Poi è successo che sono stato in un Bar del centro e c'erano due che parlavano fitti fitti dell'incedere delle stagioni e altre amenità a sfondo prettamente sessuale che non sto qua a ripetere. Costoro erano talmente poco interessanti che mi sono chiesto "Perché?", ho girato i tacchi e rivolto il sorriso ebete verso altri venti. Non ho dato risposta alle mie domande, neanche le ho cercate. Quindi, uscito fuori di là, pareva tutto come dopo nevicato. Serafico e attutito. Silenzioso da collassare il placidume in isteria forsennata. Io non sono quel genere di persona lì che si lascia prendere con facilità dagli sbalzi di umore, né di temperatura. Anzi. Per un connaturato orgoglio individualista in mezzo ai rivoluzionari faccio la parte del reazionario. Tra i realisti mi scopro idealista, e così via cianciando. Senza arrivare a nessuna conclusione pratica né quadro clinico esaustivo. Tutto ciò mi differenzia in modo deciso dai pinguini e dagli gnu che, notoriamente, fanno della propria appartenenza al branco un punto a favore della conservazione della specie. Prendo dunque atto del fatto che se vivessi in Antartide o in Kenya sarei già da un pezzo cibo per vermi e sciacalli. La carogna di me stesso, insomma. Il punto fondamentale di questa storia è però un altro: io vivo a Torino. Non lassù o laggiù. Mi è dunque permesso comportarmi in modo deviante, al limite essere carogna ma in un altro senso. Senso che potete ben immaginare. E vorrei proprio vederli i pinguini e gli gnu al posto mio. Ah! Quante risate mi farei! Tutti occupati a fare le file davanti all'imbocco dei Murazzi o a prendere l 'aperitivo nella piazza dell'Obelisco. Sì sì, riderei. Come rido già di solito, da solo, a guardare le loro proiezioni umane o le mie animali. Pur senza cattiveria, beninteso. Siamo arrivati al punto che ero appena uscito dal Bar, giusto? Ebbene, da lì mi sono diretto verso Nord-Ovest perché, dopo il caffé, cercavo una tabaccheria che potesse venire in soccorso al mio tabagismo implorante soddisfazione. La trovo, entro, guardo intorno e vedo niente. Eccezion fatta per una gigantografia della mia squadra del cuore in versione scudetto 76-77. Sia detto senza polemica: il Toro. Estatico ed in basaltica mobilità stetti come spoglia immemore orba di tanto spiro. E così percosso eccetera eccetera. Almeno fino a quando l'ectoplasmatica vecchia dispensatrice di fumo, da dietro un invisibile blocco di niente, non emise un rauco sospiro articolato nella frase "Che le serve?". Comandai e fui accontentato nelle mi richieste ("un sepolcro al cimitero"). Corrisposi della cifra dovuta ed in un minuto o poco più ero di nuovo fuori di là, senza più negli occhi l'imago della perfezione. Ma di esso chiaro in mente il ricordo e l'attitudine. Guadagnai in un battibaleno il centro della Piazza detta "delle Mosche" ("il suo lucido pensiero"). A dimostrazione che non serve il bus o il tassì per arrivare in un non-luogo. Poteva pure essere il più buio dei vicoli genovesi, o Los Angeles, o Tortona, o Branduneugna, o Felizzano o Città del Capo. Su tutte: meglio Lisbona. Ma era piazza detta "delle Mosche", senza un motivo apparente ("aspirante guerrigliero"). Avevo una giacca elegantemente nera addosso e una camicia elegantemente bianca sotto. E poi una cravatta scura ("apprendista dell'impero", bellalì). Benché io certe cose non le metta mai ("il furore bandolero", sì sì sì) per ragioni di decenza ("disinvolto faccendiero", è così). Faccio in tempo a rimettermi in posizione eretta, da primate al massimo stadio, che irrompe senza preavviso né ragione apparente ciò che il desiderio inconscio poco prima chiamò. "Oh! Battagliero". chinasky! |