che i rapporti umani sono afflitti da rapporti potere ingiusti, non buoni, delegittimati. Questo è sicuramente perché il capitalismo ha una sua parte autoritaria. C’è una parte della sua forza che non è giustificata ma che si auto-impone, e basta. Che la forza fisica esista e che essa consista alla fin fine nella minaccia di morte non è un mistero. Il capitalismo è poi ingannevole. In certa parte è bugiardo: dice una cosa e ne fa un’altra, dice un’altra cosa e ne pensa un’altra ancora. A volte non ci si capisce nel capitalismo. Sembra di essere instabili. La pubblicità, è ora di consapevolizzarlo veramente, dice cagate, ma dice cagate mirate. E’ in preda a una specie di raptus di follia. Va svegliata. La pubblicità immagina perlopiù un mondo e pensa di poter dare la felicità a tutti, ma si trova davanti un mondo con ben altri problemi da risolvere prima di andare tutti verso i supermercati a comprare tutte le cose. Un altro aspetto ingannevole del capitalismo è nei rapporti di lavoro: la produttività marginale e la competizione tra i lavoratori sono un vero e proprio inganno. Quando l’inganno non è sufficiente a raggiungere i risultati voluti, allora il capitalismo è costretto a richiamare la sua parte autoritaria e cioè la forza fisica e la minaccia di morte. Questa ha due livelli, uno psicologico e uno materiale: quello psicologico da e toglie la possibilità di lavoro, e mantiene i livelli salariali più comodi al mantenimento del potere (e non certo al livello della produttività marginale); quello materiale è l’uso vero e proprio della forza fisica: eserciti, polizie, mercenari. Il capitalismo è poi però anche compassionevole. Il sistema, cioè, contiene una sua moralità. Esso è l’anti-capitalismo. Cioè il sistema corretto dalla morale. E’ la parte del buon sentimento dell’uomo verso l’uomo. E’ la parte eccedente del capitalismo. E’ la parte dell’uomo che supera l’ambito economico. Allora dunque messe così le cose, risulterebbe che se ci lamentiamo del capitalismo, allora ci lamentiamo dell’economia, e se ci lamentiamo dell’economia ci lamentiamo dei rapporti umani. Si potrebbe dunque iniziare a orientarci perlopiù verso la parte compassionevole del capitalismo. Questa corrente del capitalismo-sistema dovrebbe prendere maggiore consapevolezza e avere maggiore coraggio. Quegli imprenditori che credono in questa componente dovrebbe iniziare a “combattere” e a “farsi vedere” , portando con se la forza lavoro desiderosa del cambiamento. Il momento inizia a essere maturo, considerando che ora iniziano a comparire “seriamente” i primi cedimenti strutturali della componente autoritaria e ingannevole del capitalismo, a fronte di fattori propriamente fisici e apparentemente esterni (come la questione ambientale e la questione energetica) ma in realtà interni alle dinamiche stesse del capitalismo. Ciò è dimostrabile anche dal fatto che anche altri fattori, sicuramente interni come il sistema bancario-creditizio e quello produttivo, sono in difficoltà. Di seguito parlerò su cosa la componente compassionevole del capitalismo possa fare forza, e non potendolo fare da solo, chiamerò in aiuto i contributi di J.J Rousseau.

