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Posso comprendere lo
sconforto, la desolazione e la sensazione di abbandono che avete dovuto patire a
causa del mio sciopero di qualche settimana fa. O forse così non è stato e
siete solo stati bravi a lasciarmelo credere. Ma tant’è.
Volevo comunque proprio regalarvi quello stesso stato d’animo che il
sottoscritto ha provato nei giorni precedenti alla dissacrante uscita.
Sbaglia chi ha creduto che il mio intento fosse polemico o accusatorio. Lungi da
me l’intenzione di proporre alternative attraverso questa rubrica. Io scrivo,
nel 90% dei casi, per dichiarare amore alle parole. Della verità, in questo
contesto, m’importa relativamente. Almeno se per ‘verità’ intendiamo l’adesione
coerente alla realtà dei fatti, dei pensieri e dei sentimenti.
Dietro ad un ‘nulla’ può starci un intero universo o anche no. Perché è
uno spazio libero. Libero anche dai vincoli dei significati.
Potrei pubblicare mille Venerdì elencando oggetti, come se fossi Prevert o come
se stessi giocando al Bersaglio della Settimana Enigmistica.
Spesso mi riservo di fotografare attimi decontestualizzati, ne smorzo i contorni
e mi concentro su particolari d’infima importanza se rapportate al grande mare
del ‘vero’. Insomma, sono gocce. A voi, poi, decidere se vi sta bene o no.
La passività o l’attività del lettore sono legate a doppio filo con l’empatia
e la compassione, molto prima che con la comprensione. Per dire che quest’ultima
ha radici esclusivamente nell’esperienza comune. Laddove l’esperienza può
collocarsi a qualsiasi livello dell’esistenza.
Tornando a noi e alla presente: penso sia difficile, se non impossibile, che due
o più persone possano arrivare ad avere il medesimo flusso mentale, nel
medesimo istante, con le medesime modalità.
Dunque non m’interessa di essere, oddio, ‘capito’ o ‘interpretato’. Se
poi a qualcuno va di farlo, allora mi tratti come un fotografo e non come uno
scrittore.
Il ‘piacere’ si colloca
altrove. Interessa ma non travolge né stravolge. In virtù di quanto detto poco
fa, che ha funzioni sì di spiegazione concettuale, ma anche di imbottitura
para-colpi (leggasi con sorriso ironico).
Quel che voglio dire è che mai nella vita mi sogno di lanciare messaggi
subliminali attraverso queste righe. Il ‘fare’ si distacca nettamente dallo
‘scrivere’. L’’essere’ ancor di più. Perché la realtà sta al di
fuori del ‘qui’ e del ‘laggiù’. Non ha luogo.
E il fatto che, arrivato a questo punto, io non riesca a dare spiegazione del
perché allora mi metto settimanalmente a compilare pagine di idiozie in courier
new non fa che disturbarmi il sistema nervoso centrale. Fortunatamente le dita
sono asservite a quello periferico e lascio a lui l’incombenza.
Prendo le distanze da me stesso, dalle mie funzioni primarie e da ciò che le
governano.
Sia detto senza livore che,
ringraziandovi per l’attenzione, tengo a scusarmi per la superficiale
pesantezza di queste righe.
chinasky!
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