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Col suo grosso grosso culone Berta abbozzava passi di danza in mezzo alla
pista gremita. E ad ogni movimento era un cozzare molliccio contro
qualcuno, o uno strofinare il piede sbagliato, o un inciampare goffo. Ad
ogni movimento Berta aveva modo di pensare “Ecco, un’altra volta”. “Ecco è
tutto sbagliato”. “Ecco, anche il mio compagno…”.
Il compagno di Berta, benché di aspetto e animo onesto era una frana.
Un’autentica frana. Più frana di Berta e di tutti gli altri in pista in
quel momento.
Tra un “Ecco” e l’altro la canzone non finiva mai. E con essa nemmeno la
tortura annessa. Del suo grosso grosso culone flaccido che urtava così
volgarmente l’autostima di Berta e del suo compagno, tal Rino, apprezzato
ex carabiniere con l’hobby del bridge e della danza (o qualcosa che gli
somiglia).
Meglio di loro un sensazionale duetto d’arte dinamica e plastica. Coi
vestiti giusti e l’incedere giusto. Che pareva che quando si spostavano
fluidi anche le luci nella sala li seguissero eccitate. E più il ritmo
incalzava più quelle ginocchia si flettevano sincroniche e belle. Più la
musica ondeggiava più i loro corpi ne diventavano un tutt’uno che potevi
sentirne la partitura guardandoli.
Come tutte le coppie meravigliose, scese in terra a miracol mostrare,
conquistavano metri di pista senza curarsi dell’altrui danzare. Un piede
qua, l’altro là e poi a destara e ancora nell’intersezione tra umano e
divino. Gli astanti facevano loro largo scomparendo educati tutt’attorno.
Lasciandoli soli ad innamorarsi di se stessi.
La canzone non finiva mai. E con esse nemmeno la poesia annessa, i suoi
colori luminosi e la viscida bava degli invidiosi dapprima sperata, poi
negata e infine invocata con quella ricerca spasmodica del passo
definitivo per grazia e bellezza.
Successe poi che le due coppie per uno strano gioco dell’entropia
arrivarono a ballare nello stesso, ideale, recinto territoriale.
Berta e la frana in tutta la loro pesante umanità. I due perfettissimi in
tutta la loro arrogante compostezza.
E se i secondi andarono in maniera così decisa verso i primi, fu solo
perché convinti che avrebbero trovato strada libera.
Ma se i primi non si spostarono fu solo perché il grosso grosso culone di
Berta non rispose ai comandi precisi. Ella infatti proiettò mentalmente
una felina strisciata laterale, tramutatasi, nei fatti, in un lento
arrancare verso un punto tanto lontano e orrendamente irraggiungibile.
L’impatto fu netto. I perfettissimi spazzando simultaneamente le
rispettive belle gambe incocciarono in quelle di Berta, ancora
intensamente impegnate nei movimenti di 4 o 5 pensieri fa.
Il tonfo del grosso grosso culone di Berta sulla pista in legno spolverato
di borotalco fece tintinnare persino i bicchieri accatastati nel bar. E
tutti si voltarono vergognosamente verso di lei, brutta e cattiva, per
terra.
Ma nessuno rise, sebbene la scena potesse suscitare grottesca ilarità, il
mento punteggiato a rughette di Berta lasciava intendere un imminente
pianto a dirotto. Tanto bastò a scombussolare gli animi. Compreso quello
di Rino che, da buon ex carabiniere, tese il braccio irsuto e sicuro alla
miserabile compagna.
I perfettissimi non chiesero nemmeno scusa: lui controllò la piega della
giacca, lei il bordo della gonna.
Berta si rialzava faticosamente, sprofondando contemporaneamente nella
mestizia. Urlandosi dentro mille “Ecco! Ecco! Ecco! Ecco!”.
chinasky!
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