Ci hanno preso tutto?
_________________________

Come ho già scritto recentemente, credo che viviamo in un momento storico in cui regna questa cosiddetta etica della moderazione,la quale consiste nella mancanza di una sincera espressione morale e in un una lacerante
ambiguità dei comportamenti, giustificata anche in parte da quell’atteggiamento che è il “vatuttobenismo”: una specie protocollo che le elite politiche vogliono mantenere per proteggere lo status quo. Il “vatuttobenismo” consiste in questa influenza moralistica: che non devono esistere espressioni ferme e categoriche (vengono perciò definite estreme) di rifiuto o di manifestazione di un malessere sostanziale, quando questo vi è. Il “vatuttobenismo” viene sostenuto dalla a-moralità. Vivere in un contesto a-morale, significa avere concezioni morali senza poterle mettere in atto. Questo è ovviamente ben diverso dal vivere in un contesto immorale, dove comunque l’immoralità implica una corrispondenza di fondo tra l’azione immorale e la natura che la mette in atto. Comunque, ora il punto è che in Italia (e non solo) ci troviamo in una situazione politica dove l’opposizione ai presupposti morali deleteri del cosiddetto capitalismo sembra essere assente. Questo potrebbe essere del tutto vero se noi identificassimo la mancanza di opposizione con l’attuale mancanza della sinistra politica, ma siccome l’opposizione verso precisi punti del capitalismo non è necessariamente inquadrabile a priori, allora questo è falso. La cultura politica di sinistra è un fatto che è stato motivato da ragioni storico-culturali, non solamente fenomeniche. Quando le contingenze storiche cambiano, anche l’etichettatura politica dell’opposizione cambia. Perciò, potrà (forse) non avere più senso continuare a vedere le cose in termini di destra-sinistra. Ha senso invece dare sempre nuova forma e legittimità al dissenso. Innanzitutto bisogna
saper inquadrare contro cosa si esprime il dissenso, e cioè i precisi punti critici: parlare di cose concrete e spiegare perché ci sono cose che risultano non sopportabili. Questo dovremmo farlo affinchè “loro”, coloro che sembrano averci preso tutto( a noi individualmente), siano razionalmente messi alla sbarra degli imputati, con un imputazione che però sia di natura morale. Questo capitalismo finanziario va accusato e va accusato come modello e va accusato non con motivazioni tecniche economiche (il PIL che non cresce, la disoccupazione che cresce…) o con lo
sterile drappello ecologista, ma con motivazioni morali, le uniche che possano attecchire. E anche coloro che vogliono preoccuparsi solamente di questioni economiche o ecologiche stiano ben certi: quando i danni morali
e umani saranno significativi allora anche quelli economici/ecologici lo saranno. Intendo approfondire la questione a lungo (bè, almeno credo…) e a più riprese, stimolando se possibile una discussione. Ora come ora
proporrei di fare piazza pulita di tutti quegli strumenti comunicativi che l’elite finanziaria utilizza a proprio vantaggio, aprendoci verso una dimensione più vasta e più umana (cioè semplicemente più ampia rispetto al vocabolario economicista). Stop dunque ai modi di affrontare i problemi anteponendo l’inessenziale all’essenziale. Stop alla categorica preminenza servile dei valori tecnici rispetto al resto. E’ stupido iniziare una discussione economica a partire dal PIL, è stupido. E’ stupido giustificare o meno le politiche economiche sulla base dell’oscillazione all’interno dei parametri di Maastrich. Bisogna sapere anteporre a tutto
ciò un qualcosa che abbia valore umano: in questo modo possiamo aprire le finestre al nostro sguardo e cogliere l’essenza dei problemi. Tutto ciò è molto difficile da compiersi. Il capitalismo finanziario ha preso tutto. Ci ha preso tutto. Tranne. Tranne. Tranne: quello che resta
da fare. Siccome lo scritto è lungo quanto l’argomento, anticipo solamente in che termini intendo visualizzare l’analisi. Credo che fondamentalmente, e con molto rispetto nei riguardi della vastissima letteratura critica già esistente sul capitalismo finanziario, che quest’ultimo abbia tre principali componenti, e che la loro preponderanza percentuale nell’insieme sia importante per i futuri cambiamenti. Abbiamo secondo me:
 

- Il capitalismo autoritario
- Il capitalismo ingannevole
- Il capitalismo compassionevole


La prossima volta vorrei parlare di questo schema, perché secondo me le tripartizioni (Platone insegna) fino a un certo punto funzionano.

