|
L'incipit ha sempre
un'importanza massima e io, *la* scorsa settimana, sono riuscito a
svaccare proprio nel momento cruciale. L'ultimo Venerdì di Via Tiziano
attaccava con un'espressione definita meneghino-merdasettara da tal GFO,
che, in questa sede, tengo a salutare e ringraziare per la segnalazione.
Probabilmente non si ripeterà più.
Visto e considerato che di
motivi di sdegno in questi ultimi 7 giorni ne abbiamo già avuti a bizzeffe e
non rientrando nelle mie competenze offrire valide ragioni per il suicidio o
l'espatrio (due eventualità da tenere ben distinte in quanto morire in Italia,
da oggi, conviene più del 3x2 all'Esselunga), racconterò di tutt'altro.
Racconterò di Alcides Edgardo Ghiggia, nato a Montevideo (Uruguay) il 22
dicembre 1926. Quasi a Natale, uno scherzo anagrafico. Un 'quasi' pesante come
un macigno, destinato a segnare indelebilmente la storia di un 'quasi' campione,
'quasi' italiano, 'quasi' bello, 'quasi' famoso, 'quasi'... Tanto per essere
chiari sin dall'inizio: il Nostro è colui che segnò il gol decisivo, quello
del 2-1, nella storica finale Uruguay-Brasile del 1950. Fu il protagonista di
più incubi lui in un sol giorno che tutte le puntate della saga di Elm Street
messe insieme. Non passa che un anno da allora che il suo carattere,
notoriamente fumantino, lo porta a rifilare un pugno in faccia ad un arbitro
qualsiasi durante una partita qualsiasi tra Penarol e non si sa bene chi altro
(ma comunque 'qualsiasi'). Risultato: dodici mesi di squalifica e tempo da
vendere per inseguire gonnellini. L'opportunità di riscattarsi gli ariva
dall'Italia, più precisamente dall'AS Roma. I giallorossi allora erano una
squadra 'quasi' forte, non tanto da ambire ad uno scudetto, ma abbastanza da
fornire un adeguato palcoscenico per il funambolo uruguagio. E' il maggio del
1953 quando Renato Sacerdoti, banchiere di Testaccio di mestiere e presidente
dei capitolini per vocazione, annuncia all'assemblea dei soci di essersi
assicurato le movenze di un grande che - non svelerà di più - porta il nome
dell'allora Primo Ministro. Sgomento ed entusiasmo, il parallelo è presto
fatto: De Gasperi si chiama Alcide e Alcide è il nome di quel
baffetto-impomatato che 3 anni prima si guadagnava qualche scampolo di gloria
alla Settimana Incom. Ghiggia, ala destra curvilinea, solo dribbling e passaggi
liftati entra a far parte dell'organico della Roma e si presenta alla nuova
platea con un gol nell'amichevole d'esordio contro il Charlton. Certe volte
gioca bene e porta all'isteria i difensori con le sue mossette, finte e
controfinte. Altre volte a dover ricorrere agli ansiolitici sono i suoi tifosi,
di stucco dinnanzi a quell'eterna storia d'amore tra i suoi piedi e il pallone.
Resta a Roma 8 anni e va in gol 19 volte. Poi sbarca a Milano, sponda rossonera,
e vince uno scudetto giocando 'quasi' mai. Lo chiamano anche con la Nazionale
italiana in 5 occasioni (facendo leva su una presuntissima discendenza
tricolore), tra le quali anche nella burrascosa trasferta irlandese, quella che
ci estromise dai campionati del mondo di Svezia.
Poi Ghiggia smette di
giocare a calcio. Arcadio Venturi, Carletto Galli e Istvan Nyers sono forse gli
unici a dolersene veramente. Comincia un'altra vita. La 'bella' vita in una
capitale felliniana che l'uruguagio prova a dribblare come faceva in campo. Ma
nel quotidiano l'arcigno difensore continua a pressarti anche ben oltre i 90
minuti regolamentari e così il suo innato fascino latino, l'occhio spermato e
il broncio da donnaiolo incallito lo condannano ad una relazione 'scostumata'
con una sartina appena 14enne. Lo scandalo costringe la ritirata. Messo al
confino Ghiggia se ne torna a Montevideo con la valigia strapiena di 'quasi'
successi calcistici, relazioni andate a male (tra cui quella con l'attrice Gaby
Palazzolo) e amicizie effimere. In patria fa ancora qualche presenza qua e là
nel Danubio, ma è già un ex-giocatore (ha 42 anni) e si risolve per dedicare
il suo innegabile stile all'attività di croupier nel casino municipale di
Montevideo. Spesso qualcuno lo riconosceva e gli chiedeva di raccontare ancora
una volta di quella rete che benedisse il Maracanà nella "storica finale
del 1950 contro il Brasile". Lui esagerava nei dettagli, mentre, poco
distante, un suo 'quasi' amico, tal Juan Alberto Schiaffino, confidava ai
quattro venti che quello di Ghiggia era stato solo un 'quasi' gol, visto che
nelle intenzioni dell'ala c'era un cross e non certo un tiro in porta.
|