MUTEVOLEZZA E FISSITA’DELL’AMORE

E’ forse vero che l’amore verso la bellezza fisica, di per se varia e mutevole (così come sono diverse le bellezze fisiche e così come è corruttibile il corpo), mira in realtà a possedere quel ideale definibile come “bellezza in se”, che trascende la forma fisica? E’ forse vero, allora, che desideriamo il cambiamento proprio perché non sentiamo di aver raggiunto il possedimento e la conoscenza di questa bellezza in se? Questa "ultima" bellezza desiderata sembrerebbe essere la bellezza del corpo-anima. Ma è vero o no che la prima bellezza a parlarci è quella del corpo? Ed è vero o no che la bellezza dell’anima è una bellezza che sta comunque in quel corpo? Il filosofo Schopenhauer ha dichiarato che il nostro corpo è la Volontà stessa che si è manifestata. Dunque, almeno per lui, la separazione corpo-anima non è possibile. Ma nemmeno per il filosofo Platone, (che nel Simposio ha descritto il cammino verso la bellezza in se), questa separazione era del tutto possibile, considerata la sua teoria del procedere per gradi dalla bellezza fisica e corporea fino alla bellezza in se, fissa e incorporea. Semmai per Platone l’Assoluto stava nell’Idea, e dunque la fisicità, appartenente al mutevole, non poteva certo essere un Assoluto, così come lo era invece l’Idea del bello in se, che coincideva anche con l’ideale della perfezione morale. Ma il passo è breve. Dalla Volontà fattasi forma di Schopenhauer alla Forme ideali di Platone si passa sempre dal Corpo. Il corpo come Forma e il corpo come Mutevolezza. Questo corpo che non può essere che il trampolino di lancio verso l’oltre, questo corpo che tutto fa suscitare, che comunque in un modo o nell’altro è “quasi” nostro. E' proprio questo il confine del desiderio: desideriamo a partire dal corpo, in quanto esso è manifestazione. Ma, dolorosamente, esso ci è insufficiente per via della sua transitorietà e mutevolezza; ma questa insufficienza è il segnale che il corpo non può appartenere del tutto (e dunque non esaurisce l'essere) a nessun soggetto. Vediamo ora perché il corpo non ci appartiene veramente, se vogliamo parlare negli stessi termini dei due filosofi citati . Il desiderio è amore e l’amore è mancanza (citando Platone sempre dal Simposio). Ma se nella mutevolezza delle nostre stesse sensazioni ciò che desideriamo è inizialmente il corpo, desideriamo ciò che è mutevolissimo e non coincide con nessuna Forma. Se è mutevole (al punto da deteriorarsi e scomparire), non si può dire cosa, quanto e come appartenga a chi. Oppure (citando qui Schopenhauer) il corpo è Volontà manifestatesi, ma la Volontà è mistero, e il mistero non ci può appartenere; dunque: il corpo non ci appartiene in nessun caso. Come si può dunque desiderare un qualcosa che non appartiene veramente ai soggetti desideranti? Ecco la mia teoria: ciò che desideriamo è fuori da tutti i corpi, ed è prima del “dentro” che noi abbiamo dentro. Ciò che desideriamo è un “fuori”. Forse non è la bellezza in se, forse non è l’immobilità, forse non è nessuna sostanza precisa. Sembrerebbe essere un incontro. Un miscuglio tra noi (l'essere) e il resto (dell'essere), con il semplice scopo di essere dentro ciò che è fuori. Mi rendo conto della debolezza di queste affermazioni, se considerate come espressione di una teoria: in effetti si tratta solamente di un abbozzo di riflessione intorno alla bellezza e al perché del suo desiderio.

Beru (beru@laperquisa.it)

La professionalità è ormai passivita?

La parola “professionalità” è, come minimo, fortemente abusata. Parallelamente, la parola “serietà” fa ormai parte della retorica pura. E’ un peccato, perché probabilmente le origini semantiche delle due parole contengono dei validi fondamenti. Oggi quando sento parlare di professionalità e serietà diffido subito. Ed è un peccato. Ma non posso farci niente e non mi resta che constatare che la professionalità e la serietà di oggi stanno portando il mondo “un po’ più in la” ancora, verso l’anonimato dell’individuo e verso il “posto delle cose ripetute”. Ci si para dietro queste parole per legittimare l’operato “serio” e “professionale” dei politici-finanzieri, per nascondere il poco delle nostre ripetitive azioni quotidiane. Magari una volta si poteva dire senza imbarazzo che “quello li ha fatto un lavoro serio”. Voleva dire che aveva lavorato bene, che aveva rispettato, accontentato e conosciuto la persona per la quale aveva lavorato. Professionale voleva forse dire attinente a una professione, a un mestiere, a un’arte, quando questa veniva svolta nel bene delle cose che la circondavano. Oggi è più difficile invece credere a ciò. Oggi si dice professionale l’atteggiamento delle banche nei confronti del cliente, oggi è serio e professionale questa sorta di marketing comunicativo che non fa altro che ossessionare e rincretinire le persone{Continua}

Attualità di Gandhi

Sono convinto che è sempre vitale e necessario dire no all’ingiustizia e all’imposizione dell’uomo sull’uomo. Il potenziale liberatorio dentro l’animo delle persone afflitte, il bacino di ansia, di nervosismo, di diffidenza e di immobilismo richiedono la presa di coscienza dei nostri problemi. Questi, nessuno escluso, sono opera della Creazione. Nel movimento di essa, si scorgono gli Individui. Questi s’impegnano ogni attimo per accettare  i problemi della Creazione. Contro l’ingiustizia perpetuata oggi dalle mentalità impositive e dalla forza militare un solo principio è vitale: dire a loro no “accettando” che esistono. Infatti, non è loro che accettiamo ma la Creazione stessa, ed è solo accettando la Creazione troveremo la forza per reagire [...]{Continua}

 

DISCORSO SULLA SEGA

Una questione va affrontata ogni volta che viene fuori la parola progresso: la natura umana. C'è un fatto, che mi sento provocatoriamente di lanciare all'attenzione, riguardo ciò che è e a ciò che non è il progresso. Mi riferisco all'onanismo (e cioè alla masturbazione maschile). Secondo voi, se prendiamo come ipotesi un periodo storico avulso dalla concettualizzazione tecnica scientifica (poniamo l'anno mille, il medio Medio Evo) gli uomini si facevano così tante seghe? O ricevevano così tanto gli stimoli per farsele, così come avviene oggi? Ecco quale potrebbe essere un argomento interessante per i politici di oggi riguardo il tema della moralità in televisione ecc ecc... La mia idea è che ci sono due tipi di sega. Quella che viene materialmente eseguita dall'interessato e quella potenziale, latente, da cui deriva anche il detto "sega mentale". E' chiara l'origine erotica di questo detto. E' chiaro anche che la sega, ogni sega, per esistere, necessita di una controparte esterna all'interessato segaiolo, un'immagine di richiamo, cioè "l'oggetto del desiderio sessuale". [...]{Continua}

DIO ESISTE, ED E' IL TEMPO: Seconda parte

Ho la sensazione che il principale motivo per cui noi uomini tendiamo a dividerci, a litigare fortemente,o persino a ucciderci, quando ci si trova in un confronto tra atei e credenti o tra credenti (A) e credenti (B), è semplicemente questo: si è portati, di frequente, a immaginare un Dio che sia prolungamento dell’uomo, un Dio Uomo. Una delle principali pecche metafisiche nell’escatologia e nella teleologia cristiana è che, per semplice difetto di fantasia e per una sorta di egoismo concettuale , è stato insegnato a riferirsi a Dio come fosse una sorta di Uomo-Donna Infinito (con tanto di lineamenti, corpo e una magica essenza che vola dappertutto come lo spirito santo). Questo Dio Uomo ci guarda, ci consiglia, ci perdona, ci da l’eternità nella salvezza o nella dannazione. E’ questa la sorgente del grande fiume etico-morale al quale si è portati a rivolgersi nel momento in cui non sappiamo cosa fare o (peggio per i cristiani praticanti) nel momento in cui, avendo già fatto, dobbiamo valutare le conseguenze reali ed eterne delle nostre azioni. Questa sorta di prospettiva ormai chiusa sul Dio Uomo, mostra purtroppo le sue nefaste conseguenze, ed è inevitabile che sia così, perché questa prospettiva non ha alcun significato se viene sviscerata dall’aspetto morale e salvifico nella nostra vita. [...]{Continua}

 

DIO ESISTE, ED E' IL TEMPO: DIMOSTRAZIONE

1. L’appartenenza dei molteplici eventi del mondo all’interno di un unico Tempo è di per se, forse, già sufficiente a poter affermare che l’Esistenza di tutte le cose è la stessa dell’Esistenza della singola cosa e che quindi ogni cosa è parte di questa medesima Esistenza: esiste l’unità sostanziale di tutte le diversità. Che questo tipo di esistenza (in cui gli eventi non sono elementi assoluti separati gli uni dagli altri ma manifestazioni molteplici di una stessa e unica forza temporale) esista o meno è un problema che quasi nessuno si pone e questo dubbio è per lo più lasciato agli ultimi disgraziati (ammesso che la fortuna sia il reciproco).Ma, nonostante ciò, esso è il problema essenziale (benchè vissuto per la maggior parte del tempo a livello inconsapevole) per la vita di un uomo [...]{Continua}

 

IL CIMITERO DELLE IDEE

... Noi non ce ne accorgiamo facilmente, ma al nostro fianco, mentre siamo indaffarati o annoiati nelle faccende quotidiane, vige costante un cimitero di idee morte: le nostre. Se la natura ci avesse dotato di una forza quotidianamente scarsa, e cioè del vigore di ciò che è possibile, allora tutte le nostre idee divenute ruderi, che sono sparpagliate in giro per il mondo, avrebbero forse avuto un modo per materializzarsi. Ho detto una scemenza, scusate. Non è vero che esistono idee morte che si sarebbero potute realizzare. Esistono idee morte, questo si, ma perchè la contingenza della vita le ha fatte necessariamente morire nel concreto affinché vivano ancora [...]{Continua}

 

IN DIFESA DEL SENSO COMUNE

L'insieme delle cose che si sentono spesso dire tra amici o tra conoscenti in un posto comune come può essere l'ambulatorio del dottore è un estratto di quei discorsi comuni così ferocemente criticati da quelli che amano (o devono) dichiararsi specialisti o esperti di un settore della vita. Questa critica feroce al senso comune io credo che la facciano in primo luogo per difesa del loro vacuo e fragile stato di vita e in secondo luogo per una sorta di fraintendimento dell'animo che vede opporsi lo specialista all'uomo generalista di senso comune, banale, scontato, disutile." [...]{Continua}

La scienza d'oggi in esempi: la medicina

La ragione principale della mia indisposizione verso il progresso che deriva dall'attuale scienza è di natura sentimentale. Critico il modo moderno di fare scienza perché esso genera una scienza che esiste solo a fini produttivi, una scienza relativa e vuota che disegna nel suo tempo un'idea di eternità che rifiuta se stessa (una scienza ben lontana da quella che ha, per esempio, smosso l'animo di Poincarè, Pauli, Newton e Borges!) Quella che oggi viene chiamata "scienza" è solo l'appendice tecnologica del pensare "scientemente" ed è inutile e dannosa per l'animo umano. Perché è vuota, non ha sentimento. La definisco: "è un pensiero relativo, valido solamente nell'ipotesi che il mondo, in sé, non abbia un'energia (o un' anima) unica e sensibile." [...]{Continua}

Questioni iniziali da affrontare per superare la disoccupazione tecnologica

Un primo problema in merito alla questione del progresso della tecnica e del linguaggio scientifico è: in quale misura questo linguaggio è in grado di includere il più alto numero possibile di differenze di pensiero e quindi in che misura questa visione del mondo si apre alla sua costante revisione (garantendo così tra gli uomini il massimo grado di libertà e il minimo di soppressione)? [...]{Continua}

La disoccupazione "tecnologica" (TERZA Parte)

In assoluto, nessuno sa che cosa voglia dire esattamente la parola “scienza”. Di converso, quasi tutti riusciamo a spiegare cos’è la tecnologia. Questo fatto suggerisce che, mentre il linguaggio scientifico è alla fine nient’altro che una via di conoscenza metafisica (dotata di senso al pari di ogni altro pensiero metafisico), l’opera tecnologica è invece un ordine pragmatico inter-personale (cioè è l’appendice materiale dell’accordo-imposizione tra gli individui) o, semplificando, nient’altro che uno strumento per…. (molti dicono uno strumento per soddisfare “bisogni”). [...]{Continua}

La disoccupazione "tecnologica" (Seconda Parte)

Tornando oggi a casa mi è salito in testa che forse esistono due fondamentali “categorie di uomini innovativi” su questo pianeta. C’è la banda degli innovativi “densi d’amore”, formata dai fisici teorici che oggi lavorano parecchio(almeno in Europa) sotto la “direzione” del signor Carlo Rubbia (che solo a guardarlo negli occhi s’intravede che esistono i mesoni e i pioni). Questa banda io la stimo: concepisce l’innovazione teorica all’interno dei misteri della camera a bolle [...]{Continua}

La disoccupazione "tecnologica" (prima parte)

Agli inizi degli anni '60, un buon numero di perditempo (tra i quali il filosofo idealista-innovatore della Scuola Critica di Francoforte H.Marcuse) dissero con tono grave: "notate che con l'attuale tasso di progresso tecnico arriverà, intorno all'anno duemila, un utilizzo del capitale tecnologico tale da produrre (oltre a una standardizzazione dei modi di pensiero e di vita) la disoccupazione e l'accentramento della ricchezza piuttosto che il lavoro [...]{Continua}

La razionalità, questa sconosciuta (chi sono i razionali?)

Non siamo, come esseri umani, tutti uguali. Questa considerazione è, dal mio punto di vista, il principale elemento d’irrazionalità nella mia vita. E’ lo è, a maggior ragione, perché il mio desiderio è che gli esseri umani possano invece essere tutti uguali, come uguali sono le condizioni naturali che hanno determinato l’essere umano come tale, e come uguale per tutti è l’Origine della nostra vita e del nostro Tempo esteriore. [...]{Continua}

Da Platone a Popper, passando per Pera. Idealismo o Realismo?

La vicenda ha inizio ovviamente con il pensiero di Platone. Il filosofo dell’antichità allievo di Socrate non pare, almeno per quanto riguarda la filosofia dell’ultimo mezzo secolo, godere di buona reputazione, come d’altronde non gode di buona reputazione il pensiero idealista e il pensiero metafisico. Quest’ultimo anzi sembra addirittura confinato in uno spazio ristretto e controllato denominato “contenitore d’irrazionalità che ci allontana dalla conoscenza”.{Continua}

Premesse e fatti. La politica contemporanea: la cultura Premettendo che l'utilizzo delle attuali teorie d'interpretazione della politica contemporanea è, in realtà, il risultato delle nostre pseudo-teorie che si sforzano di comprendere e costruire il presente momento storico, voglio chiarire perchè l'utilizzo delle teorie politiche è, in gran parte, uno strumento nocivo e fuorviante nell'interpretazione della realtà. E' uno strumento di potere da parte di coloro che esplicano teoricamente una realtà di fatti nei confronti di altre persone che apprendono... {Continua}

La città è un (possibile) umanesimo Uno studioso di dubbia natura (io) non esita a definire la città un non luogo in cui le sfumature e le tendenze di una persona trovano, bene o male, rigorose definizioni di comportamento. Queste definizioni di comportamento si basano su processi di ripetizione di azioni che, in quanto tali, vengono spiegati a partire da condizioni materiali (la classe di reddito d' appartenenza) e dalle condizioni di un preciso corpus storico e organizzato di pensiero {Continua}

DISSENSO La voce breve vocabolariata recita: divergenza di opinioni, di intenti; mancanza di accordo. Divergenza ideologica di un gruppo minoritario nei confronti di un centro ufficiale di potere {Continua}

Categorie del pensiero e comportamento IIa parte , L’esercizio del potere politico è rappresentato dal compromesso esistente tra queste due entità: le tendenze del pensiero che razionalmente si sono materializzate e i desideri di coloro che, irrazionalmente, vorrebbero pregiudicare i presupposti dello status quo e “cambiare dunque il mondo” {Continua}

Categorie del pensiero e comportamento Ia parte , E’ noto, che da quando, nel 16 secolo, Galileo Galilei fece i primi passi nel metodo ontologico della conoscenza basato sull’esperimento e quindi sull’esperienza, lo sviluppo del metodo scientifico (modernamente inteso) non ha più incontrato ostacoli {Continua}

Cosa può fare uno scienziato osservando il cielo stellato , Uno scienziato che con il telescopio osserva il firmamento si spiega i fenomeni astronomici tramite l’intelligenza scientifica (o empirica), cioè tramite processi che sono sia deduttivi che induttivi {Continua}

IL Pensiero Religioso , PARTE I
"Credo che il pensiero religioso vada inteso come una componente della capacità indagatrice del nostro intelletto, il quale non si limita all'analisi della realtà istintivamente percepibile (l'aspetto"sostanziale" delle cose ), ma si indirizza verso creazioni astratte che da essa prendono inerzia ( l'aspetto "ideale" delle cose )."
{Continua}

IL CONFLITTO , PARTE II
"In merito alla risoluzione dei conflitti è penoso ma inevitabile constatare che l'elemento decisivo è l'intrinseco potenziale di realizzabilità di un sistema di idee rispetto ad ipotetici altri, e l'intrinseca realizzabilità si fonda sul potere economico che rende possibile attuare determinate teorie e non altre ... "
{Continua}

IL CONFLITTO , PARTE I: "Il conflitto, come espressione individuale della propria vitalità si manifesta a livello collettivo con il processo, quindi con la dinamica, che vede tutti noi fare un passo in avanti solamente in seguito ad un confronto e mai totalmente liberi dalle influenze..." {Continua}

IL NICHILISMO: "Un insieme di valori è possibile negarlo anche in modo non radicale, anche se solo radicalizzare porta ad essere veramente liberi ma Nietzsche sopportava forti mal di testa per possedere questa tendenza. La figura del politico moderno nichilizza continuamente, è una vera e propria creatura nichilizzante, è però legittimata, facendolo in modo garbato guadagna soldi..." {Continua}


Perchè una volta che il male di leggere si è impadronito dell'organismo, lo indebolisce tanto da farne facile preda dell'altro flagello, che si annida nel calamaio e che suppura nella penna.

   
   
   
   
   
   
   

Laperquisa.it. Per scrivere, osannare, insultare, domandare, dare soldi, contribuire e consigliare... info@laperquisa.it buonanotte, ma soprattutto buona fortuna.